Per definizione, “casa” è dove si sta bene: è un luogo accogliente, spesso progettato e decorato a nostra immagine, dove poter tornare a fine giornata e sospirare liberamente. Tutto va bene in casa, tutti stanno bene. Più che un luogo fisico addirittura, è un concetto, un sinonimo di sicurezza, benessere e riposo. Insomma, una casa non è mai solo una casa e la lingua inglese ce lo dimostra chiaramente: se “house” è lo scheletro in termini strutturali, “home” invece è il cuore emotivo della struttura, quello che ci appartiene a livello viscerale e, appunto, ci rappresenta.
Ma talvolta può succedere che le pareti di una stanza smettano di offrire riparo e iniziano a riflettere qualcosa che non vogliamo guardare. Sigmund Freud lo definì das Unheimliche, “il Perturbante”, quella sottile e vertiginosa sensazione che si prova quando ciò che dovrebbe essere intimo, noto e sicuro si trasforma improvvisamente in qualcosa di estraneo, minaccioso e ostile. Per Freud il perturbante è qualcosa di conosciuto che era stato rimosso e che riaffiora in una forma che riconosciamo e non riconosciamo insieme. E la casa è il luogo perfetto perché questo accada: è lo spazio in cui abbiamo costruito la nostra idea di sicurezza, ma basta pochissimo per sentirsi stranieri tra le sue mura.
In vista della spooky season, quando la ricerca di storie avvolgenti e inquietanti diventa quasi un rituale, la letteratura ci ricorda che la casa infestata non è solo un cult del genere horror. Spesso infatti, l’architettura è una mappa della mente: un costrutto psicologico fatto di mattoni, corridoi bui, crepe e stanze chiuse a chiave dove prendono forma il trauma, il lutto, l’ossessione e la solitudine. Ecco dunque che le pareti domestiche diventano non solo uno scenario per fantasmi, ma uno specchio di ciò che proviamo e di ciò che preferiamo non guardare: ed è proprio per questo che le case più memorabili della letteratura non fanno paura solo perché sono “infestate“. Fanno paura perché ci somigliano.
Le case-corpo
La caduta della casa degli Usher – Edgar Allan Poe (1839)

Il classico per eccellenza sul legame indissolubile tra spazio e mente. In questo romanzo, il narratore raggiunge l’amico d’infanzia Roderick Usher, tormentato da una nevrosi, in una dimora la cui facciata è attraversata da una crepa da cima a fondo. La mossa geniale di Poe è far coincidere in un solo nome la casa e la stirpe: muri e famiglia sono un unico organismo, e quando la mente dei suoi ultimi discendenti si incrina, anche l’edificio subisce lo stesso destino.
Perturbante in una riga: la casa ha un’anima e coincide con la nostra. Nel bene e nel male.
L’incubo di Hill House – Shirley Jackson (1959)

Eleanor Vance ha passato anni ad accudire la madre e non ha mai avuto un posto suo. Quando riceve l’invito a partecipare a uno studio sul paranormale in una villa dalle geometrie sbagliate, per la prima volta si sente attesa. Ma Hill House non è semplicemente infestata: è malata; l’architettura della dimora infatti, specchia e amplifica la fragilità mentale della protagonista. Jackson lascia sospesa la domanda che rende il romanzo un cult: è la casa a perseguitare Eleanor, oppure è Eleanor che ha un bisogno disperato di appartenenza?
Perturbante in una riga: quando il desiderio di appartenere è più forte della paura.
Le case-labirinto
Casa di foglie – Mark Z. Danielewski (2000)

Una famiglia scopre che l’interno della propria casa è più grande dell’esterno, di pochissimo. Poi, dove prima c’era una parete, compare un corridoio. Il romanzo si presenta a strati: un finto saggio critico su un documentario mai esistito, commentato da un giovane, Johnny Truant, che leggendolo comincia a sfaldarsi. L’impaginazione stessa (note, colonne, parole che si spostano) imita un labirinto in cui il lettore entra e non è più sicuro di uscire. L’abisso oscuro che si apre nel soggiorno della famiglia Navidson è qui una manifestazione materiale del vuoto interiore, del trauma e del collasso delle certezze narrative e personali.
Perturbante in una riga: uno spazio che si misura in emozioni, non in metri.
Piranesi – Susanna Clarke (2020)

