Ci sono lettori che divorano libri. E poi ci sono quelli che li abitano.
Io appartengo alla seconda categoria: quella delle persone che, quando un romanzo finisce, sentono una specie di piccolo lutto privato. Per questo rimando sempre l’ultimo capitolo. Lo lascio lì, intatto, come quei preziosi servizi di porcellana il cui utilizzo si rimanda sempre “al momento giusto”. Non perché il libro mi stia annoiando – il contrario. Perché mi sta piacendo troppo. E chi ama davvero leggere conosce benissimo quella paura sottilissima: chiudere un libro significa anche salutare una versione di sé che esisteva soltanto dentro quelle pagine.
Il mio è un modo di leggere quasi sentimentale, ma senza romanticismi facili. Un modo intenso, fisico: io sono la lettrice che si affeziona ai personaggi come a persone incontrate nel momento giusto della vita.

Se un libro mi prende particolarmente, percepisco un bisogno immediato di parlarne con qualcuno, anche a costo di raccontarlo tutto, pagina dopo pagina, fino a trasformare, per esempio, il mio povero fidanzato in un gruppo di lettura involontario. Lui dice che gli piace ascoltarmi, e probabilmente è vero: perché quando qualcuno parla di un libro che ama davvero, non sta solo raccontando una trama, sta raccontando sé stesso.
Poi, ho un grosso difetto che fa di me una lettrice piuttosto ostinata: se inizio un libro, lo finisco. Sempre. Anche quando fa male, anche quando rallenta, anche quando capisco a pagina 50 che non sarà il libro della mia vita. Perché per me leggere è una relazione seria: non si abbandona qualcuno a metà frase.

“Perché per me leggere è una relazione seria: non si abbandona qualcuno a metà frase.”
Forse è anche per questo che il Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 mi incanta così tanto quest’anno. Il tema scelto – “Il mondo salvato dai ragazzini”, preso da Elsa Morante – sembra parlare proprio ai lettori come me, che continuiamo a credere nella letteratura come in una forma di salvezza emotiva, non pratica. Una salvezza minuscola, quotidiana: trovare il libro giusto nel momento giusto. In fondo è questo che mi aspetto davvero dal Salone 2026: non soltanto di comprare libri (tanti libri), ma di uscire dal Lingotto con nuove ossessioni, nuovi personaggi da perdere, nuove frasi da sottolineare mentre sono in metro, nuovi autori da inseguire per anni come si inseguono certe canzoni malinconiche.
Come ogni anno, mi perderò tra gli stand delle case editrici indipendenti più che tra quelli enormi e affollati. Cercherò quel romanzo realistico e spietato, precisamente emotivo, che sembra scritto spiandomi dalla finestra, oppure un libro totalmente surreale, straniante, onirico, che fa sembrare normali anche le cose più assurde e che mi fa staccare completamente la spina della mia vita. Io, infatti, amo gli estremi: il realismo che taglia e l’immaginazione che consola.

Immagino già gli incontri che potrebbero lasciarmi addosso qualcosa. Magari Zadie Smith, che terrà la lezione inaugurale sull’adolescenza e sugli estremi emotivi della giovinezza; oppure David Grossman, uno di quelli che raccontano l’amore come piace a me, senza renderlo mai troppo innocuo. E speriamo Emmanuel Carrère, Irvine Welsh, Alessandro Baricco: autori diversissimi, ma tutti capaci di costruire personaggi che restano addosso come ex fidanzati per un motivo o per l’altro difficili da dimenticare.
Forse succederà di nuovo quella cosa lì: tornerò a casa con una borsa troppo pesante, il portafoglio un po’ più leggero e la sensazione felicissima di avere davanti mesi di vite nuove da vivere.


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