Mirco Giovannini appartiene a quella rara categoria di stilisti che non si limitano a disegnare un abito, ma ne creano da zero la materia stessa. Visitare il suo atelier a San Giovanni in Marignano è stata un’esperienza davvero affascinante, un viaggio immersivo in un luogo in cui si comprende subito come, per lui, la moda non sia una superficie da decorare, ma un’equazione tridimensionale che prende vita a partire da un singolo, geometrico elemento: il filo.
Tra i rocchetti e i telai di questo spazio si respira un’atmosfera unica, lo specchio perfetto di una visione sospesa tra due forze opposte. Da un lato c’è il rispetto viscerale per la tradizione artigianale e i filati nobili, ereditato da un’eleganza familiare che affonda le radici negli anni Ottanta; dall’altro, una spinta futurista che accoglie la tecnologia e la sperimentazione più inaspettata.
Questa conversazione nasce proprio sulla scia di quel suggestivo incontro nella sua terra natia. Tra le righe, Mirco mette a nudo la sua filosofia e la sua costante, poetica sfida alla gravità: quella di dare corpo e movimento a una femminilità impalpabile, in un continuo e perfetto gioco di equilibri.
Qual è il tuo primo ricordo legato alla moda?
Il mio primo ricordo legato alla moda risale ai primi anni Ottanta ed è indissolubilmente legato a mia madre. Prima di diventare commerciante insieme a mio padre, era una sarta e confezionava per sé abiti unici e ricercati. Anche se il lavoro le aveva tolto il tempo per dedicarsi alla sartoria, non aveva mai perso il gusto per il bello. Ricordo ancora con emozione i suoi cappotti di Valentino: erano vere e proprie opere d’arte sartoriale. Quelle silhouette impeccabili, le spalle importanti tipiche del power dressing dell’epoca, mi affascinavano profondamente e ancora oggi rappresentano, per me, un’espressione di grande eleganza e modernità. Ero molto piccolo — sono nato nel 1968 — ma vedere mia madre così elegante e raffinata mi trasmetteva una gioia immensa. Allora non immaginavo ancora che un giorno sarei diventato stilista, ma già da ragazzo mi divertivo a vestirmi in modo originale, prendendo ispirazione proprio da lei. Credo che sia stato lì, inconsapevolmente, che sia nato il mio amore per la moda. E, ancora oggi, come mi piace dire, continuo a vestirmi da stilista.
Cosa ti ha spinto a lanciare un marchio tutto tuo?
La scelta di lanciare il mio marchio nasce già negli anni della formazione. Frequentavo l’Istituto Secoli di Bologna e, verso la fine degli anni Ottanta, sostenni l’esame finale davanti alla commissione arrivata dalla sede di Milano. Ricordo che, guardando i miei lavori, uno dei commissari chiese ai miei insegnanti: “Chi è questo ragazzo?” Alla loro richiesta di spiegazioni rispose che trovava i miei progetti innovativi e creativi e aggiunse: “Se deciderà di fare questo lavoro, un giorno potrà diventare un grande stilista.” Quelle parole sono state sicuramente un incoraggiamento importante. Mi hanno dato fiducia nelle mie capacità e hanno rafforzato la convinzione di voler trasformare questa passione nel mio percorso professionale. Ancora oggi porto avanti il mio brand con lo stesso entusiasmo, continuando a mettermi in gioco e a cercare nuove idee.
Perché hai scelto la maglia come “atomo” del tuo universo creativo, invece di altri tessuti? La maglieria è una scelta complessa, perché, a differenza del tessuto che esiste già, qui tutto nasce da un filo.
È proprio questo che mi affascina. Appena uscito dall’Istituto Secoli mi ero detto che non avrei mai fatto maglieria, perché la consideravo una delle discipline più difficili. Invece il mio primo lavoro è stato proprio all’interno dell’ufficio stile di un importante maglificio, dove la maglieria era il cuore di tutto. È lì che è nato il mio amore per il filo. Con il tempo ho imparato che ogni capo nasce da una serie di scelte: quali filati utilizzare, come miscelarli, con quale finezza lavorarli, come intrecciarli per creare punti, intarsi, jacquard, plissé. Sono tutti elementi che permettono di dare vita a texture e volumi tridimensionali. Le maniche balloon, ad esempio, sono una delle mie grandi passioni.
