Alcuni film si svelano lentamente, rivelando ciò di cui parlano davvero solo quando ci si concede il tempo di restare con loro. “Company“, il nuovo film scritto e diretto da Casey Affleck e presentato quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia, è uno di questi film: una fiaba gotica avvolta nella neve e nel buio, dove degli estranei si incontrano, la solitudine diventa uno spazio condiviso, e la connessione umana emerge come forse l’unica cosa capace di alleggerire un po’ il peso della vita.
Per Caylee Cowan, che interpreta la misteriosa Alice, il film è anche una meditazione su ciò che portiamo dentro di noi — dolore, lutto, rifiuto — e su cosa succede quando scegliamo di lasciare che qualcun altro lo veda. Abbiamo parlato con Caylee della solitudine e dell’illusione di essere soli, dell’imparare ad accogliere l’imperfezione e di quel dono strano che il rifiuto a volte può diventare. E ancora, del continuare a creare dopo aver sentito un no, del trovare empatia attraverso la sofferenza, e dell’avere il coraggio di inseguire la felicità anche dopo i giorni più difficili.
Perché, in fondo, forse “Company” parla esattamente di questo: le persone che si siedono accanto a noi nel buio, facendoci sentire un po’ meno soli.
Mi è piaciuto tantissimo “Company”. L’ho visto qualche giorno fa, proprio il giorno della première, la mattina, ed è stato bellissimo. Mi è piaciuto davvero tanto.
Grazie. È stato anche il primo giorno in cui l’ho visto io.
Quindi è stata un po’ una sorpresa anche per te. Com’è stato vederlo per la prima volta?
È stato emozionante. È stato come vedere finalmente riuniti insieme anni di lavoro, ed è stato davvero bellissimo poterlo vedere nella sua interezza.
Il film sembra una favola gotica, anche se forse non lo si percepisce immediatamente. Qual è stata la tua prima reazione quando hai letto la sceneggiatura? Che tipo di mondo ti eri immaginata?
Casey [Affleck] e Ron Hansen hanno scritto la sceneggiatura. Quando l’ho letta, Casey ci stava ancora lavorando, e quello che mi ha colpito davvero è stato quanto fossero poetici i dialoghi e quanto avessero quasi qualcosa di shakespeariano.
Non capita spesso di ricevere sceneggiature così ben costruite. Casey ci aveva lavorato per un paio d’anni prima ancora che io potessi leggerla, e ha continuato a lavorarci fino al giorno delle riprese. Quindi era semplicemente bellissima. Ho sentito che era qualcosa di cui volevo davvero far parte, una storia che volevo contribuire a raccontare.



L’idea dello “straniero” è molto presente in tutta la storia: qualcuno che è diverso, qualcuno che non conosci e di cui, nonostante questo, scegli comunque di prenderti cura. Pensi che oggi sia più difficile fare davvero spazio alle persone che non comprendiamo?
Non so se oggi sia più difficile rispetto al passato.
C’è questa frase: “Lo straniero è un visitatore che arriva senza preavviso”, e penso riassuma perfettamente il concetto di cui stai parlando: invitare qualcuno a entrare, accoglierlo e incontrarlo esattamente nel punto in cui si trova. E questo non significa necessariamente che quella persona sia perfetta, che non commetterà mai un errore o che non porti con sé dolore o sofferenza. Penso che imparare ad accogliere quel dolore e poi lasciarlo andare sia il modo in cui possiamo entrare in connessione più profondamente con gli altri.
Sì, e penso che “Company” parli moltissimo proprio della connessione umana. Per me è stato davvero commovente. Trovo bellissimo il modo in cui racconta che si può fare compagnia a qualcuno anche quando è uno sconosciuto. Per me parla molto di legami umani, di connessione.
Sì, parla profondamente della connessione umana. Le nostre vite sono così fragili e finite. E il film affronta anche il tema dell’immortalità e della vita eterna. In un certo senso ha una dimensione spirituale, perché molte persone hanno paura della morte, hanno paura di lasciare andare e quindi si aggrappano alle cose. È un po’ come chiedersi: cosa avrebbe davvero importanza nella tua vita, in questo breve arco di tempo che abbiamo a disposizione, se invece potessi vivere per sempre? Non sarebbero davvero i beni materiali. Sarebbero le connessioni che hai con le altre persone, l’amore che condividi.
E penso che il dolore che ci portiamo dentro e il modo in cui siamo stati feriti spesso ostacolino la nostra capacità di condividere quell’amore. È quasi una meditazione su questo. E penso che sia proprio ciò di cui il film cerca di parlare.

