C’è un campo da tennis al centro di “La Mancina”, ma non è davvero lì che si gioca la partita. Il romanzo d’esordio di Giulia Della Cioppa, edito da Bompiani, racconta la storia di Aleni, una bambina mancina cresciuta all’ombra di un padre che ha già deciso il suo futuro. Un libro sul talento come gabbia, sulla famiglia come campo di forze, sul corpo che porta ciò che le parole non sanno dire.
Durante la nostra chiacchierata, Giulia mi ha parlato di tennis e disciplina, di padri e alleanze impossibili, di cosa significa scrivere restando sinceri. E di come un romanzo, quando è scritto bene, non si esaurisca mai, nemmeno dopo l’ultima pagina.

Il tuo libro, “La mancina”, mi è piaciuto tantissimo. Hai una scrittura veramente stupenda. La mia copia è piena di appunti, di frasi sottolineate.
Avevo paura che fosse solo percepito come un libro sul tennis e che l’aspetto letterario fosse offuscato dal tema sportivo. Però, mi pare che stia avendo una buona accoglienza.
Beh, il tennis spesso nel libro è inteso quasi come un paragone con la vita – come affrontare la vita e come affrontare il tennis sul campo. Che cos’è per te il tennis, personalmente? E cosa ha significato anche scriverne così tanto?
Io ho giocato a tennis per 12 anni. Ho cominciato a 7-8 anni e ho giocato fino alla fine dell’adolescenza; tra i 18 e i 19 ho smesso, quindi la rielaborazione ha riguardato tutto il periodo della crescita e della formazione. Non ho vissuto lo smarrimento adolescenziale che vivono gli adolescenti che devono crescere, che devono capire chi sono e devono anche disobbedire per farlo. Ero un po’ sotto questa campana di vetro, impegnata ad allenarmi, a imparare la disciplina. Il tennis ha significato per me soprattutto questo: lo spostamento su qualcos’altro. Non mi sono dovuta interrogare su chi volessi essere, su cosa volessi diventare, perché in qualche modo lo sapevo già. È stato un luogo simbolico e fisico in cui mi sono misurata con me stessa, ma sempre all’interno di argini, sempre all’interno di alcuni parametri che poi erano gli stessi che mio padre mi aveva indicato.
Questo è il valore che attribuivo al tennis tempo fa. Ovviamente tutto quello che ha generato la relazione con il tennis mi ha permesso di misurarmi con me stessa: ho scoperto che cos’è il fallimento, il sacrificio, la ritualità, la disciplina.


Spesso il padre di Aleni dice che la sua strada è scritta, come se fosse tutto deciso. Penso che questo possa essere per lei un grandissimo peso da portare sulle spalle, quasi come un presagio più che un destino, come se non potesse farci nulla, perché è così e basta. Tu hai mai avuto la sensazione che la tua strada fosse già scritta?
A posteriori dico di sì.
Penso che questa cosa del presagio sia vera, perché è la stessa parola a camminare sottotraccia. Il presagio è qualcosa che si sente, ma che non è visibile, è nascosto, segreto. Penso che così funzionino le volontà che vengono proiettate sui figli, i desideri dei genitori di cui siamo responsabili, così funzionino anche le ambivalenze tra figli e genitori.
La relazione tra Aleni e suo padre si basa sul concetto di alleanza: Aleni non può sottrarsi a questa promessa, perché il padre è l’unico che le riconosce un’unicità, l’unico che la riconosce come un essere speciale. Per questo Aleni non intende rinunciare a quest’unico sguardo, perché dall’altra parte ha sua madre che non solo non la riconosce, ma non la vede proprio, la ignora. In questa promessa però c’è una dinamica ricattatoria.
C’è una cosa che ho capito dopo aver scritto questo libro: è molto più facile prendere le distanze da figure genitoriali con cui c’è conflitto, che prendere le distanze da una figura alleata, perché in quel caso significa davvero deludere, significa sottrarsi a qualcuno che crede in te. Penso che questo sia il rapporto che i due hanno, e se non l’avessi conosciuto sulla mia pelle non avrei potuto scriverne.


