C’è un tipo particolare di scrittrice che costruisce mondi non dall’esterno verso l’interno, ma dall’interno verso l’esterno. Julia Armfield parte da una sensazione, una texture, un disagio, e lascia che l’architettura della narrativa cresca attorno a tutto questo.
Dopo il romanzo d’esordio “Le nostre mogli negli abissi” – storia straziante d’amore, perdita e degli abissi insondabili che si aprono tra due persone – Julia torna con “Riti Privati” edito da Mercurio, un romanzo inesorabile come la pioggia. Ambientato in una Gran Bretagna del prossimo futuro che affonda lentamente sotto un diluvio senza fine, segue tre sorelle distanti riunite dalla morte del padre: un evento silenzioso, quasi incidentale, sullo sfondo di un mondo che finisce in sordina. La cosa straordinaria è che Julia non è interessata all’apocalisse come spettacolo. È interessata a quello che le persone fanno nel frattempo: come vanno al lavoro, litigano per un’eredità, si deludono a vicenda, si amano male, e tengono la televisione accesa.
Abbiamo parlato con lei di simboli e silenzi, dell’elemento che torna sempre nelle sue storie – l’acqua – e di case che sembrano creature, e di orologi che corrono in anticipo sui vivi. Julia si è rivelata calorosa, precisa e sottilmente ironica: esattamente, indovinate un po’, come i suoi libri.

L’acqua è chiaramente un elemento centrale nei tuoi libri, spesso associato alla distruzione o a una qualche forma di fine. Cosa rappresenta per te?
Me lo chiedono spesso, il che è interamente colpa mia – la gente fa notare che ci ho scritto sopra due libri, e anche gran parte della mia raccolta di racconti la affronta. Non era una scelta del tutto consapevole, ma dopo che me lo avevano fatto notare abbastanza, ho cominciato a chiedermi cosa stessi davvero facendo con quell’elemento, da dove venisse, cosa simboleggiasse.
Ho capito che gran parte dei media lesbici che mi hanno formata da giovane ha una presenza forte dell’acqua. I romanzi di Sarah Waters – molti sono ambientati vicino al mare, non sempre in modo centrale, ma è lì, sempre sullo sfondo. I film di Céline Sciamma: Ritratto della giovane in fiamme è ambientato sul mare, Naissance des pieuvres parla di nuoto sincronizzato. E anche certi testi più problematici della cultura lesbica britannica, come questo pessimo telefilm chiamato Sugar Rush che guardavamo tutte, era ambientato sul mare. Quindi, quando ci pensi, c’è moltissimo di tutto questo. Qualunque cosa si respira, prima o poi la si espira, suppongo.
Ma ho anche iniziato a riflettere su cosa stessi effettivamente facendo con l’acqua come strumento narrativo. Su un piano puramente pratico, è un simbolo molto utile per le cose che mi interessano di più: l’instabilità, la liminalità, l’idea di essere una cosa in superficie e qualcosa di completamente diverso al di sotto – che penso sia centrale nelle esperienze queer di cui voglio scrivere. Sotto questo aspetto mi è diventata molto preziosa. Detto questo, se lo faccio ancora, la gente comincerà a chiedersi se sto bene [ride]. La prossima volta dovrò assolutamente cambiare.
Il fuoco?
Esatto! Prima la neve, poi il fuoco. Ma non c’è un “alla fine”, quindi non puoi dirlo alla gente. Anche se tutto questo è off the record, ovviamente – è praticamente un trailer del mio prossimo libro, perché ora sto scrivendo di montagne e neve. Ho la sensazione di aver infilato un’anteprima involontaria proprio nel finale di questo.
Nella prima pagina del libro scrivi di una macchia grigia lasciata da un oggetto, “il fantasma di quell’oggetto”, prima osservata con curiosità e poi ignorata. Qual è l’ultimo oggetto che hai guardato così, e poi buttato via?
Dio, che bella domanda, non me l’hanno mai fatta. Ci siamo appena trasferiti, quindi in un certo senso: tutti i miei oggetti. Ma c’è qualcosa di interessante lì dentro, no? Gli oggetti vibrano di scopo e significato, il più delle volte, e non sai sempre perché.
Mentre facevamo i bagagli ho trovato una scatola da scarpe piena di cose che avevo ritagliato e attaccato alle pareti della mia stanza in vari momenti della vita, in un periodo in cui stavo deliberatamente cercando di non essere lesbica. È piena di immagini di moda, sempre immagini di donne. In sostanza avevo tappezzato le mie pareti di fotografie di donne. Non ho ancora buttato quella scatola, non ce l’ho fatta. Ma sì, è interessante.
Sempre nell’introduzione, dici che a volte il buio può essere più gentile della luce. Ti capita di desiderare di guardare le cose attraverso il filtro dell’oscurità?
Credo di sì. Troppa luce è quello che abbiamo sempre, adesso – ci è richiesto di guardare tutto, continuamente. Viviamo in uno stato in cui ogni notizia ci viene lanciata addosso senza pausa, e non penso che troppa luce equivalga a troppa chiarezza. Siamo sempre così schiacciati contro tutto quello che accade da non avere spazio per contestualizzare, né per reagire. Quindi sì, non necessariamente il buio – ma certamente dello spazio è quello di cui a volte abbiamo bisogno.