Ogni volta che un’idea prende forma partendo semplicemente da un filo provo ancora una grande soddisfazione. Dopo 36 anni di esperienza, vedere un progetto svilupparsi dalla materia prima fino al capo finito continua a emozionarmi. Credo che lavorare con il filato richieda sensibilità, tecnica e tanto talento, ed è questo che mi rende orgoglioso del percorso che ho scelto. Costruire un brand partendo dalla maglieria significa avere un rapporto quasi viscerale con il prodotto, perché ogni creazione nasce davvero da zero. Ma questo risultato è il frutto di tanti anni di gavetta, di studio e di sperimentazione. E ancora oggi continuo a imparare, perché questo è un mestiere in cui non si smette mai di crescere.
Nelle tue collezioni unisci filati nobili a materiali come l’organza, lo chiffon o persino il filo da pesca per dare tridimensionalità. Come riesci a bilanciare le tecniche artigianali antiche con l’innovazione tecnologica?
Mi piace sperimentare e mettere insieme materiali che, all’apparenza, sembrano molto diversi tra loro. Amo unire filati nobili a tessuti importanti come l’organza e lo chiffon, fino ad arrivare a materiali inaspettati, come il filo da pesca in materiale riciclato, trasformandoli in elementi creativi all’interno di un capo. Per me è un continuo gioco di equilibri tra consistenze, pesi e trasparenze. Quando questi materiali dialogano tra loro riescono a creare leggerezza, movimento e una femminilità quasi impalpabile. Mi piace che un capo trasmetta una sensazione di libertà, come se prendesse vita e facesse vibrare chi lo indossa. Il mio lavoro nasce proprio da questo melting pot di materiali, dove tecniche antiche, come la lavorazione al telaio, incontrano l’innovazione. È dall’unione tra artigianalità, ricerca e sperimentazione che prende forma un capo contemporaneo, capace di raccontare una storia. Credo che sia questa la cifra distintiva di un capo Mirco Giovannini: un equilibrio tra tradizione e innovazione, in cui ogni materiale contribuisce a creare un’emozione e a dare alla collezione un’identità unica.
Spesso i tuoi capi uniscono volumi anni ’50 e futurismo. Qual è la tua idea di femminilità oggi e a quali icone del passato o del presente si ispira?
La mia idea di femminilità oggi è quella di una donna contemporanea, moderna e dinamica, capace di vivere il proprio tempo con naturalezza. Per questo mi ispiro a donne che rappresentano il presente. Oggi, ad esempio, Francesca Michielin incarna perfettamente questa visione: autentica, fresca, spontanea e con una personalità ben definita. È una figura che, in questo momento, rappresenta molto bene l’universo Mirco Giovannini.
In passato, invece, le mie fonti di ispirazione sono state grandi icone come Greta Garbo, per la sua eleganza androgina, Bianca Jagger per il suo spirito libero e rivoluzionario, simbolo dello Studio 54, ed Elsa Peretti, esempio di creatività, raffinatezza e passione per la vita. Donne molto diverse tra loro, ma accomunate da carattere, determinazione e da una femminilità mai scontata.
Il mio stile nasce proprio dall’incontro tra queste ispirazioni: uno sguardo rivolto al futuro che dialoga con il passato, sempre attraverso il linguaggio della maglieria. Credo sia fondamentale osservare ciò che accade intorno a noi, dalla cultura ai movimenti delle nuove generazioni fino ai cambiamenti della società. Essere aggiornati e al passo con i tempi è l’unico modo per creare una moda che continui a parlare al presente.

Nel 2012, all’apice del successo, ha dovuto affrontare un momento difficilissimo. Parli spesso di questo periodo senza filtri. Come hai trovato la forza psicologica e spirituale per rialzarti e non perdere te stesso?
Nel 2012 la mia azienda ha attraversato un momento molto difficile, quello che io, con un sorriso, chiamo il mio “crackers” invece del “crack”. Mi piace usare questa parola perché mi aiuta a guardare a quel periodo con un po’ di leggerezza, senza dimenticare quello che mi ha insegnato. Ne parlo senza filtri perché credo sia importante raccontare anche le difficoltà. Può capitare a chiunque: a un imprenditore, a uno stilista o a chiunque abbia deciso di investire in un sogno. Sono esperienze che mettono alla prova, ma che possono anche insegnare molto.
Quello che ho imparato è che non bisogna mai perdere la fiducia. Le opportunità arrivano, magari quando meno te lo aspetti, ma bisogna essere pronti a riconoscerle e ad avere il coraggio di ripartire. Per me sono stati fondamentali tre elementi: la fede, che coltivo anche attraverso il mio percorso spirituale; la convinzione di non essere mai davvero solo, una forza interiore che ogni giorno mi accompagna; e la resilienza, cioè la capacità di rialzarsi, imparare dagli errori e continuare a costruire con determinazione.
