Ci sono brand che nascono da un’idea e altri che nascono da una persona. SOFIA appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Più che un marchio di borse, è un racconto intimo fatto di carattere, memoria, artigianalità e scelte fatte con il cuore.
Sofia Nardi, la founder del brand, si racconta con sincerità, ripercorrendo l’origine di un progetto che porta il suo nome come un atto di presenza e di responsabilità, e che rivendica il diritto di occupare il proprio spazio senza compromessi. Tra Made in Italy vissuto come relazione umana, slow luxury, amore per il passato e un’idea di stile come estensione dell’identità, emerge una visione della moda che parla prima alle persone e solo dopo agli oggetti. La mia chiacchierata con Sofia è diventata un invito a vestirsi di sé, ad ascoltare quella voce interiore che riconosce ciò che ci somiglia, e a scegliere sempre con il cuore.


Da dove nasce l’idea del tuo brand e cosa ha significato per te lanciare un marchio con il tuo nome?
Ho deciso di chiamare il brand Sofia come si chiama una persona per nome: quando usi il nome, vuol dire che c’è confidenza, che qualcuno fa parte della tua cerchia, quasi della tua famiglia. È un modo per vedere la persona per quello che è davvero, non per il ruolo che ricopre.
Sai, io ho un carattere molto people pleaser – ci sto lavorando adesso, ma per anni ho fatto fatica a prendermi lo spazio che meritavo. Quel continuo “facciamo come vuoi tu”, “va bene così”, “decidi tu”. Con la moda, invece, è sempre stato diverso. È uno degli ambiti di cui mi sono innamorata e in cui non sono mai stata transigente: lì il mio spazio l’ho sempre occupato, senza esitazioni. Per questo mi sembrava coerente dare al mio brand il mio nome.
Ho sempre voluto trasmettere l’essenza del progetto superando tutte le barriere. Il negozio fisico mi emoziona tantissimo: parlare con le persone, raccontare i capi, ascoltare le loro reazioni, o anche solo vedere qualcuno fermarsi davanti alla vetrina e dire “che bello questo modello” mi dà una soddisfazione che poche altre cose mi danno.
In fondo, scegliere Sofia era un modo per arrivare più facilmente al cuore e alla personalità delle persone. Volevo che si affezionassero prima alla persona che al prodotto. Da qui nasce anche l’idea che ogni modello abbia qualcosa che rimanda alla mia vita, alla mia storia.


Stavi accennando ai principi del tuo progetto. Uno dei mantra del brand è wear oneself: il coraggio di vestirsi dei propri alter ego. Qual è il messaggio che vuoi che una donna percepisca quando entra in contatto con una delle tue borse?
Ciò che dico sempre a tutte le persone che mi chiedono un consiglio sulle mie borse è: deve essere una scelta di cuore. Le mie borse, in fondo, sono piuttosto lontane dall’idea di borsa “pratica”. Sono oggetti che si indossano: hanno una funzione, certo, perché restano borse, ma quello che vorrei davvero è che chi le sceglie lo faccia dopo aver letto la storia del modello, dopo aver capito cosa vuole portare con sé e aver colto il messaggio del brand.
Per me significa prendersi cura del proprio gusto, dei propri interessi, ascoltare la voce che abbiamo dentro: capire perché scegliamo certe cose, perché ci attraggono, e soprattutto non rinnegare ciò che ci piace. Quando qualcosa ti colpisce, è perché dentro di te c’è qualcosa che lo riconosce, che lo sente. Ecco perché le mie borse devono essere una scelta di cuore: ne vedi una, ti piace quella, fine. Che poi dentro ci stiano sette cose o solo tre non è importante. Se ti piace proprio quella borsa, vuol dire che ti sta parlando. Quell’oggetto diventa un’estensione di te, qualcosa a cui ti affezioni e che ha un valore che va oltre l’uso.
Questo si lega anche a un altro tema fondamentale del mio lavoro, il rapporto con il passato. Io impazzisco per gli anni Sessanta e Settanta, ma non solo per un fatto estetico: in quegli anni il valore degli oggetti era completamente diverso. Per comprare qualcosa dovevi uscire, entrare in un negozio preciso, conoscere il titolare, ascoltare il suo racconto. Spesso erano artigiani, e ogni oggetto aveva una storia. Oggi tutto è più veloce, più fluido, e una cosa sembra valere l’altra. Io invece vorrei l’opposto. Se scegli un mio prodotto, lo fai per motivi precisi, e proprio per questo te ne affezioni. Vorrei che una borsa come le mie ti accompagnasse a lungo, che non ti venga mai voglia di metterla da parte, perché è un oggetto che ti piace avere con te, davvero.


“Quando qualcosa ti colpisce, è perché dentro di te c’è qualcosa che lo riconosce, che lo sente. Ecco perché le mie borse devono essere una scelta di cuore: ne vedi una, ti piace quella, fine.”

