Su Netflix è approdata la miniserie de “La valle dell’Eden“, e con lei il ritorno di una delle donne più discusse della letteratura americana: Cathy Ames, nata dalla penna di John Steinbeck. La miniserie in sette episodi, scritta e prodotta da Zoe Kazan, ha Florence Pugh come protagonista e, a differenza del film del 1955 con James Dean, che adattava solo una parte del libro, esplora l’intera saga della famiglia Trask. Il personaggio che da molti anni divide i lettori ottiene così uno spazio che prima non aveva. Kazan infatti ha raccontato di voler cercare l’umanità di Cathy senza trovarle scuse per ciò che fa: è una dichiarazione che vale la pena analizzare, perchè ci dice che Cathy, fino a oggi, è stata letta come un mostro, e bisogna decidere se questo giudizio sta nel personaggio in sé o in chi la guarda. Steinbeck la descrive come una creatura nata con qualcosa di storto, priva di quella parte morale che gli altri possiedono. La cosa curiosa è che “La valle dell’Eden” è un romanzo sul libero arbitrio, sul “tu puoi” di timshel, sulla possibilità di scegliere chi diventare e Cathy è il personaggio a cui questa possibilità sembra negata.
Il caso di Cathy non è isolato. Nel 1979 Sandra Gilbert e Susan Gubar, in “La pazza in soffitta”, osservarono che la letteratura dell’Ottocento, in gran parte scritta da uomini, tendeva a dividere le sue donne in due soli tipi, l’angelo e il mostro. Passano i secoli e cambiano i generi, ma il meccanismo resta riconoscibile: una donna che vuole troppo, che ama troppo, che si ribella o che semplicemente non si accontenta diventa “cattiva” ancora prima di aver fatto qualcosa di cattivo. C’è poi un secondo elemento da considerare, ovvero, la voce che racconta. Di molte di queste donne sappiamo quello che ci dice qualcun altro: Catherine Earnshaw ci arriva attraverso una governante e un forestiero, Lila Cerullo attraverso un’amica che la ammira e la invidia insieme, Amy Dunne attraverso un diario costruito apposta per ingannarci. Il verdetto, in altre parole, ci arriva già confezionato, e tante volte lo facciamo nostro senza nemmeno accorgercene.
A rendere il quadro più scomodo c’è il confronto con i loro uomini: Macbeth uccide un re e fa uccidere amici e famiglie, ma è Lady Macbeth a rimanere il simbolo del male. Vronskij, Heathcliff, Rhett Butler escono dalle loro storie con un’aura di fascino o di tragedia che alle donne accanto a loro viene concessa di rado. È indubbio che alcune donne fanno cose terribili e sarebbe disonesto fingere il contrario, come Medea che uccide i propri figli. Ma le dodici donne che abbiamo scelto di analizzare in questo articolo sono qui presenti perché vale la pena chiedersi chi ci sta dicendo cosa pensare, in che epoca lo dice e che cosa vuole da noi. Alcune sono davvero cattive, altre sono soprattutto scomode: capire la differenza tra le due cose è lo scopo di questo viaggio, che parte dall’antica Grecia e arriva fino ai giorni nostri.
Cathy Ames: il mostro e il nome che gli diamo

Quando in “La valle dell’Eden” Steinbeck ci presenta Cathy, la definisce senza giri di parole un mostro: Cathy mente con naturalezza, manipola genitori, insegnanti, amanti, sposa Adam Trask perché le serve un riparo, gli spara quando lui prova a trattenerla, lascia i gemelli subito dopo il parto e finisce a dirigere un bordello dopo la morte sospetta di Faye, la donna che l’aveva accolta. Il punto è che il romanzo è costruito sul libero arbitrio, e Cathy è il personaggio a cui l’autore sembra negarlo. Resta dunque la domanda: Steinbeck sta descrivendo una persona nata così, o sta usando Cathy come prova di un’idea? La serie di Kazan prova a darle ciò che il romanzo le nega: un passato, una persona dietro il mostro. Resta da vedere se ci renderà più indulgenti o solo più consapevoli.
Le vendicative: la parola alla tradita