“C’è una cosa che ho capito dopo aver scritto questo libro: è molto più facile prendere le distanze da figure genitoriali con cui c’è conflitto, che prendere le distanze da una figura tua alleata…”

Io penso che, come figli, la cosa più difficile – che è stata una rivelazione per me tanti anni fa – sia rendersi conto che i genitori sono anche delle persone. A volte è difficile, per come ci è stata spiegata la vita quando eravamo piccoli, o per come ci immaginiamo le cose, capire che il papà non è solo un papà, ma è una persona che fa i suoi errori, che distrugge, che fa esattamente errori come noi. Allo stesso tempo mi sono chiesta se Aleni questa cosa la stesse capendo o meno. Perché a volte i genitori li chiama mamma e papà, a volte li chiama con i loro nomi. A volte sembra quasi fredda, molto diretta, vede le cose esattamente per quello che sono, non usa tanti fronzoli quando descrive sua mamma, ma lo fa in modo secco, come se fosse abituata, come se dicesse: “così è”. Allo stesso tempo poi ha questo rapporto col padre, questi momenti di tenerezza quando sono fronte a fronte – cose che fanno capire che in qualche modo anche lei, anche se con consapevolezza, lo idealizza, perché c’è questa alleanza di cui parlavi tu.
Grazie di aver notato tutto questo, perché in effetti c’è un doppio piano: da una parte l’innocenza, dall’altra la consapevolezza. Il romanzo comincia con Aleni che ha nove anni, però si sente che la voce non è di una novenne. C’è questo alternarsi tra l’innocenza, la tenerezza, e uno sguardo lucido, ma anche inconsapevole, perché lei osserva quello che è.
Io penso che in questo libro le emozioni passino attraverso il linguaggio corporeo. Spesso racconto come lei si sente fisicamente, e tutta l’emotività viene espressa attraverso il corpo. E quindi c’è questa sovrapposizione di due piani: il tempo presente che riguarda l’infanzia, la relazione con la sua parte più infantile; e dall’altra parte la consapevolezza, questo sguardo lucido che sembra quello di chi riflette sulle cose. Questa cosa è venuta scrivendo, non è qualcosa che ho scelto di integrare: avevo bisogno di entrambi gli sguardi.
D’altra parte, penso che Aleni – che parla in prima persona, ma è una prima persona che non è calata nelle cose, che non cade in quello che vive, ma è sempre “io vedo, io faccio, io sento” – sia un io che è distante da quello che c’è. Non mi serviva la terza persona, un narratore onnisciente: volevo che il punto di vista fosse il suo. Avevo bisogno di una prima persona che mettesse però una distanza. Nel romanzo c’è tutta questa parte di ripiegamento: lei è dimessa, sembra guardare le cose non solo con distanza, ma anche con evitamento. È un personaggio che nel primo ciclo mestruale scopre il pudore, scopre che quello è il momento in cui la relazione con suo cugino, comunque costretta e destinata a modificarsi, cambia. Attraverso il cugino lei esplora la sessualità, in modo quasi animale, non erotico, in modo curioso. Poi, crescendo, va in accademia, incontra delle persone, e rifiuta il desiderio, ne sta alla larga. Una ragazzina che si protegge dal desiderio è una ragazzina che ha bisogno di elaborare, che soffre.