Oggi, guardando indietro, posso dire che quel momento non ha definito la mia storia. Mi ha semplicemente insegnato ad affrontare il mio lavoro e la mia vita con ancora più consapevolezza e, soprattutto, con gratitudine per ogni nuovo giorno.
Nel 2021 è nato il progetto Mirco Giovannini Atelier Folleria, grazie anche all’incontro e all’amicizia con l’imprenditore Gianluca Marchetti. Che cosa rappresenta per te la parola “Folleria”? È una forma di coraggio irrazionale?
Nel 2021 nasce, insieme a Gianluca Marchetti, il progetto MG Atelier Folleria. Abbiamo scelto questo nome perché la parola Folleria mi rappresenta da sempre. Mi considero uno stilista fuori dagli schemi: creativo, ironico e curioso. Mi piace non prendermi troppo sul serio, scherzare con gli altri e anche con me stesso. Ho sempre avuto uno spirito un po’ enfant terrible, con la voglia di sperimentare e di non seguire percorsi già tracciati.
Una mia assistente dice spesso che vivo “in bilico”. È un’immagine che mi piace, perché descrive bene il mio modo di essere: sempre in equilibrio su un filo – o meglio, su un filato – con la sensazione di poter cadere da una parte o dall’altra. Eppure, è proprio quella follia creativa che mi permette di restare in piedi, trasformando l’incertezza in coraggio, volontà e resilienza. Credo che per fare questo mestiere serva anche una buona dose di coraggio irrazionale: la capacità di credere nelle proprie intuizioni, anche quando sembrano andare controcorrente. Senza quella spinta, probabilmente non avrei mai potuto costruire il mio percorso creativo né dare vita a MG Atelier Folleria.
Il filo per te oggi non è più solo materia, ma è diventato memoria, testimonianza e resistenza. In che modo la tua storia personale si riflette nei capi che disegni adesso?
Non credo che quello che mi è accaduto nella vita si rifletta direttamente nei miei capi. Quello che invece li attraversa davvero è il filo, perché per me non è solo un materiale, ma un mezzo espressivo. Il filo mi trasmette forza, memoria, allegria, rabbia e amore per il mio lavoro. È da lì che nasce ogni collezione e ogni nuova ricerca.
Ancora oggi si parla dei capi che ho realizzato in passato, della ricchezza dei punti, delle lavorazioni e della continua sperimentazione che mi ha portato a viaggiare, studiare e cercare nuove tecniche e nuovi materiali. È questa ricerca costante che continua ad alimentare il mio lavoro e la mia creatività, con la stessa passione di sempre.
In che modo la tua terra, con la sua energia, la sua arte e la sua vicinanza al mare, influenza la tua creatività sul telaio?
La influenza moltissimo. Amo il mare, la mia terra, il cibo e la cultura del lavoro tipica della Romagna e delle Marche, due territori molto vicini che hanno influenzato profondamente il mio modo di essere e di creare. Anche queste radici entrano nel mio lavoro. Mi piace, ad esempio, trasformare un materiale come il filo da pesca riciclato, recuperato dal mare, in lavorazioni che ricordano l’organza o lo chiffon, utilizzando i telai elettronici per creare nuove texture e nuove strutture nella maglieria.
Per me innovazione e territorio possono convivere: partire da materiali legati al mare e reinterpretarli attraverso la tecnologia è un modo per dare vita a capi contemporanei, senza perdere il legame con le mie origini.
Se dovessi dare un consiglio a un giovane designer che oggi vuole approcciarsi al mondo della maglieria d’alta moda, quale sarebbe?
Prima di tutto servono impegno e curiosità. È fondamentale capire come nascono le materie prime, approfondire la costruzione dei punti, conoscere le tecniche della maglieria e imparare a trasformare un’idea in qualcosa di concreto, sapendola anche trasmettere a chi lavora con te, dal tecnico all’ufficio prodotto.
Per fare questo mestiere non basta avere creatività. Servono determinazione, coraggio e una continua voglia di apprendere. La moda è un settore in continua evoluzione e non si smette mai di imparare. Il consiglio più importante che mi sento di dare è di rimanere sempre umili. Solo con l’umiltà si continua a crescere, ad ascoltare e a migliorarsi. È un lavoro complesso, ma proprio per questo regala grandi soddisfazioni a chi affronta ogni giorno con passione e dedizione.
Qual è invece un consiglio che daresti al te stesso di dieci anni fa?