Medea, protagonista dell’omonima tragedia di Euripide, è l’archetipo di questa tipologia di donne: Giasone, per sposare la figlia del re di Corinto, ripudia Medea, la donna che l’ha aiutato a conquistare il vello d’oro e per lui ha lasciato patria e famiglia. Medea, straniera e priva di diritti, risponde uccidendo la rivale e poi i propri figli. Quando Euripide porta la tragedia in scena, nel 431 a.C., non attenua l’orrore, ma lascia a Medea un lungo discorso sulla condizione delle donne e al pubblico il disagio di non poterla liquidare, anche perché Giasone, che ha tradito un giuramento, non è di certo innocente. Nel finale lei fugge su un carro mandato dal Sole: la tragedia quindi non la punisce mai del tutto. E la stessa cosa forse non dovremmo farla neanche noi.
Amy Dunne (“L’amore bugiardo” di Gillian Flynn) invece, è Medea nell’era dei media: Flynn le dà il monologo sul modello di “cool girl”, di compagna perfetta che gli uomini vorrebbero e che le donne finiscono per recitare. Poi Amy inscena la propria scomparsa, con un diario falso, per rovinare il marito che l’ha tradita. Il romanzo alterna due voci, e per metà del libro ci fidiamo di una narratrice che mente: Nick non è un santo, ma quello che Amy gli fa è sproporzionato, e il romanzo ci lascia in quella zona scomoda, senza punire la colpevole.
Chi vuole troppo: l’ambizione, che nelle donne è un difetto

Lady Macbeth (“Macbeth” di William Shakespeare) sprona il marito, lo accusa di non essere un uomo, prepara l’omicidio del re. Prima del delitto chiede agli spiriti di toglierle la sua natura femminile, come se per volere il potere dovesse smettere di essere donna. Poi arriva il crollo: la scena del sonnambulismo, le mani che non riesce a lavare dal sangue. Eppure è Macbeth a uccidere il re e a ordinare la morte di Banquo e della famiglia di Macduff. Lei, dopo il crollo, muore fuori scena. E questo ci porta a chiederci: perchè ricordiamo come simbolo del male la donna che ha suggerito e non l’uomo che ha effettivamente sterminato?
Becky Sharp (“La fiera delle vanità” di William Makepeace Thackeray) vive invece in un romanzo che il suo autore definì “senza eroe“. Nata povera, figlia di un pittore e di una ballerina francese, usa intelligenza e fascino per salire una scala sociale che non le offre alcun gradino. Thackeray la tratta con ironia crudele, ma intorno a lei ci sono soprattutto ipocriti, e la sua è quasi una sincerità: Becky nota che essere virtuosi è facile quando si ha un buon reddito, motivo che la porta (forse) ad agire in determinati modi. Furbizia, inganno, o un mix di entrambi?
Scarlett O’Hara (“Via col vento” di Margaret Mitchell) è egoista, vanitosa, capricciosa, capace di sposare un uomo per ripicca e un altro per convenienza. Ma è lei che, dopo la guerra, tiene in piedi Tara quando nessun altro lo fa. Va detto che lo sfondo del romanzo, l’idillio del vecchio Sud, è oggi molto discusso per come rappresenta la schiavitù, e rileggerla significa farlo con occhi diversi. Il romanzo la ama e la punisce insieme: e noi, dopo aver visto anche l’iconico film del 1939, da che parte del giudizio ci poniamo?
Chi desidera troppo: la colpa del desiderio

