C’è una particolare forma di quiete in Adelaide Clemens. In “Company” di Casey Affleck, racconto gotico fatto di neve, lutto e storie annidate dentro altre storie, interpreta Rebecca, una pioniera che osserva il mondo con la pazienza di chi ha già visto tutto. È calma, saggia, quasi ultraterrena, e siede al centro silenzioso di un film in cui qualcosa sembra sempre nascondersi appena sotto la superficie.
Abbiamo incontrato l’attrice australiana subito dopo la Mostra del Cinema di Venezia, in quella dolce pausa tra un progetto e l’altro. Ci ha parlato di come sia stato interpretare una donna che sente tutto e mostra pochissimo, di una serenità da Buddha unita a una curiosità infantile, e della lezione che Rebecca le ha lasciato: a volte la reazione più silenziosa è quella che fa più male.

Come stanno andando le cose in questi giorni?
Bene, molto bene. Sono in un momento di pausa tra un progetto e l’altro. Ne ho appena finito uno e sto per iniziarne un altro, quindi è molto bello questo momento.
Com’è stata Venezia?
Oh mio Dio, bellissima! È un festival davvero speciale. Ho avuto la sensazione che lì il cinema venga celebrato davvero, e anche tutti i rituali che lo circondano sono meravigliosi. Si percepisce veramente la storia del cinema lì.
Era la tua prima volta a Venezia?
Sì, era la prima volta.


Ho amato moltissimo “The Company”. Sembra quasi una fiaba gotica. È tutto freddo, oscuro, e c’è questa sensazione costante che qualcosa possa nascondersi sotto la superficie. In che modo quest’atmosfera ha influenzato la tua interpretazione di Rebecca?
La scenografia, il set design e tutta la costruzione degli ambienti sono stati davvero importanti. Hanno costruito quella casa ai piedi di un pendio, quindi eravamo davvero molto isolati. Sono tutti elementi di cui non posso certo prendermi il merito, ma che hanno assolutamente contribuito a rendere le scene più concrete, più radicate in qualcosa di tangibile.
Rebecca mi sembra una persona che osserva costantemente il mondo che la circonda, con pazienza, cercando di comprenderlo e, allo stesso tempo, di trovare il proprio posto al suo interno. Qual è stata la prima cosa che hai capito di lei leggendo la sceneggiatura?
Credo che quello che hai appena detto sia giusto. E la mia sfida è stata proprio questa: come rappresentare tutto ciò? Come conciliare la storia di qualcuno che ha vissuto così tanto con il fatto che abiti ancora un corpo giovane? Ho pensato che fosse un po’ come avere due identità, sai? Lei deve costruirsi un’identità umana ogni volta che entra in un nuovo corpo. E credo che sia molto brava a farlo. E lo fa da tantissimo tempo.
Una cosa su cui ho riflettuto, e di cui ho parlato anche in altre interviste, è qualcosa su cui Casey [Affleck] mi ha aiutata molto: immaginarla come una figura quasi simile a Buddha. È una qualità che ritrovo nelle persone che hanno vissuto molto. Hanno un grande senso dell’umorismo e, allo stesso tempo, conservano una curiosità quasi infantile.



“La mia sfida è stata proprio questa: come rappresentare tutto ciò? Come conciliare la storia di qualcuno che ha vissuto così tanto con il fatto che abiti ancora un corpo giovane?”