Un’interpretazione poetica e luminosa del concetto di spazio interiore. Piranesi vive in una Casa immensa, fatta di sale infinite, statue e maree che salgono dai piani inferiori, e annota tutto nei suoi diari con grande serenità Qui il perturbante funziona alla rovescia: la casa è il rifugio dai traumi del passato e la reclusione diventa un santuario sacrale. È un romanzo sulla memoria, sull’identità e sul modo in cui una mente si aggrappa a ciò che le resta, fino a renderlo dimora.
Perturbante in una riga: il posto più strano è l’unico in cui ci si sente a casa.
Strane case – Uketsu (2026)

Il bestseller giapponese che affronta il perturbante attraverso il design e le planimetrie. Una coppia in cerca di casa a Tokyo, nota nella planimetria di un bell’appartamento luminoso uno spazio vuoto tra due pareti, senza porta e senza finestre. Con l’aiuto di un giornalista esperto di occulto e di un eccentrico architetto, il lettore si mette a misurare stanze e corridoi: perchè qui, il vero antagonista non è un assassino o uno spirito, ma l’architettura stessa, e sotto la geometria affiora così una riflessione profonda sulla famiglia, sulle tradizioni e sul peso delle eredità. È Freud quasi da manuale: l’heimlich nel senso di “nascosto”, un segreto murato dentro una casa che voleva sembrare normale.
Perturbante in una riga: ogni pianta è una confessione.
Le non molto escape-houses
Una casa che sanguina – Carissa Orlando (2026)

Il romanzo parte da un’idea irresistibile: ogni settembre i muri della casa di Margaret e Hal grondano sangue e riappaiono i fantasmi degli inquilini precedenti, tutti deceduti in modi sospetti e orribili. Margaret è convinta a restare, perché è casa sua: ma quando Hal, dopo quattro anni, non regge più e se ne va, arriva la figlia Katherine, decisa a trovarlo ma ignara di quel che si cela tra le pareti della casa di famiglia. Il tono mescola gotico e ironia, con una buona dose di humor e una protagonista di grande spessore. E ribalta l’intuizione freudiana: qui non è lo strano a invadere il familiare, ma il familiare ad aver inglobato lo strano, al punto da essere normalizzato. La convivenza forzata con l’orrore domestico riflette il modo in cui ci abituiamo a convivere con i nostri traumi irrisolti, cercando di mantenere la routine mentre le pareti intorno a noi “sanguinano“.
Perturbante in una riga: l’orrore a cui ci si è abituati.
Mexican Gothic – Silvia Moreno-Garcia (2020)

Noemí Taboada, giovane e brillante socialite della Città del Messico degli anni ‘50, parte per una remota villa di montagna dopo una lettera angosciata della cugina Catalina. High Place infatti, è la casa di una famiglia inglese, i Doyle, dove un micelio fungino lega il destino dell’abitazione stessa al sangue della famiglia, tra avvenimenti sempre più inquietanti e sogni sempre più strani. In questo romanzo, la casa è l’incarnazione materiale del colonialismo, del patriarcato e dell’ossessione per la purezza: un ambiente tossico che cerca di assimilare la mente di chi la vive.
Perturbante in una riga: il passato che marcisce dentro le pareti.
La casa senza fantasmi
Fedeltà – Marco Missiroli (2019)

Qui, non c’è nulla di soprannaturale, perchè il romanzo vincitore dello Strega Giovani 2019 racconta una coppia milanese scossa da un “malinteso”: un sospetto di tradimento. Margherita è titolare di una piccola agenzia immobiliare, e la casa attraversa la storia come desiderio e come ipoteca: lei si innamora di un’abitazione costosa per la sua luce, e alla fine i due comprano un appartamento che non possono permettersi, per fedeltà a uno status borghese che vogliono mantenere. L’ambiente domestico diventa così il luogo in cui il dubbio rende improvvisamente estraneo lo spazio condiviso con il partner, ricordandoci come la casa più inquietante può anche essere quella con le luci accese e i mobili nuovi.
Perturbante in una riga: il dubbio che si siede a tavola con noi.

What do you think?