“Penso che imparare ad accogliere quel dolore e poi lasciarlo andare sia il modo in cui possiamo entrare in connessione più profondamente con gli altri”.

Il setting del film è costantemente freddo e buio. Tutto sembra avvolto dal bianco della neve e dal nero della notte. In che modo quell’ambiente fisico ha influenzato il modo in cui sei entrata nella storia e nel tuo personaggio?
L’ambiente è davvero molto importante. Eravamo in una piccola baita, quindi tutto sembrava molto intimo, e credo che quell’intimità arrivi anche al pubblico. Inoltre, faceva molto freddo, e penso che questo evochi sensazioni e immagini legate all’isolamento e alla solitudine, che contribuiscono al racconto della storia.
Il film si chiama “Company”, e forse questo titolo è legato, in qualche modo, proprio alla solitudine. Ed è anche un clima molto duro: essere un contadino nel 1903, con il freddo e la neve, non significa certo avere una vita facile. Non è semplice alzarsi ogni giorno e prendersi cura degli animali. Non è facile vivere in un ambiente del genere. Ed è molto buio. Quindi, immagino, è quasi un modo per ricordarci che la vita può essere brutale e fredda, ma allo stesso tempo può essere bellissima.
E, come dicevi, la solitudine è un’altra presenza molto forte nel film: quella sensazione di essere lasciati indietro o, in qualche modo, dimenticati. Qual è il tuo rapporto con la solitudine? È qualcosa che cerchi oppure qualcosa da cui tendi a fuggire?
Non è qualcosa che cerco, però a volte mi sento sola. Penso che molte persone si sentano sole. Ed è proprio questo il punto, che, quando ti senti solo, da qualche parte c’è qualcun altro che si sente solo. E se riuscite a stare insieme dentro quella solitudine, allora vi sentite entrambi un po’ meno soli. Condividere storie, entrare in connessione… A volte penso che la solitudine possa essere un’illusione.
Tutti abbiamo dolore e sofferenza nelle nostre vite, cose che ci portiamo dietro. E a volte le teniamo dentro, non le condividiamo con gli altri, e questo può farci sentire estranei e soli. Condividere queste cose sinceramente con qualcuno può farci sentire più connessi e farci capire che tutti provano certe emozioni, che non c’è bisogno di vergognarsene o di continuare a trattenerle. E, in un certo senso, quando le condividi, le stai anche lasciando andare. Alleggerisci il peso che porti.


“A volte penso che la solitudine possa essere un’illusione”

Come dicevi prima, molti dei personaggi — per esempio quello interpretato da Scoot McNairy — sembrano portarsi dietro il proprio dolore quasi come se fosse un peso fisico. Pensi che l’amore possa davvero rendere quel peso più leggero oppure, alla fine, dobbiamo imparare a portarlo da soli?
“L’amore copre una moltitudine di peccati”. È una frase della Bibbia.
Il personaggio di Scoot è un contadino e, quando impari a conoscerlo meglio nel corso della storia, capisci che porta con sé tutte queste difficoltà ma, nonostante questo, riesce ancora a essere delicato e aperto. E in realtà lo vedi in tutti i personaggi. Penso che sia questo il messaggio di fondo: riuscire ad ammorbidirsi e a lasciare andare.
C’è una frase di Caleb che dice: “Quando odio, odio profondamente”. Come attrice, hai imparato ad accogliere emozioni che magari nella vita reale cercheresti invece di controllare?
Non credo di sentirmi esattamente così, però conosco quella sensazione di odio e di rabbia. Cerco di pensare maggiormente all’altro lato di tutto questo, cioè lasciare che la sofferenza approfondisca la mia capacità di amare. È una frase di Rebecca: “Lascia che la sofferenza approfondisca la tua capacità di amare, come una fiamma che scava il legno fino a trasformarlo in una ciotola”. In sostanza significa permettere a tutto questo di plasmarti e trasformarti in qualcosa di buono, qualcosa di utile, qualcosa capace di contenere. Sai come viene costruita una canoa? Un artigiano passa il legno sul fuoco, poi spegne la fiamma e raschia via la cenere. È proprio quel processo a creare la canoa.




