Margherita Buoncristiani ha il passo di chi è appena entrato in scena e ha già capito come starci. Classe cresciuta a pane e cinema – un padre cinefilo, una madre ballerina i cui tutù diventavano costumi per le sue prime, improvvisate messinscene – l’attrice debutta ora su Netflix con “Minerva – La Scuola”, vestendo i panni di Camilla: una ragazza della Milano bene, viziata e altezzosa in apparenza, spedita da un padre-giudice in un liceo militare per essere “rimessa in riga”.
È un personaggio che sembra l’esatto opposto di chi lo interpreta, e proprio in questa distanza Margherita ha trovato lo spazio per raccontare qualcosa di sé. Durante la nostra chiacchierata, ripercorre la nascita di Camilla e il mondo severo e disciplinato di Minerva – fatto di divise identiche, regole ferree, sentimenti da tenere nascosti dietro gli sguardi – per poi aprirsi a un racconto più personale: il rapporto con il tempo che scorre, il coraggio di non avere un piano di vita già scritto, e quella libertà, tutta da conquistare, di sentirsi finalmente a proprio agio nella propria pelle.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Io sono sempre stata creativa: ricordo che, quando ero più piccina, mi travestivo sempre. Mia mamma faceva la ballerina, quindi nell’armadio aveva dei tutù che io indossavo per poi mettere su delle scene improvvisate davanti ai miei genitori e ai miei nonni, magari copiate da film o serie tv che guardavo all’epoca. Quindi, uno dei primissimi ricordi che ho è questo. Poi, elemento importantissimo, mio padre ha sempre guardato tanti film – mi ricordo che ogni sera se ne guardava uno, quindi sono sempre stata esposta al cinema.


Parlando invece della serie Netflix “Minerva – La Scuola”, il tuo personaggio, Camilla, arriva a Minerva da un mondo completamente diverso, quello della Milano bene, mandata lì dal padre “per essere riformata”. Come ti sei avvicinata a questo personaggio?
Camilla è ribelle, viziata, molto altezzosa, però è un personaggio anche molto solo. Viene spedita dal padre nella scuola per essere messa in riga, perché il suo lato ribelle la porta ad essere un po’ scontrosa nei confronti della vita e di una famiglia completamente assente.
Non è stato facile perché Margherita è l’opposto di Camilla. Se dal mio aspetto esteriore posso sembrare molto sicura di me, in realtà sono molto diversa soprattutto a livello di sensibilità e dolcezza. Tuttavia, sono riuscita a portare questi miei tratti al personaggio durante la serie. Anche se Camilla riserva delle sorprese, avrà un’evoluzione.


Cosa significa per Camilla essere “viziata”? È un’etichetta che il personaggio si porta addosso o è qualcosa che la serie smonta pian piano?
È un’etichetta che ha ma che la serie smonterà completamente. Camilla alla fine si rivela un personaggio buono, comprensivo, con dei sogni, con degli obiettivi, anche lei crede nel valore dell’amicizia, è molto determinata. Entra in gioco con una maschera che piano piano si sgretola e la svela. È stato molto bello interpretare un personaggio che ha ambo le facce e quindi mettere alla prova ciò che sono anche io – le mie emozioni, ciò che mi ha trasmesso Camilla. È un personaggio a cui mi sono affezionata veramente tanto.

“È stato molto bello interpretare un personaggio che ha ambo le facce e quindi mettere alla prova ciò che sono anche io”