Prima hai detto una cosa che mi ha fatto pensare: hai detto che suo padre è l’unico a vedere questa cosa di lei. Io ho pensato, correggimi se sbaglio, che forse il motivo per cui la madre è così arrabbiata col padre è che lui ha preferito credere nel talento della figlia piuttosto che nel talento suo, della sua pittura.
La cosa che mi piace molto dei libri, e poi del discuterne con le persone, è che i personaggi prendendo forma e vita, si comportano in modi che non necessariamente sono quelli “giusti”. Mi piace molto che tu dica così, perché offri alla storia un’altra interpretazione.
Non lo so in realtà, perché il rapporto tra i due di subalternità, in cui la madre è profondamente dominante e il padre è molto succube, potrebbe anche contenere la nostalgia di qualcosa di mancato. Però mi sembra che sia più vero il contrario: che il marito brami di essere riconosciuto dalla moglie in qualche modo, anche solo apprezzato per quello che è – che è esattamente ciò che lei non fa, e non fa nemmeno con la figlia. Marina vuole per la figlia ciò che è giusto, mentre Nico combatte con la madre, per ciò che desidera lui.
Alla fine, penso che quando scrivi un libro, lasci la storia in mano nostra, e quindi si trasforma anche in mille altre cose.
È così. In effetti è la cosa che preferisco.
Mi stupisce sempre quando parlo con le persone e mi dicono “ma lui ha fatto così, è per questo”. Ciò significa che il testo lascia abbastanza spazio al lettore per immaginare e per creare il suo mondo, il suo immaginario. Le narrazioni bidimensionali non lo permettono. Invece, è necessario lasciare spazio al lettore.
Leggevo degli articoli su quanto è cambiato il nostro modo di leggere e su quanto la lettura sia una cosa in realtà privata, che prevede un ordine del tempo molto diverso da quello a cui siamo abituati adesso. L’informazione è veloce, manca l’approfondimento, il modo di leggere sta cambiando profondamente anche la nostra capacità di tenere alta l’attenzione. In questo senso, la lettura di un romanzo rompe completamente l’ordine temporale a cui la società ci sta abituando – è un momento di grande rivoluzione per i lettori e le lettrici, per le nuove generazioni che devono relazionarsi al libro come oggetto fisico. Secondo me è una responsabilità e anche un atto di protezione.
Vedremo in che direzione andrà la letteratura, se ci saranno nuovi modi. Il libro continua a richiedere uno spazio privato. Forse è anche per questo che amo così tanto leggere. Devo trovare il tempo e lo spazio per farlo – a volte ci sono cose che leggo anche in metro, però la maggior parte delle volte amo leggere a casa.


“Vedremo in che direzione andrà la letteratura, se ci saranno nuovi modi. Il libro continua a richiedere uno spazio privato”.

Io amo leggere a letto: mi sembra di essere ancora più esclusa, più protetta da tutto. E questa cosa che mi hai detto mi ha fatto pensare a quel festival in Canada in cui hanno proiettato dei film a velocità x1.5. Questa cosa mi ha terrorizzato.
Incredibile andare contro il tempo a cui siamo naturalmente inclini! Perché nessuno chiede di rallentare, piuttosto? Nei messaggi vocali, non puoi andare a x0.5, puoi solo andare da x1 in su. Mi sembra che la direzione in cui stiamo andando sia chiara. Sono tempi bui, difficili. Sto leggendo i quaderni di Simone Weil, che è una filosofa che mi piace molto e che ripensa il sacro e che attribuisce molta importanza al lavoro e alle sue logiche. Dice: “Non potevate nascere in un’epoca migliore del presente, in cui abbiamo perso tutto”. Ho ripensato molto a questa frase, è un momento difficile e quindi anche di rivoluzione, anche fertile.
Quando ho scritto il libro, abbiamo scelto di intitolarlo “La Mancina” non soltanto perché Aleni è mancina – il che significa che le viene riconosciuto un talento banalmente tecnico –ma perché questo aspetto del mancinismo riguarda tutta la marginalità del mondo. È un romanzo sull’addomesticamento e sulla successiva riappropriazione della selvatichezza. Il mancinismo, insomma, riguarda soprattutto questo aspetto sinistro: lo stare al margine, l’utilizzo delle caratteristiche animali. Il fatto che le avversarie che incontra Aleni siano tutte descritte con sembianze animali è stata una scelta abbastanza naturale, perché ho assorbito molto di quello che ho letto da Anna Maria Ortese. Il realismo magico e tutto il simbolico animale per me rappresentano le categorie indifese; quindi, rientrano in quell’aspetto sinistro del mondo, in quella marginalità, in quella dimensione acentrica che voglio rappresentare come autrice, e da cui mi sento rappresentata.