E riguardo al tuo personaggio: c’è un momento del set che ricordi in modo particolarmente vivido o con maggiore emozione? Oppure una frase che ti ha colpita particolarmente?
C’è una frase che Alice pronuncia mentre parla di Caleb. Dice: “La vera solitudine è così: ti senti speciale, ma non accettato. Solitario, ma anche escluso, come se tutto fosse destinato agli altri, ma non a te”. Quella frase mi è rimasta davvero impressa, perché racchiude perfettamente ciò che a volte può significare sentirsi soli.
Quando ero al cinema cercavo di prendere appunti sul mio quaderno al buio… Ho cercato di annotare tantissime cose perché la sceneggiatura è davvero bellissima. Ci sono così tante frasi che avrei voluto portare via con me.
A un certo punto il mondo viene paragonato all’erba alta: non sai mai veramente quale pericolo potrebbe nascondersi sotto. Quanto ti senti a tuo agio con il non sapere cosa arriverà dopo?
Il resto di quella frase è: “La tua pace è prerogativa del serpente”. Quella frase nasce sicuramente come reazione al dolore e alla perdita che Caleb sta provando a causa del rifiuto. E io ho affrontato molti rifiuti nella mia carriera, quindi non sono particolarmente spaventata. Penso che me la caverò. Sono entusiasta, ma soprattutto sono felice di qualunque cosa arrivi sulla mia strada. Non sono preparata, ma sono grata.
Sono grata di avere ancora qualcosa da aspettare con entusiasmo.



“La vera solitudine è così: ti senti speciale, ma non accettato. Solitario, ma anche escluso, come se tutto fosse destinato agli altri, ma non a te”.


È bellissimo, perché penso che, se non ti aspetti continuamente che stia per accadere qualcosa di brutto o di bello, riesci a essere in pace.
Sì. In realtà mi fa pensare a una bellissima frase di Mary Oliver. Non riesco a citarla parola per parola, ma parla di come una volta le sia stata regalata una scatola, e quella scatola fosse vuota. E anche quello era un dono. A volte penso che sia il modo migliore per guardare al rifiuto o alle difficoltà. Ci sarà sempre qualcos’altro nel futuro, così come ci saranno cose belle da celebrare. Però devi riuscire a capire che persino un rifiuto può essere un dono.
Ti rende una persona più profonda. Ti permette di provare maggiore empatia.
E c’è anche una frase che dice: “Se una domanda non mi piace, mi invento semplicemente una risposta”. Si passa così tanto tempo a farci domande, sia personalmente sia per voi attori, attraverso i personaggi che interpretate. C’è una domanda che vorresti che le persone ti facessero più spesso?
Non c’è davvero una domanda che avrei voluto che le persone mi facessero più spesso. Qualunque domanda abbiano bisogno di fare per riuscire a comprendere qualcosa più profondamente, per me va bene. Però trovo molto interessante e divertente che, quando a Caleb non piace una domanda, semplicemente si inventi qualcosa. È una cosa in cui riesco a riconoscermi come attrice: a volte, quando ero più giovane, mi inventavo semplicemente una storia oppure, se mi annoiavo, inventavo un accento. Era divertente e mi intratteneva. Però, dopo un po’, ho capito che la verità è molto più interessante di qualsiasi cosa tu possa inventare. Ma ogni tanto è divertente farlo, sai, per scherzare. Devo sempre ricordare alle persone: “Sto scherzando, sto scherzando!”. A volte sono un po’ troppo convincente! [ride]



“La verità è molto più interessante di qualsiasi cosa tu possa inventare”.