Il rapporto con il padre è la ragione per cui Camilla si trova a Minerva. Quanto pesa questa figura, anche solo come assenza, nel percorso del personaggio?
Pesa parecchio perché Camilla ha paura del giudizio del padre, quindi su ogni cosa che fa incombe l’ombra di quello. C’è una scena molto bella nel secondo episodio, che tra l’altro è stata la prima scena che ho girato in tutta la mia vita: un momento molto sofferto in cui Camilla scappa dalla scuola, si ritrova in un bar nei quartieri spagnoli di Napoli, e ha una telefonata col padre in cui dice che non ce la fa più. È un po’ come se lei si arrendesse, in quel momento, e il padre le risponde che se lo aspettava, ed era quello il motivo per cui non aveva fatto tornare indietro l’autista ma l’aveva fatto restare a Napoli, perché lo sapeva che Camilla non ce l’avrebbe fatta. Lì si vede lo sconforto che prova Camilla di fronte al pensiero e del giudizio che ha suo padre su di lei.
Più avanti nella serie, c’è un’altra scena molto bella con, ancora una volta, un dialogo tra Camilla e suo padre e si capisce che lei, rispetto alle prime puntate, è completamente un’altra persona. Cambia il suo modo di vedere il giudizio degli altri, soprattutto quello di suo padre, che all’inizio ha un peso molto importante, ma alla fine conterà di più il suo obiettivo.


Il liceo militare Minerva è un ambiente rigidissimo: niente cellulari, niente abiti civili, niente storie d’amore. Come pensi l’avresti gestita tu, Margherita, una scuola del genere?
La serie rappresenta un contesto scolastico dove ci si confronta con una disciplina molto più ferrea rispetto ai classici licei italiani, e a volte questa cosa è anche portata all’eccesso. Penso che in una società come quella di oggi, in cui tutto è a portata di mano e tutto corre molto veloce, una scuola come Minerva, dove disciplina, ambizione e aspirazione sono al centro e dove ci sono delle regole da rispettare, cose che ad oggi la mia generazione e quelle dopo la mia non concepiscono, ti fa riflettere molto, perché ti fa mettere come priorità cose che durante la vita di tutti i giorni non consideriamo come priorità, perché non siamo abituati a riflettere in tal senso. In questa scuola, ci sono molti momenti di convivialità, amicizia, ci sono temi di vita vera, piuttosto che foto postate sui social e cose simili.
Io come l’avrei affrontata? Sicuramente sarebbe stata dura, perché sono una ragazza molto ambiziosa e determinata, quindi sarebbe stata una grandissima sfida, ma, devo essere sincera, mi sarebbe piaciuto vivere nella vita vera quello che ha vissuto Camilla. Minerva è una scuola in cui non ci sono differenze, tutti indossano la stessa divisa, tutti sono trattati allo stesso modo, tutti rispettano le stesse identiche regole; ovvio, ci sono relazioni umane che si sviluppano all’interno della serie, storie d’amore e di amicizia bellissime, c’è molta umanità, nonostante sia un contesto dove tutto a volte viene portato all’estremo.
Però penso che sei mesi (non di più) dentro una scuola militare potrebbero far bene a tutti, per ridimensionarci un attimo.

“…per ridimensionarci un attimo.”

Concordo, io penso che imparare la disciplina nella vita, in un modo o nell’altro, sia fondamentale, che sia tramite la scuola o tramite lo sport, ci dà una direzione che poi tendenzialmente seguiamo per tutta la vita. Forse la scuola militare è la via più traumatica… ma qualcuno se la meriterebbe! C’è una materia o un’attività specifica del liceo – la tattica militare, la scherma – che ti ha colpito particolarmente durante le riprese?
Noi avevamo un insegnante che è un ex militare, che ci ha insegnato i saluti, la postura, il modo di parlare, il modo di porsi, il modo di indossare la divisa, mettere il cappello, e in generale porsi nei confronti degli altri. Per me, è stata la parte più interessante e più bella, non solo perché non c’è niente di meglio di imparare cose nuove, ma anche perché io non avevo idea di come funzionasse il linguaggio militare o la scherma, perciò è stato molto divertente.


La serie racconta ragazzi “portati al limite” che scoprono cose inaspettate su di sé. Cosa hai scoperto di te stessa tu durante o dopo le riprese?
La vita è un continuo interrogarsi, no? Io penso che il mio personaggio mi abbia ricordato quanto ogni scelta e ogni relazione possano cambiare il percorso di vita di una persona.
Camilla non vuole entrare in una scuola militare, non ci pensa nemmeno, ma poi si rende conto che forse non c’era scelta migliore che potesse fare. La vita è un continuo cambiamento e un continuo interrogarsi su ciò che vogliamo, sui nostri obiettivi, ed è anche un viaggio interiore molto istruttivo.