Infatti, questa è una domanda che volevo farti. Lei dice a un certo punto che il dono della metamorfosi nelle persone è la cosa che più le piace guardare. Pensi sia anche perché anche lei vorrebbe cambiare ma non ci riesce mai del tutto? O pensi che alla fine ci sia riuscita, a modo suo, a fare questa metamorfosi?
Penso di sì, penso che lei si senta probabilmente così, che ci sia una natura in evoluzione, che si senta una persona in grado di cambiare. Penso che ci siano persone inclini al cambiamento e sono le persone che preferisco, quelle con cui ho le relazioni più profonde. Quelle che ho visto in un certo momento e che dopo sei anni erano completamente nuove: avevano altre passioni, avevano cambiato sembianze, si erano rivoluzionate. Sono persone che temo anche di più, in qualche modo. C’è questa frase di Joan Didion a cui penso spesso: “Mi sento estranea a molte delle persone che sono stata.”
E questa cosa della metamorfosi, del divenire, dello stare sempre nella mutazione mi è molto cara. Ho fatto un percorso di studi che indagava proprio questo: la mia tesi riguardava il divenire-animale.


Poi, come dicevi anche tu prima, quando si tratta di Aleni si parla molto della fisicità, del dolore, dell’andare avanti nonostante tutto, che è una cosa che si sa degli sportivi, ma poi vederla scritta e ragionarci davvero è ancora più di impatto, secondo me. Una cosa che mi ha fatto sorridere, perché ci ho pensato anch’io, l’ho provato anch’io da piccola, è che lei a un certo punto dice: “Penso che non sia poi così tragico farsi male.” Mi ricordo di dolori semplici, di quanto a volte sia quasi “bello” farsi male e sapere da dove viene il dolore che stai provando. Magari ti sei rotto un dito e da quel dolore arriva una coccola, un’attenzione in più. A volte la mia sensazione era che per Aleni fosse quasi rincuorante soffrire: “So da dove viene, non è una cosa che devo ricercare, la cura è questa, e l’amore è questo.” Mi sembrava molto bello.
Il sacrificio fisico è esattamente così. Il sacrificio fisico e la stanchezza controllata nello spazio del campo mettono in atto esattamente questo processo: il sacrificio, il dolore, poi l’appagamento che viene dal riposo. Penso che la fatica fisica ci gratifichi, in qualche modo.
Trovo che la disciplina sia qualcosa di virtuoso, non perché ci siano delle cose che dobbiamo imparare perché questo ci porterà a raggiungere gli obiettivi. No: la disciplina è sganciata da tutto. Fare delle cose ripetutamente diventa gratificante. Almeno lo è stato per me. Adesso che ho 30 anni e non gioco più a tennis da molto tempo non faccio niente di diverso rispetto a quello che facevo quando mi allenavo. Ho cambiato semplicemente il luogo e l’oggetto. Ho scritto “La Mancina” in due anni e mezzo, la prima stesura in quasi un anno. Mi svegliavo alle 7 di mattina e scrivevo fino a mezzogiorno, tutti i giorni. Mi occupavo un po’ del corpo, poi il pomeriggio facevo un po’ di editing. Questa cosa della ritualità è qualcosa che mi appartiene, che ho forse imparato dal tennis.
A proposito della corporeità: l’altro giorno ascoltavo un workshop di una scrittrice che parlava del dualismo mente-corpo, del fatto che gli scienziati siano ancora riusciti bene a risolvere questa visione cartesiana della vita. Siamo abituati a pensare alle emozioni come qualcosa che non c’entra niente con la corporeità – le emozioni, i pensieri, i sentimenti, li separiamo dal correre, dal mangiare, dal camminare. Ma il corpo è il primo canale, è l’unico canale che abbiamo per sentire tutto questo. Il pensiero è una cosa che non si può separare dal camminare, dal vivere, dall’incontrare, stringere, toccare. Il corpo è l’unica cosa che abbiamo.

“Il corpo è l’unica cosa che abbiamo.”