“Viviamo in uno stato in cui ogni notizia ci viene lanciata addosso senza pausa, e non penso che troppa luce equivalga a troppa chiarezza.”

Descrivi spesso le case come se fossero persone o creature. Com’è la tua casa? Che tipo di creatura sarebbe?
Ci siamo trasferiti a dicembre, quindi la mia casa è… un uomo molto, molto alto con la testa fredda. È proprio così. Viviamo in cima a un palazzo vittoriano, e la maggior parte degli edifici nel Regno Unito fu costruita nel XIX secolo, quando il clima era molto diverso – quindi d’estate si soffoca e d’inverno si gela. Abbiamo delle bellissime finestre originali, e io ho sempre freddo perché disperdono tutto il calore. Ecco lui: un essere che perde calore in modo perpetuo.
Ho trovato molto interessante che Agnes vada a nuotare e sembri essere l’unico personaggio capace di trovare qualcosa di buono nell’acqua. Cosa pensi che ci veda?
Credo che in quella prima scena del nuoto, Agnes stia vivendo la mia stessa reazione all’acqua – l’idea di accedere a un diverso flusso di pensiero. Non so se ti succede, ma molte persone descrivono qualcosa di simile con la corsa. Per me, il nuoto mi dà accesso completo a un canale diverso del cervello. Penso abbia a che fare con il fatto che il corpo è così completamente slegato dalla realtà ordinaria: sei in uno stato che non ha nulla a che fare con l’essere su terreno solido. In piscina riesco a pensare ai miei romanzi in un modo che quasi nessun altro posto mi consente. Riesco a pianificare, a lavorare attraverso le idee, superando la dura barriera del dover stare nel presente. Quindi in Agnes, in quel punto del libro, ho messo molta della mia esperienza personale.
Di solito quando penso all’acqua mi immagino qualcosa di calmo e infinito, ma con questo libro mi sono sentita claustrofobica. Quando ho letto i primi due capitoli ho dovuto posarlo – mi ha davvero angosciata. Immaginare un mondo di pioggia costante, di case che affondano lentamente… L’atmosfera è straordinaria.
Grazie. Adoro sentirlo.


