Quando qualcuno fotografa la copertina del libro che sta leggendo accanto a una tazza di tè, a un cardigan o a un mazzo di fiori, la posta in gioco cambia: non si legge più solo per sapere come va a finire una storia, ma anche per somigliare a quel mondo, o per trovare un modo personale di abitarlo. Da lì a un moodboard, a un hashtag e a una capsule collection, il passo è breve.
Le “fashion aesthetics” sono la lingua franca dei social: etichette che condensano un’atmosfera, un guardaroba, una playlist, un modo di arredare, un’ispirazione che è anche passione. Quasi tutte, a ben guardare, hanno un’origine narrativa: non nascono dalle passerelle, ma da libri, film, serie e, sempre più spesso, da cartoni animati e videoclip. La domanda dunque è se, quando una storia diventa tendenza, duri una sola stagione o allarghi davvero il nostro vocabolario di stile.
Regencycore: l’effetto Bridgerton (e Jane Austen, molto prima)

È il caso più evidente di come uno schermo possa riscrivere un guardaroba: “Bridgerton” debutta su Netflix a fine 2020, con il mondo chiuso in casa e un enorme bisogno di evasione. La serie, tratta dai romanzi di Julia Quinn, prende l’Inghilterra del primo Ottocento e la rilegge in chiave pop: palette confetto, diademi, un cast volutamente inclusivo e una colonna sonora che trasforma Ariana Grande e Billie Eilish in quartetti d’archi. Il regencycore che ne nasce è un insieme di segni riconoscibili: vita alta stile impero, maniche a sbuffo, scollature a barca, nastri e ricami in tinte pastello, perle, guanti lunghi, ventagli, fermagli… E poi il corsetto, già in orbita da tempo, ma qui consacrato come capo da indossare sopra gli abiti anziché nasconderlo sotto.
Il fenomeno, però, non è un’invenzione di Netflix. Il filone Regency attraversa la cultura da secoli: basta pensare a “Orgoglio e pregiudizio” ed “Emma” di Jane Austen e alle loro trasposizioni più iconiche. “Bridgerton” però ha fatto un passo in più: ha reso lo stile dell’epoca desiderabile e, soprattutto, indossabile. Le maison se ne sono accorte in fretta: la sensibilità romantica e un po’ gotica di designer come Simone Rocha, Erdem o Molly Goddard dialoga da anni con questo lessico di volumi, tulle e dettagli sartoriali. Il fast fashion ha fatto il resto, riempiendo ogni collezione di abiti a vita alta e maniche voluminose. Vogliamo sbilanciarci nel dire che il regencycore “in costume” passerà, ma una parte della sua influenza la ritroveremo comunque nei guardaroba futuri.
Dark academia: l’università dei segreti

Se il regencycore è luce e zucchero, il dark academia è penombra e inchiostro. Il termine circola su Tumblr già a metà degli anni Dieci, ma esplode tra il 2020 e il 2021, quando il lockdown spinge milioni di persone verso libri, biblioteche (anche solo immaginate) e pile di volumi sul comodino. Il testo fondativo, nell’immaginario collettivo, è “Dio di illusioni” di Donna Tartt: un gruppo di studenti di lettere classiche in un college del Vermont, ossessionati dal greco antico, dalla bellezza e da un delitto che ne spezza l’equilibrio. Accanto a lui troviamo altri riferimenti ormai canonici, come il film “L’attimo fuggente” (1989) con il suo carpe diem, e “If We Were Villains” di M.L. Rio, amatissimo su BookTok.
Sul piano estetico è un guardaroba da biblioteca: blazer in tweed, gilet, cardigan, dolcevita, gonne a pieghe, camicie con colletto, mocassini e Oxford, cappotti lunghi, sciarpe a quadri. La palette è fatta di marrone, verde bosco, bordeaux, crema e nero, mentre gli accessori sono da studioso: borse a tracolla in pelle consumata, occhiali tondi, una stilografica. Il preppy di Ralph Lauren, il tweed di Chanel, la divisa scolastica rivisitata da Miu Miu e Prada raccontano lo stesso fascino: l’uniforme come identità, la cultura come status. L’eredità è doppia: da un lato un guardaroba intelligente, fatto di pezzi che esistevano prima e continueranno a esistere dopo; dall’altro, un fenomeno culturale: il dark academia ha riportato in auge la lettura, i classici e le librerie indipendenti, sia pure in versione romanticizzata. Con un paradosso: l’estetica celebra la profondità intellettuale, con il rischio di ridurla a décor.
Cottagecore: il lockdown di campagna, anche in città