Un’altra cosa di cui sono molto curiosa è il rapporto con Dio, con la religione. Sembra quasi un personaggio nel libro, dalla croce di lei, dall’episodio in cui la mamma dice al padre di chiedere aiuto, e ovviamente intendeva aiuto psicologico, mentre lui l’aiuto diceva di averlo trovato in Dio. C’è quasi un lasciarsi andare in tutto ciò, e poi c’è anche un riconoscere che è quasi una follia pretendere di risolvere qualcosa affidandosi solo a Dio. Ero molto curiosa.
Conosco in prima persona questo tipo di relazione con la religione. Sono cresciuta in un paese di 1800 abitanti in cui aleggiava sulle nostre teste un’imposizione cattolica, nella forma del qualunquismo religioso, una visione profondamente bigotta.
Invece, per scrivere il romanzo ho osservato la relazione che mio padre aveva con la religione – ovviamente quello che ho scritto non è accaduto davvero, ma sarebbe potuto accadere –. Ho cambiato e ho inventato delle scene, ma la natura dei personaggi la conosco. È un approccio fatalista e anche scaramantico, questo dell’utilizzare la religione per avere qualcosa, farne un rapporto utilitaristico. Il padre di Aleni si serve di questo, dice che Dio ha scelto, Gesù ha scelto. E lei lo mette in discussione, ma d’altra parte ogni tanto ci crede. Questa ambivalenza è la stessa che riguarda la relazione con suo padre: lo critica, lo osserva da lontano, però non riesce a dirgli no, non riesce a non pulirgli le spalle, a non andare verso di lui, a non regalargli il trofeo…
In questo libro penso che la religione prenda, per alcuni versi, la forma della predestinazione, ma assume anche il ruolo di un potere punitivo, normativo. Questi sono gli aspetti più difficili da combattere culturalmente: la normatività, l’aspetto della punizione, del senso di colpa in cui siamo cresciuti.


Prima abbiamo detto che Aleni ha difficoltà a parlare delle sue emozioni, non si sviscera tanto, e lascia molto spazio a noi lettori. Però, c’è un punto in cui fa un elenco di cose di cui ha paura, anche che non appartengono strettamente al campo delle emozioni, però c’è la paura. C’è stato qualcosa di cui hai avuto paura mentre scrivevi il libro?
Bella domanda. Sì, prima di tutto avevo paura di non essere sempre sincera, che non sgorgasse tutto da fonte autentica. E so che per capirlo ci vuole distanza, lucidità, e ci vogliono persone fidate che te lo dicano.
Era la mia prima prova con un romanzo lungo, quindi avevo anche paura della lunghezza, del respiro. D’altra parte sapevo che volevo raccontare questa storia. Ho un approccio abbastanza libero alla scrittura, almeno fino ad ora, spero che non cambi. Per scrivere questo romanzo sono partita dai simboli: sono partita da un recinto e dalle caratteristiche che riguardano il tennis – le righe, gli angoli, le geometrie, le specularità, tutto quello che rientrava in quell’ordine. Da qui sono partita, non avevo pensato a niente, non conoscevo la storia, non sapevo dove mi avrebbe portato, non sapevo in che direzione volessi andare. Pensavo di voler scrivere di tennis, ma stavo scrivendo di mio padre – non avrei potuto farlo se non attraverso il tennis.
Tornando alle mie paure, la paura maggiore era appunto non sapere bene in che direzione stessi andando. Ma era anche la cosa che mi permetteva di continuare a scrivere, con gioia e anche con dolore, perché lo scrivere è un investimento corporeo, è un’esperienza fisica. E poi ovviamente avevo delle paure legate a come sarebbe andato il libro, era il mio secondo romanzo, non ero più così giovane, avevo paura che andasse male.
Quello che mi interessa è che qualcuno mi garantisca un contratto per poter scrivere quello che voglio, perché questo significa legittimarmi, riconoscermi come autrice. E penso che il riconoscimento passi attraverso gli altri.


Io credo che una persona quando si approccia a un libro sa a cosa va incontro. Dal momento in cui ho avuto il libro, ho capito benissimo cosa avessi in mano. E infatti non è un libro che ho letto divorandolo. L’ho letto con più calma, mi fermavo a pensare. È un libro che ho letto con più attenzione del solito, perché sentivo che c’erano tante cose su cui soffermarmi e che non era uno di quei libri da leggere in metro. E adesso parlando con te è come se avessi fatto una seconda rilettura: hai messo a fuoco alcune cose che altrimenti io avevo solo intravisto, o di cui non mi ero accorta.
Ne sono molto contenta. Ogni volta che ne parlo vengono fuori cose nuove, anche da me stessa. Nell’incontro con i lettori nascono sempre nuovi spunti. Trovo altre piste, e mi sembra che il libro non si esaurisca mai. Che è poi il desiderio di un autore.




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