Sono stata molto colpita dal fatto che la città diventi una sorta di protagonista, con una propria voce. Il momento in cui dice “ricorda il mondo com’era” – ti è mai capitato di pensare al mondo com’era una volta?
Sì. Sono cresciuta negli anni Novanta, e credo che sia quello che facciamo tutti. È difficile non farlo, perché come generazione abbiamo vissuto sull’orlo di così tante trasformazioni. C’è qualcosa di peculiare nell’essere forse l’ultima generazione che ricorda il mondo prima di internet, prima degli smartphone – tutto quello.
Eppure, penso che in un certo senso sia un modo di pensare piuttosto regressivo, perché è molto facile immaginare che qualsiasi epoca prima della nostra fosse migliore, e non credo che sia mai davvero così. I diritti avanzano. Le cose avanzano. Ma è strano aver vissuto quella che veniva chiamata la fine della storia – quell’idea degli anni Novanta, dopo la Guerra Fredda, che fosse arrivato un nuovo ordine mondiale e che tutto sarebbe stato tranquillo. E poi è arrivato l’11 settembre, e si è capito che non era mai vero. Credo che le persone gay lo abbiano sempre saputo, che la fine della storia non esistesse davvero. Le persone emarginate hanno sempre saputo che la fine del conflitto e dell’oppressione era un’illusione. Quindi è molto facile guardare agli anni Novanta come a un’epoca favolosa e serena in cui andava tutto bene – ma in realtà non andava bene per la maggior parte delle persone. È interessante, però, come noi millennial siamo condizionati a pensarla così.
La città descrive il vivere come qualcosa di estenuante – come se il mondo, persino nei suoi ultimi momenti, fosse diventato troppo. Dice: “siamo annoiati oppure troppo occupati, ma in realtà non c’è più tempo né per l’uno né per l’altro.” Allora, per cosa pensi che ci sia ancora tempo?
Credo che ci debba essere ancora tempo per la solidarietà tra le persone. La disperazione è un privilegio – capisco perché la gente la provi, soprattutto dato come ci sembra di vivere adesso, e il libro non è altro che un’esasperazione di tutto questo. Ma c’è ancora moltissimo spazio per la solidarietà e la comunità, e credo che debba essere l’unico senso del continuare a provarci.

“Credo che ci debba essere ancora tempo per la solidarietà tra le persone.”

Quando sono al Molde, Agnes nota che l’orologio nella stanza è avanti. È una metafora per la morte che ci precede sempre di un passo – oppure significa che la morte semplicemente non si cura del tempo, perché prende quello che vuole comunque?
Dio mio, che lettrice straordinaria. Sai, è quello che trovo così meraviglioso nella scrittura: una volta che un libro mi ha lasciata, non è più interamente responsabilità mia. Ci sono cose che non avevo inteso consciamente, e trovo così generativo vedere quello che i lettori scoprono – perché quella è davvero una lettura intelligente di qualcosa che non ho messo lì deliberatamente. Ed è proprio questo il punto, credo. Leggere e scrivere devono essere atti collaborativi. Non ho mai capito quel tipo di scrittore che insiste che quello che il lettore ha trovato non era quello che intendeva – ovviamente con certi limiti, se qualcuno trae qualcosa di terribile da qualcosa che non intendevi in quel modo, è diverso, ma per me è sempre così interessante. No, non l’avevo inteso. Stavo solo… andando a istinto.
Andavi a istinto – ma funziona.
Funziona! E credo che sia proprio questo il punto.