Se il dark academia è la biblioteca, il cottagecore è il prato. Il termine gira su Tumblr dal 2018, ma il picco arriva nel 2020, quando milioni di persone chiuse in casa sognano pane lievitato, giardini e una vita lenta. L’immaginario è letterario e pittorico: “Piccole donne”, “Anna dai capelli rossi” (rilanciata dalla serie Netflix “Anne with an E”), i dipinti preraffaelliti… A dargli una spinta enorme contribuisce inoltre la cultura pop, a partire dall’album “Folklore” di Taylor Swift. Il guardaroba qui è fatto di abiti con maniche a sbuffo e vita alta, colletti di pizzo, grembiuli, stampe floreali, cesti di paglia e calzettoni, con un singolo capo a regnare supremo: l’abito a fragole di Lirika Matoshi. Qui la nostalgia è più evidente che altrove, e anche più selettiva: la campagna del cottagecore non ha fatica, fango né solitudine. Gli elementi stilistici caratteristici poi, sono già confluiti nel regencycore, a conferma del fatto che le etichette si sovrappongono continuamente.
Coastal grandmother e quiet luxury: l’eleganza che non ha bisogno del logo

Più recente, e forse più sorprendente, è il coastal grandmother. A dargli un nome, nel marzo 2022, è la creator Lex Nicoleta su TikTok, che descrive lo stile di una donna matura, elegante e rilassata, con una casa al mare, un bicchiere di vino bianco in mano e un cesto di fiori appena raccolti ai piedi. Il riferimento non è una singola serie ma un intero universo cinematografico, quello dei film di Nancy Meyers: basti pensare a “Tutto può succedere – Something’s Gotta Give” (2003), con Diane Keaton nella cucina bianchissima di una casa negli Hamptons e a “L’amore non va in vacanza” (2006). La costante qui è la donna adulta che vive, lavora e ama senza scusarsi e Diane Keaton, con cappelli, gilet e camicie oversize, ne è la musa assoluta. Il guardaroba è tutto in sottrazione: lino e cotone in bianco, écru, azzurro e beige, camicie oversize, pantaloni ampi, cashmere annodato sulle spalla, cappelli di paglia, mocassini o sandali bassi, gioielli sottili e perle. Per noi italiani, tutto ciò ha un sapore familiare, perchè è la versione americana di ciò che in Riviera o in Costiera si chiama semplicemente “stile da vacanza”: la signora in lino bianco, il cappello, il caffè sul terrazzo. Forse per questo motivo è la tendenza più solida, perchè si innesta su un’idea di lusso silenzioso che ha trovato nuova fortuna con le collezioni di Zegna, Loro Piana e Brunello Cucinelli. Ma le riconosciamo anche un merito culturale: per una volta, la maturità è l’obiettivo estetico, non il problema da nascondere.
Il coastal grandmother rientra nell’etichetta più ampia del quiet luxury, esploso con “Succession” (2018–2023): i Roy non indossano loghi, ma cashmere color cammello e cappellini che costano quanto uno stipendio. L’immaginario, però, è molto più vecchio: “Il grande Gatsby” lo racconta da un secolo (il film del 1974 aveva costumi di Ralph Lauren), mentre “Il talento di Mr. Ripley”, dal romanzo di Patricia Highsmith, ha lasciato in eredità la Riviera, il lino, i mocassini senza calze. L’old money diventa così l’altra faccia del dark academia: non l’amore per la cultura, ma il privilegio che la custodisce. E c’è un paradosso: l’estetica della discrezione è diventata visibile quanto le altre, perché vestirsi come se non servisse mostrare nulla è oggi un segno di appartenenza. Da qui, una domanda scomoda: si vuole imitare lo stile o la ricchezza che lo rende credibile?
Hallyu e K-pop: quando l’estetica è già in vetrina

Fin qui l’immaginario veniva dal passato. Con l’onda culturale coreana, la Hallyu, il meccanismo cambia: l’estetica nasce nel presente, già pronta per essere acquistata. Nei K-drama come “Crash Landing on You” o “Business Proposal,” ciò che i personaggi indossano, mangiano e usano è spesso in vendita, e i fan lo sanno. “Squid Game” ne ha dato la prova: le tute verdi e le Vans bianche sono diventate costume di Halloween nel giro di poche settimane. È un presente iper-curato, in cui è difficile dire dove finisca la storia e dove cominci la vetrina. Il K-pop ne è il motore più potente: gli idol sono manichini viventi, i loro outfit di scena finiscono nei carrelli nel giro di ore e ogni comeback è anche una collezione.
Il caso più recente e interessante è “KPop Demon Hunters”, film d’animazione Netflix uscito nell’estate 2025 e diventato in poche settimane uno dei titoli più visti nella storia della piattaforma. Il successo non si spiega solo con la trama, ma anche attraverso l’estetica precisa che rende la cultura coreana per “esportabile”. Nei dettagli si riconoscono il cappello tradizionale gat, gli ornamenti norigae, la tigre e la gazza ispirate alla pittura popolare coreana, e il rimando alla mitologia dei saja, i messaggeri della morte. Per non parlare di Seoul, dei suoi mercati e del cibo di strada, trattati come personaggi. Per la moda il risultato è quello che un guardaroba non può inventare: un immaginario completo e subito vestibile fatto di colori saturi, accessori vistosi e look streetwear. Cosa resta? Probabilmente, più che un outfit, un precedente: la prova che una storia asiatica non ha bisogno di passare da un filtro occidentale per diventare un’estetica globale.
Anime e manga: l’estetica nata sulla pagina disegnata