SOFIA è un brand 100% Made in Italy e utilizza pelle di vitello conciata in Italia. In che modo questa scelta produttiva riflette la tua visione, e quali sono le sfide quotidiane di questa impostazione?
Con tutti i fornitori il rapporto è sempre uno a uno. Se ho bisogno di una pelle specifica, so esattamente da chi andare. Calcola che io sono al telefono con il fornitore tre volte a settimana, lo conosco per nome, conosco la sua famiglia, lui mi racconta i suoi problemi e io i miei. È un rapporto quasi familiare. Il mio fornitore l’avevo conosciuto quando studiavo ancora all’università: mi aveva aiutata a costruire un esame di accessori. Quando ho deciso di dare vita a questo progetto, la prima cosa che ho fatto è stata chiamarlo, e siamo partiti da lì.
Il limite, ovviamente, è che lavorare così, tutto in modo diretto, rende più difficile crescere e scalare. Quando aumentano i volumi diventa complicato essere seguiti in maniera così attenta, e un artigiano non può sostenere infinite gamme di prodotto. Però, per la dimensione che ha oggi la mia azienda, è una condizione meravigliosa: posso parlare con tutti, seguire ogni passaggio. Crescere richiederà uno sforzo enorme per mantenere questo controllo diretto, ma lo dico sempre: sulle borse c’è il mio nome. La mia parola ha un valore e non voglio svalutarla da sola.
Per me celebrare l’artigianalità è fondamentale, perché è qualcosa di raro. Essere riuscita a tenere vivi tutti questi rapporti diretti è un orgoglio enorme, e non vorrei perderlo.


Quando inizi a pensare una borsa, da dove parti? È uno schizzo, un’idea di forma, un colore? Hai un rituale creativo che segui?
I primi modelli erano forme che avevo in testa da tanto tempo. Io disegno sulla carta, ma capisco esattamente cosa voglio lavorando tridimensionalmente: mi metto con carta, scotch e pinzatrice davanti allo specchio e provo. Aggiungo, tolgo, rincollo. Quando viene fuori qualcosa che mi soddisfa, quello è il modello.
La maggior parte dei modelli è nata così. Malaga è la mia preferita. Poi Mariù, ispirata a un modello di mia nonna. Da Mariù è nata Silva. La Cupola e il Cini sono nati tra mille dubbi del costruttivi perché hanno proporzioni e lavorazioni di costruzione abbastanza complessi. Perché, sai, io lavoro su forme rigide, volumi geometrici, non riesco a immaginare una borsa morbida, non fa parte del mio DNA.


“Mi metto con carta, scotch e pinzatrice davanti allo specchio e provo. Aggiungo, tolgo, rincollo.”


Certo e non dev’essere facile “accontentarti” sempre! [ride] Cosa significa per te fare slow luxury oggi, in un mondo che accelera costantemente?
Purtroppo, apparteniamo ad un sistema moda malato (non tutto, ovviamente). Ma la tendenza è spesso quella di correre dietro alla vendita: la creatività inevitabilmente si scontra con il commerciale. Anch’io devo vendere, certo, ma questa impostazione mi permette di continuare a creare cose mie, nel senso che se smettessi di fare quello che mi piace per fare quello che vende, perderei la mia identità. E l’identità è ciò che crea connessione e fiducia.
Il lusso della “moda lenta” è poter sperimentare, introdurre cose nuove, anche rischiando, offrire un prodotto di qualità, artigianale, con una filiera corta, a un prezzo accessibile per quello che è.


Quali obiettivi hai fissato per il brand in termini di sostenibilità (materiali, packaging, circolarità) e quali sono per te i prossimi traguardi?
Mi piacerebbe introdurre la piccola pelletteria, e poi gioielli, bigiotteria, abbigliamento, crescendo e continuando a fare quello che mi piace.



Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione principale?
La mia famiglia. Mia mamma mi ha trasmesso il gusto del vestirsi bene, del presentarsi al meglio; le mie nonne erano sarte; mio papà è scultore. Sono cresciuta in un ambiente che mi ha lasciato sognare: i miei genitori non mi hanno mai chiesto di seguire un’altra strada rispetto a quello che desideravo, mi hanno sempre detto di fare quello che mi piace. Questa libertà crea creatività. Sapere di poter fare quello che vuoi fa crescere qualcosa dentro di te senza accorgertene.



“Sapere di poter fare quello che vuoi fa crescere qualcosa dentro di te senza accorgertene.”

Quando ti senti più sicura di te?
Quando seguo quello che sento dentro. Quando ciò che indosso corrisponde al mio mondo interiore. Così, è come avere un portafortuna sempre con me. Scegliere una borsa con il cuore cuore è come portarsi dietro uno scudo. È un invito a non precludersi cose belle, della serie “se ti piace, indossala, vacci anche a mangiare la pizza con quella borsa che ti piace e sii felice”.



Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Significa essere onesti, fare pace con i propri difetti. Sapere dove si è fragili aiuta ad affrontare le situazioni. Entrare in una riunione sapendo che potresti sbagliare, ma senza essere contro te stessa, per esempio: da lì viene tutto il resto.


“Sapere dove si è fragili aiuta ad affrontare le situazioni.”


Qual è la tua isola felice?
La mia playlist. Quando metto la musica che mi piace, il rumore si abbassa. Cucinare, con la musica, con le persone che amo. Luci soffuse. Essere me stessa al 100%. Quella è la mia isola felice.

Photos by Johnny Carrano.
Thanks to mm studio.


What do you think?