A volte quando i personaggi muoiono nel libro si percepisce una sorta di indifferenza, come se il mondo si fosse abituato a sentire solo brutte notizie. Pensi che stiamo perdendo progressivamente l’empatia?
Penso che stiamo perdendo tempo e spazio. Una delle cose di cui questo libro è sempre stato centrale, per me, è la pressione estrema del capitalismo in fase terminale – l’idea che nessuno abbia tempo di reagire a nulla. Nessuno ha tempo di reagire a una catastrofe, a un disastro, a una morte, perché tutti devono andare al lavoro e pagare l’affitto. Ti intrappola in uno spazio in cui non c’è tempo per resistere a nulla, e questo è in ultima analisi l’obiettivo: rinchiuderti in un posto completamente individualistico dove ti importa di te, forse della tua famiglia, e basta. Ti impedisce di riuscire a reagire alla catastrofe che ti circonda. Quello che stavo scrivendo era un’estensione di tutto questo.
Ci sono molti momenti bellissimi con le tre protagoniste da sole – ma non appena due di loro si trovano insieme diventano quasi odiose l’una con l’altra. Forse la famiglia tira fuori il peggio di noi, o forse diventiamo chi la nostra famiglia ci ha detto di essere quando siamo vicino a lei.
Sì – credo che la famiglia tradizionale sia una trappola. Un nesso di torture che costringe le persone a ripetere gli stessi comportamenti all’infinito. Ci vuole un tipo di persona molto coraggioso e specifico per uscirne. Questo è un romanzo sulle strutture imposte – la struttura del capitalismo, la struttura della famiglia, tutte queste scatole in cui ti ritrovi. Ed è per questo che conta anche l’immagine della casa: è qualcosa dentro cui sei, che pretende di tenerti al sicuro, ma che in realtà ti trascinerà con sé sott’acqua.
C’è molto, nel libro, su come la famiglia ti congela a una certa età per sempre – su come ricordi tuo fratello o tua sorella com’erano a un’età precisa, su come i genitori vogliano trattarti come se fossi ancora piccolo perché rende la famiglia più tranquilla, rende tutti più controllabili. Appiattisce le persone. Ed è esattamente quello che stavo esplorando.
A un certo punto Irene parla delle cose semplici a cui ha dovuto rinunciare a causa della fine del mondo — come andare a vedere l’ultimo film al cinema. Qual è la cosa semplice che pensi ti mancherebbe di più?
È andare a vedere un film al cinema. Esattamente la stessa cosa. Ci pensavo proprio l’altro giorno: il mio momento preferito, il momento in cui sono più felice, è stranamente non mentre guardo il film, ma mentre guardo i trailer prima. Perché in quel momento posso immaginare che ognuno di quei film sarà il migliore di sempre. Sarò lì con mia moglie e penserò: ho preso così tante buone decisioni nella mia vita.
Lo ricordo molto bene dal COVID – c’erano tante cose spaventose, ma ricordo di aver pensato: se chiudono i cinema, una grandissima parte della vita comunitaria, del modo in cui organizzo la mia vita e dove la vivo, svanisce. E quella cosa mi sembrava terrificante.
Amo molto la domanda che il libro solleva: quando smettiamo di essere prodotti dei nostri genitori, e quando diventa una nostra responsabilità? A volte sembra quasi una scusa per come ci comportiamo.
Sono pienamente d’accordo. Le famiglie ti obbligano a ripetere certi comportamenti, e il trauma, il modo in cui sei stato trattato dai tuoi genitori – tutto questo è una scusa, fino a un certo punto. Ma nel momento in cui cominci a infliggere dolore e trauma ad altre persone, non è più una scusa. È una ragione, certamente – ma da adulti siamo tutti responsabili di noi stessi, e dobbiamo almeno provarci. È anche questo, in buona parte, quello di cui parla il libro: i vari gradi in cui le sorelle riescono o non riescono a liberarsi da tutto ciò.

“Penso che stiamo perdendo tempo e spazio.”

L’assenza delle cose in questo libro è così forte da diventare quasi una presenza. Ti è mai capitato di sentire la mancanza di qualcosa così profondamente da farla diventare una presenza?
Bella domanda. In questo momento probabilmente la mia gatta. Ho una gatta, mia figlia. È bianca, è bellissima, è schifosa, è la mia bambina. Ogni volta che mia moglie è via, dorme sotto il piumone accanto alla mia gamba, come sempre. Ogni volta che sono io a essere via, pensa che la casa non sia sicura, quindi dorme sul cuscino fuori dalle coperte, a fare la guardia davanti alla porta — perché evidentemente non si fida minimamente della capacità di mia moglie di proteggere l’appartamento.
Ma per una risposta più seria: sto leggendo in questo momento il memoir di Siri Hustvedt, Ghost Stories, sulla morte di Paul Auster, e lei racconta come dopo la sua scomparsa continuasse a sentire odore di sigaro, senza capire da dove venisse. Non crede del tutto ai fantasmi, ma crede nelle manifestazioni fisiche che il cervello crea quando si desidera qualcosa abbastanza intensamente. Lo trovo davvero affascinante — non credo ai fantasmi neanche io, ma credo che il cervello e il corpo siano capaci di generare cose straordinarie.
A un certo punto Irene dice che pensa troppo e non vede l’ora che finisca. Ti capita mai di desiderare di smettere di pensare?
Sì, sempre. Irene è la mia preferita – si vede, perché è la peggiore. Ma la amo. La sua rabbia, e poi questi momenti improvvisi di dolcezza inaspettata. E per me era importante darle una compagna che la ami lo stesso, perché credo sia fondamentale mostrare che le persone più difficili da amare possono essere amatissime – hanno sempre le loro ragioni.
Il racconto che ha più o meno lanciato la mia carriera – è nella mia raccolta – parla di cosa succederebbe se non si riuscisse più a dormire. È una storia vagamente fantasy, vagamente horror, sul sonno che abbandona il corpo delle persone e diventa figure separate, e tutti devono vivere svegli. Il vero orrore non è l’elemento soprannaturale — è l’idea di non avere mai un momento di tregua dai propri pensieri. Di non avere mai quelle otto ore di pausa da sé stessi. È un orrore genuino per me, e credo attraversi tutta la mia scrittura. Tendo a scrivere di persone molto chiuse in sé stesse, nevrotiche, e del cervello come una sorta di trappola.
Quando scrivi un libro, vai in profondità dentro te stessa. C’è qualcosa che hai scoperto di te mentre scrivevi questo?
Credo che questo libro parlasse molto di come essere sorella maggiore o minore ti formi nel profondo. Gran parte di ciò di cui ho preso coscienza è venuto attraverso Isla, la sorella maggiore – perché anch’io sono una sorella maggiore, molto riconoscibilmente, con quel senso di dover fare tutto da sola perché non ci si può fidare di nessun altro. E mentre la scrivevo, ho capito che è in realtà un modo di non concedere grazia agli altri. Non dai alle persone l’opportunità di sorprenderti, di prendersi cura di te, di fare le cose che sostieni non sappiano fare. Quindi ho preso molta consapevolezza del mio comportamento attraverso di lei.