Emma Bovary (“Madame Bovary” di Gustave Flaubert) ha letto troppi romanzi. Sposa un ufficiale sanitario di campagna, gentile e mediocre, e cerca altrove la vita che i libri le hanno promesso tra amanti, spese e debiti, fino all’arsenico. La voce narrante è fredda, quasi chirurgica, e non ci dice mai cosa pensare: per questo il dibattito continua. Emma è una vittima delle proprie illusioni o un’egoista che trascura figlia e marito? (intanto Rodolphe, che la abbandona con una lettera, non paga alcun prezzo).
Anna Karenina (“Anna Karenina” di Lev Tolstoj) lascia il marito e il figlio per l’irresistibile Vronskij. L’epigrafe del romanzo, “a me la vendetta, io retribuirò”, lascia aperta una domanda: di chi è la vendetta, di Dio o della società? Intanto suo fratello Stiva tradisce la moglie di continuo ed è accolto ovunque, mentre Anna viene chiusa fuori dai salotti, e Vronskij resta il benvenuto: il suo errore non è tanto aver amato, quanto averlo fatto senza protezioni.
Catherine Earnshaw (“Cime tempestose” di Emily Brontë) è capricciosa, orgogliosa, ama Heathcliff come un’estensione di sé stessa ma sposa Edgar Linton per la posizione sociale. Quella scelta distrugge tutti: lei, Heathcliff, la generazione successiva. Ma ciò che sappiamo di lei lo sappiamo da Nelly Dean e da Lockwood: una domestica con le sue opinioni e un forestiero che ascolta di seconda mano. Anche Heathcliff, che porta la vendetta fino ai figli degli altri, è molto più crudele di lei, eppure è lui ad essere diventato un (anti)eroe romantico.
Le nostre contemporanee

Lila Cerullo (“L’amica geniale” di Elena Ferrante) è la bambina geniale di un rione povero di Napoli. A sedici anni sposa un giovane benestante del rione, poi lo lascia, lavora in fabbrica, impara l’informatica; sa essere generosa e spietata, soprattutto con chi le sta più vicino. Ma la sua vita ci arriva da Lenù, che scrive per riprendersi la storia di un’amica scomparsa, e non è mai una voce neutra: ammira, invidia, teme. La Lila che conosciamo è reale, o è la versione di chi la ama e la odia nello stesso momento?
La signora Coulter (La trilogia di “Queste oscure materie” di Philip Pullman) è elegante, brillante ma estremamente manipolatrice. Dirige un’organizzazione che rapisce bambini per separarli dai loro daimon, mente persino a sua figlia Lyra e, nel terzo volume, la tiene addormentata in una grotta. Ma la ama, a modo suo, e quell’amore finisce per pesare più dell’ambizione. È una cattiva scomodamente concreta e allo stesso tempo una madre: un ruolo che per tradizione ci aspettiamo puro, perchè così ci è stato insegnato. Ma è corretto?
Lisbeth Salander (“Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson), la hacker tatuata, è dichiarata incapace di gestire i propri affari dallo Stato, che non la protegge nemmeno quando il suo tutore abusa di lei. Si vendica, e il lettore applaude: nessuno, o quasi, la chiama davvero cattiva. Con Medea o con Amy andrebbe diversamente, e questo ci dice che spesso non giudichiamo l’atto, ma quanto sappiamo del torto che l’ha preceduto: la voce che racconta, stavolta, ci ha già portati a schierarci dalla sua parte.
Dodici donne, secoli diversi, generi diversi. Hanno poco in comune, se non una cosa: nessuna si accontenta del ruolo che le è stato assegnato. Per questo le abbiamo chiamate cattive: alcune lo sono davvero, almeno per determinate azioni. Ma la maggior parte sono “solo” scomode. E intanto gli uomini accanto a loro riescono quasi sempre a guadagnare un’aura di fascino, di tragedia, di complessità, mentre alle donne spesso resta il marchio. Non serve assolverle, e non è questo che Steinbeck, Euripide o Flaubert ci chiedono: quel che vogliono dal lettore è che si accorga della voce che ci sta raccontando la storia. E quanto concordiamo con essa.
CREDITS PICTURES
Cover picture: “East of Eden” TV series from Netflix + “Withering Heights” movie from Warner Bros. Pictures
Pictures in the article: stills from “East of Eden” TV series, “Gone Girl” movie, “Anna Karenina” movie, “Gone With the Wind” movie, “My Brilliant Friend” TV series

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