Se la Corea è la filiera più recente, il Giappone è il serbatoio più antico. Anime e manga hanno insegnato al mondo che un guardaroba si può disegnare prima di cucirlo, e che un personaggio può essere un modello di stile quanto un attore. Basti pensare alla divisa scolastica giapponese, il seifuku, che è stata resa immortale da “Sailor Moon” e che dialoga a distanza con le uniformi del dark academia e le gonne a pieghe delle passerelle. La moda di strada di Harajuku (lolita, gyaru, decora) ha dato forma a sottoculture dove vestirsi è un atto di appartenenza quasi teatrale, mentre il cosplay ha trasformato la fedeltà al personaggio in una pratica creativa globale, tra sartoria artigianale e performance.
Gli esempi recenti sono numerosi: la giacca rossa di Akira è un classico dell’abbigliamento ispirato al manga, il motivo a scacchi del haori di Tanjiro in “Demon Slayer” è diventato un tessuto riconoscibile al primo sguardo e marchi di massa come Uniqlo, con collezioni dedicate a manga e anime, hanno portato questi segni nei guardaroba di tutti i giorni, mentre case di lusso come Loewe hanno collaborato ad esempio con lo Studio Ghibli. Ed è proprio Ghibli a far da ponte con il resto di questo discorso: i prati, le cucine di legno, i pasti disegnati con amore sono un cottagecore ante litteram. La nostalgia del tempo lento che accomuna Totoro e le tendenze del lockdown dimostra che le estetiche non hanno una sola patria.

Cosa hanno in comune questi mondi?
- Offrono una storia da indossare: un blazer di tweed è un blazer di tweed, ma un blazer di tweed insieme a un’aula di Oxford, un’amicizia pericolosa e un testo greco è un’identità.
- Sono (quasi sempre) nostalgiche: molte guardano a un passato idealizzato, come l’Inghilterra della Reggenza e lo ripuliscono da ciò che era scomodo. Il regencycore ha i corsetti ma non le disuguaglianze dell’epoca, il dark academia i libri ma non la fatica degli esami. Fanno eccezione il K-pop e le storie asiatiche più recenti, che guardano al presente o al futuro.
- Si diffondono per lo più per immagini: gli algoritmi premiano ciò che si riconosce in un secondo, e le estetiche sono fatte esattamente per questo.
- Sono sempre più globali. Per decenni l’immaginario dominante è stato anglosassone, mentre oggi il flusso è multidirezionale: la Corea e il Giappone non sono più “esotismi” ma fonti di primo piano, e un film d’animazione può contare quanto un romanzo.
Il rischio, naturalmente, è reale. Il ciclo dei microtrend si è accorciato in modo drastico: un’estetica sale, satura il feed, viene replicata a prezzi irrisori e si sgonfia nel giro di pochi mesi. In questo senso, molte etichette sono già vecchie, andando ad ingrossare la problematica gigantesca del consumismo e del fast-fashion. Ma c’è un secondo livello: se si guarda sotto l’etichetta, ciò che sopravvive è sorprendentemente stabile; basti pensare al corsetto dal regencycore, al tweed dal dark academia, all’eleganza minimal dal coastal grandmother o alla forza del segno disegnato da anime e manga. La label dura poco, l’archetipo resta. C’è poi l’eredità culturale, più difficile da misurare ma forse più interessante: queste tendenze infatti, hanno portato migliaia di persone, giovanissime in particolare, verso Donna Tartt, Jane Austen, Evelyn Waugh, i film di Nancy Meyers e, dall’altra parte del mondo, verso la musica, i fumetti e il cinema d’animazione dell’Asia orientale. Se una serie ci fa scoprire un classico, o un film ci porta ad ascoltare per la prima volta il K-pop, la moda ha, per una volta, fatto un buon servizio alla cultura.

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