Qual è l’ultimo libro che hai letto e che ti è rimasto dentro per giorni dopo averlo finito?
Tecnicamente è quello della Hustvedt che ho appena citato, ma non l’ho ancora finito del tutto, quindi è un po’ un imbroglio. Fammi pensare – ho letto La donna del tenente francese di John Fowles a gennaio, e mi ha rovinata per il resto dell’anno. L’ho posato pensando: non ha senso leggere altri libri. È straordinario. E sono qui a trattarlo come una grande scoperta, quando è stato un bestseller enorme negli anni Sessanta, e tutti mi guardano come a dire “sì, lo sappiamo, ne abbiamo sentito parlare.” Ma è un libro sbalorditivo — un romanzo perfetto. Scritto negli anni Sessanta, ambientato negli anni Sessanta dell’Ottocento, è questo libro stranissimo sul marxismo e su cosa siamo gli uni per gli altri, il tipo di libro che oggi semplicemente non potrebbe essere un bestseller. È stata una vera finestra su com’era il mondo letterario allora rispetto a oggi.


Come riesci a bilanciare lettura e scrittura?
Va e viene. Quando sono immersa in un progetto tendo a tornare sempre alle stesse cose, perché sono molto imitativa. In “Riti Privati” c’è una scena in cui per circa due pagine divento improvvisamente molto divertente – è perché avevo appena letto Greta & Valdin di Rebecca K. Reilly, una scrittrice neozelandese, straordinariamente comico. E poi si vede esattamente quando ho smesso di leggerlo, perché smetto di essere divertente. Quindi tendo a non leggere cose nuove mentre scrivo, perché comincio a imitarle malamente.
Quello che leggo, quando sono nel vivo di un progetto, sono cose che mi aiutano con il ritmo – perché se il ritmo non c’è, non riesco a scrivere. Leggo molto Joan Didion, ancora e ancora. Non le assomiglio per niente, ma il ritmo mi trascina. A volte rileggo Le vergini suicide, a volte Il segreto – anche se meno spesso ormai. Una prosa pulita e ritmica è quello che mi porta avanti.
Penso che la tua prosa sia straordinaria. Ho letto questo libro in un giorno e mezzo e “Le nostre mogli negli abissi”, che non avevo bisogno di leggere per lavoro, è completamente sottolineato.
È davvero bello. Grazie.


Ultima domanda: qual è il tuo posto felice?
L’ho già detto – i trailer al cinema. Quello è il mio posto felice. Io, mia moglie, i trailer, e la gatta in borsa. Tutto lì.

Photos by Luca Ortolani.
Thanks to Mercurio Books.
Book Cover: Art direction by Francesca Pignataro, photo by Francesco Ormando.


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