Se potessi dare un consiglio al Mirco di ieri, gli direi di prestare ancora più attenzione alle persone che incontra lungo il suo percorso. Il talento e il lavoro sono fondamentali, ma lo sono altrettanto i rapporti umani e la capacità di scegliere con chi condividere il proprio cammino.
Con il tempo ho imparato che le persone giuste possono aiutarti a crescere, mentre quelle sbagliate possono rallentarti. Per questo oggi credo che sia importante ascoltare il proprio istinto, costruire relazioni sincere e circondarsi di chi condivide gli stessi valori.
Qual è stata la decisione più coraggiosa/ribelle che hai preso finora?
La scelta più coraggiosa che abbia fatto è stata quella di raccontarmi senza filtri, mettendomi a nudo e parlando apertamente di tutto ciò che mi è accaduto, sia nel lavoro che nella vita. Essere ribelle, invece, per me non significa andare contro le regole a tutti i costi. Significa essere determinato, ostinato nel senso positivo del termine, e non smettere di credere nelle proprie idee fino a quando non si raggiunge l’obiettivo. È quella tenacia che mi ha sempre spinto ad andare avanti, anche nei momenti più difficili.
C’è un capo “dei tuoi sogni” che vorresti creare prima o poi?
Sì, c’è. È un capo di alta moda che prende ispirazione dal passato, soprattutto nel fitting e nella costruzione sartoriale, ma che viene reinterpretato in chiave futuristica. Il mio obiettivo è realizzarlo utilizzando un filato tecnico composto da fibre elettroniche, sviluppato insieme a un’università e a un centro di ricerca. Vorrei creare un capo capace di muoversi, interagire con chi lo indossa e trasformare la tecnologia in un elemento di bellezza. Per me rappresenterebbe l’incontro perfetto tra tradizione e innovazione: un progetto in cui luce, movimento e libertà diventano parte integrante dell’abito stesso.
C’è qualcosa di radicalmente nuovo che hai scoperto su te stesso attraverso il tuo lavoro?
LA FOLLERIA.
Qual è la tua più grande paura?
La mia paura più grande è quella di non riuscire a portare avanti ciò che ho costruito con tanti anni di lavoro e di sacrifici, insieme a Gianluca. Con il tempo, però, ho imparato a non lasciare che la paura prenda il sopravvento. Ci sono tre valori che mi accompagnano ogni giorno: la forza, per affrontare le difficoltà; la fede, che mi dà equilibrio; e il credere, nelle persone, nei progetti e soprattutto in me stesso. Sono questi gli elementi che mi aiutano ad andare avanti con serenità e determinazione, anche nei momenti più complessi.
Cosa ti fa sentire al sicuro e cosa ti fa sentire sicuro di te?
A farmi sentire davvero al sicuro è l’amore autentico delle persone a cui voglio bene. Sono poche, si contano sulle dita di una mano, ma sono quelle che fanno davvero la differenza nella mia vita. La mia sicurezza, però, nasce soprattutto da dentro di me: dalla forza di volontà che mi accompagna da sempre. È quella che mi ha aiutato ad affrontare i momenti difficili, a non arrendermi e a continuare a credere nel mio percorso, sia come persona sia come creativo.
Cosa vorresti vedere fuori dalla tua finestra, in questo momento e sempre/per sempre?
La serenità. È il valore che oggi considero più importante e quello che cerco di preservare ogni giorno. Dopo tante esperienze, ho capito che la serenità è il bene più prezioso: è ciò che mi permette di lavorare con lucidità, creare con libertà e vivere con equilibrio. È il traguardo che continuo a inseguire, oggi e sempre.
Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Per me sentirsi a proprio agio nella propria pelle significa vivere in armonia con sé stessi, senza lasciarsi condizionare dai giudizi o dalla negatività degli altri.
Vuol dire conoscersi, accettarsi e rimanere fedeli ai propri valori. Quando riesci a essere autentico e a non perdere la tua identità, ti senti davvero libero e protetto. È questo, per me, il vero benessere: stare bene con sé stessi, indipendentemente da ciò che accade intorno.
Qual è la tua isola felice?
La mia isola felice è un tramonto. È uno di quei momenti in cui riesco a fermarmi, ritrovare pace e ricordarmi quanto sia importante saper apprezzare la bellezza delle cose semplici. Accanto a questo c’è la mia fede: mi piace credere che, ogni giorno, possano accadere piccoli miracoli. È un pensiero che mi dà serenità e mi aiuta a guardare al futuro con fiducia.

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