Parlando di Alice: penso che, come attrice, quando ti avvicini a un personaggio ti ponga moltissime domande e forse, ogni volta, impari anche qualcosa di nuovo su te stessa. Che cosa ti ha insegnato Alice — o interpretare Alice?
È difficile perché, sai, ciò con cui lei ha a che fare è davvero uno sconosciuto. Qualcuno che ha vissuto una vita intera e che ormai si trova verso la fine. E lei arriva alla porta di Tom quasi come un angelo delle tenebre e gli insegna, gli rivela alcune verità soprannaturali. Lavorare con Nick Nolte [Tom] è stato molto divertente perché è una persona che ha vissuto davvero tanto e ha moltissime storie dentro di sé, ma non parla molto. Devi quasi accompagnarlo delicatamente verso la conversazione. Mentre quando sei giovane e non sai ancora molto, sei così entusiasta di condividere le tue storie e tutte le cose che pensi di sapere.
E penso che Alice sia — non voglio svelare troppo — molto più matura di quanto inizialmente si potrebbe pensare guardando il suo aspetto. Quindi usa un po’ il suo modo di scherzare, molto giovanile, per farlo aprire e convincerlo a raccontare alcune storie della sua giovinezza. Lo fa in maniera strategica, ma tra loro nasce un rapporto bellissimo. E io adoro parlare con le persone più anziane. Amo parlare con qualcuno che proviene da un’altra epoca e adoro quando mi raccontano le loro storie. Quindi lavorare con Nick è stato davvero un piacere. È una persona così delicata ed empatica. È stata la vita a renderlo così, sai? Non è sempre stato così.
C’è anche quella scena in cui lei guarda la sua schiena mentre lui osserva fuori dalla finestra e lo immagina da giovane. A volte mi accorgo di fare la stessa cosa con le persone. Quando le guardo, per un breve momento riesco a vederle anziane oppure giovani, magari bambine. Quando guardi qualcuno, puoi quasi vederlo viaggiare indietro o avanti nel tempo. E penso che sia un modo per rendere quella persona più umana, perché se riesci a vederla oltre la sua età attuale, oltre il punto della vita in cui si trova in quel momento, allora riesci ad avere più empatia nei suoi confronti nel complesso.
L’età è soltanto un velo che ricopre lo spirito.



“Amo parlare con qualcuno che proviene da un’altra epoca e adoro quando mi raccontano le loro storie”.

Adoro questa frase sull’età che hai appena detto.
E penso anche che tu sia stata incredibile nell’interpretare Alice perché, dal modo in cui parla, dalla sua voce, dai movimenti che fa, mi avevi già fatto capire che appartenesse in qualche modo a un altro mondo. Ho pensato: “Oh mio Dio, sembra una sorta di creatura fatata”.
Per molti aspetti, quella parte della storia serve proprio a farci conoscere Tom. È solo, è abituato a esserlo e recentemente ha avuto un infarto. C’è persino una frase in cui Evelyn parla di Alice e si chiede se possa essere semplicemente frutto della sua immaginazione, dato che lui si trova in bilico tra la vita e la morte. Inoltre, si era allontanato da sua figlia e avrebbe voluto che lei venisse a trovarlo, e improvvisamente arriva questa donna. Per quanto ne sappiamo, potrebbe quasi essere un sogno.
Certo, lei è lì, seduta davanti a lui. Lui sa che non è sua figlia, però gliela ricorda e fa riemergere molto del dolore che prova per il modo in cui ha gestito quel rapporto. E rivedendo il film, tutto questo mi ha ricordato molto il rapporto che ho con mio padre, una cosa a cui non avevo pensato mentre stavamo girando. Ma quando l’ho visto da spettatrice, ho pensato molto a mio padre e al mio rapporto con lui.
È bellissimo anche perché sembra quasi che lei sia lì per accompagnarlo verso il suo ultimo momento. Anche questo è molto emozionante.
Grazie. Apprezzo davvero che tu lo dica.




Cosa significa per te sentirti a tuo agio nella tua pelle?
Accogliere le imperfezioni. Penso che abbiamo la tendenza a criticare il corpo in cui viviamo, ma c’è così tanto da celebrare in tutto ciò che il nostro corpo fa per noi e nel modo in cui ci permette di vivere e sperimentare questo mondo. Tutti abbiamo un rapporto con il nostro corpo, e io cerco di essergli grata. Ci sono davvero tantissime cose per cui essere grati.
Sì, è vero. E qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto?
Svegliarmi dopo uno dei giorni più difficili della mia vita e continuare a scegliere di trovare la felicità, di inseguire la felicità.
È una cosa importante.
Forse la cosa più coraggiosa è continuare ad avere il coraggio di creare anche dopo aver affrontato un rifiuto. Può essere anche questo: essere rifiutati e avere comunque il coraggio di continuare a creare.
Qual è il tuo happy place?
Essere in compagnia delle persone che mi fanno sentire a casa. Quello è il mio happy place.



“Essere rifiutati e avere comunque il coraggio di continuare a creare”

Photos & video by Johnny Carrano.
Makeup by Giulia Luciani.
Hair by Mario Coviello.
Stylist Augusta Carter.
Look #1: Alberta Ferretti.
Look #2: Maison Margela.
Look #3: Miu Miu.

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