“La vita è un continuo interrogarsi, no?”

Nella storia, le storie d’amore sono proibite. Come si racconta un sentimento quando è vietato mostrarlo o viverlo apertamente?
Secondo me, anche attraverso gli sguardi. Fin da subito si capisce, infatti, come le varie coppie sono distribuite e cosa succederà, perché gli occhi sono il nostro specchio.




Minerva – La Scuola parla di ragazzi che devono capire se “i sogni che avevano erano quelli giusti per loro”. Cosa pensi possa dire questa storia al pubblico più giovane, ma anche agli adulti?
Direi di non avere fretta. Oggi siamo abituati ad ottenere tutto subito, invece bisogna crederci, essere determinati, avere bene in mente ciò che si vuole raggiungere, però questo non dev’essere un’ansia, non deve trasformarsi in angoscia di raggiungere un sogno o un obiettivo, perché se non si raggiunge allora significa aver fallito. Trust the process e tutto arriva.

“Trust the process”

L’ultimo film/serie che hai letto che ti ha lasciato qualcosa?
“Little Women” – l’ho visto tantissime volte e lo adoro, forse anche per la sensibilità femminile e per quel tipo di personaggi che continuano a vivere nella tua testa anche quando il film è finito. Poi anche i film di Bong Joon Ho che mi piacciono moltissimo, “Her”, “Aftersun”, “Past Lives”, tutti film che mi sono rimasti dentro.



Qual è stato il tuo più grande atto di ribellione?
Bellissima domanda. Forse finora scegliere di non avere un piano troppo preciso della mia vita. Ho sempre fatto fatica a riordinare tutte le mie idee; mi reputo una ragazza con una testa che va velocissima, e anche il mestiere dell’attrice implica dover convivere con l’incertezza, e per una persona che vuole avere tutto sotto controllo è già una piccola forma di ribellione questa. Quindi sto anche imparando a fidarmi di quello che mi incuriosisce e a lasciarmi andare e permettere che alcune cose succedano invece di cercare sempre di prevedere e controllare tutto. Sto rincorrendo un sogno che ho, quello di fare l’attrice, e spero che vada sempre per il meglio, ma il mio più grande atto di ribellione è quello di scegliere di non avere un piano di vita troppo preciso perché you never know.



La tua paura più grande?
Il tempo che passa, non tanto nel senso di invecchiare, però. Come dicevo prima, i miei pensieri corrono velocissimi, così come la mia ambizione, la mia creatività, il mio modo di essere, e nonostante io sia una persona estremamente positiva, il tempo che passa e il pensiero di non riuscire a fare certe cose e poi di pentirmene, è una delle mie paure più grandi.



Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Secondo me significa arrivare alla consapevolezza di essere la versione più giusta per me – e non per gli altri. Accettare che posso essere sicura di me, ma anche fragile, che posso essere felice, ma anche triste, che posso essere socievole, ma anche avere bisogno di stare da sola a volte. Significa sviluppare questa forma di libertà e allo stesso tempo sicurezza, e stare bene con sé stessi; quindi essere la versione giusta per me e non per gli altri, come dicevo.



“essere la versione giusta per me e non per gli altri”


Qual è la tua isola felice?
Nessuno me l’aveva mai chiesto! Non c’è un posto preciso, ma io sono una persona estremamente curiosa, amo viaggiare e quando sono in volo verso una nuova meta da scoprire, mi sento la persona più felice del mondo. Quella magia che si crea quando sono in volo per un nuovo viaggio, è la stessa magia che per me si crea quando sono sul set. Per me è l’emozione più bella che possa provare.
La mia isola felice è il volo in mezzo alle nuvole verso una nuova avventura e, allo stesso tempo, il set.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Augusta Carter.
Makeup & Hair by Stefania Visentin.
Thanks to The Rumors.
LOOK 1
Dress: Twentyfourhaitch
Shoes: Casadei
LOOK 2
Top: la couture
Bikini Top & Skirt: Saleri
Shoes: Coavilla
LOOK 3
Dress: Saleri

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