Sì, ed è proprio per questo che ho amato il tuo personaggio. In qualche modo mi trasmetteva pace. Voglio dire, la situazione non era certo delle migliori, c’era tantissima tensione, ma lei sembrava quasi appartenere a un altro mondo. Ho capito immediatamente che, in qualche modo, era più grande, più saggia, che comprendeva molte più cose. Non so, è stata questa la sensazione che ho avuto guardando il film.
Credo che la sua esperienza le permetta, come dicevi tu, di osservare senza necessariamente reagire. Soprattutto con Caleb e con molte delle sue proiezioni, era quasi come se lei stesse osservando sé stessa, in un certo senso. E penso che sia un po’ quello che prova una madre quando osserva suo figlio. Comprendi la fase della crescita che sta attraversando, e quindi cerchi semplicemente di lasciargli lo spazio necessario. È importante che possa vivere quelle esperienze e arrivare a comprendere le cose da solo.
C’è qualcosa di molto interessante che mi ha colpita nel film: l’idea di entrare nello spazio di qualcun altro, nella vita di un’altra persona, e diventarne parte, oppure accompagnarla anche solo per un breve periodo. Come pensi che cambi Rebecca quando Caleb entra nel suo mondo?
Credo che il motivo per cui diventi così energica ed entusiasta della sua presenza sia che ritrova uno scopo. E penso che probabilmente noi interpretiamo questo atteggiamento come qualcosa di materno. Ma la verità è che lei ha già sentito parlare del suo arrivo, sa che sta per arrivare.
Quando lui arriva, Rebecca sente di avere nuovamente uno scopo.

“Era quasi come se lei stesse osservando sé stessa”

Il film mi ha fatto riflettere anche su un’altra questione: pensi che oggi sia più difficile accogliere uno sconosciuto rispetto al passato?
Non lo so. Sono australiana, e noi tendiamo a essere piuttosto accoglienti, molto curiosi, aperti e fiduciosi. Però credo che oggi, soprattutto perché siamo così esposti e accessibili anche online, sia effettivamente più difficile.
Per me la solitudine è un’altra presenza molto forte nel film. Quella sensazione di essere lasciati indietro o dimenticati, come succede per esempio a Tom. Qual è il tuo rapporto con la solitudine? È qualcosa che cerchi oppure qualcosa da cui provi a scappare?
Mi piace stare nel mondo e mi piace avere una casa piena di persone. Amo stare in compagnia. Tendo proprio a circondarmi di tante persone.
Però credo di aver avuto un rapporto molto lungo con la solitudine, soprattutto durante i miei vent’anni. È stato davvero difficile, perché per lavoro trascorrevo mesi lontana da casa, in città con fusi orari diversi, lingue diverse. Per esempio, sono stata sei mesi in Tanzania. A un certo punto ho dovuto fare una scelta consapevole e parlarne anche con le persone con cui lavoro, per assicurarmi di poter stare più vicina alla città in cui so di voler vivere.



C’è una frase che Rebecca pronuncia: “Lascia che la sofferenza accresca la tua capacità di amare”. Mi ha fatto pensare a come l’amore e le connessioni umane possano effettivamente alleggerire il peso del passato e della sofferenza. Pensi che sia possibile?
Sì, lo penso. Credo che sia proprio nei momenti difficili che impariamo a conoscere meglio noi stessi. E più comprendi te stesso, più sei in grado di donare qualcosa di te agli altri.
C’è anche un’altra frase in cui Rebecca dice qualcosa come: “Quando odio, odio profondamente”. D’altra parte, è capace di vivere le emozioni in maniera molto intensa, ma anche con grande saggezza. Che cosa ti ha colpita di più nell’esplorare la sua emotività?
Sì, credo che lei provi davvero emozioni molto profonde. È stato molto divertente, come attrice, cercare di capire come rappresentarle. Devo dire che Casey è stato un regista incredibile per questo progetto, perché mi ha aiutata a lavorare sui diversi livelli emotivi del personaggio. Per esempio, Rebecca può provare una tristezza intensissima quando accade qualcosa. E credo che il cinema fosse il mezzo perfetto per raccontare tutto questo, perché potevo girare una scena lasciando emergere quell’emozione e poi farne un’altra in cui ero molto più simile a Buddha, più composta, più impassibile.
Così, nel tempo, abbiamo costruito una performance fatta di diversi strati. E riguardando il film, credo che il risultato sia proprio quello che desideravo. Rebecca ha un grandissimo controllo di sé. Conosce molto, molto bene la propria mente. Sa cosa sta succedendo, conosce le conseguenze di ciò che accade e sa anche come riprendersi molto velocemente.

“Più comprendi te stesso, più sei in grado di donare qualcosa di te agli altri”.

Sono rimasta molto colpita per come reagisce quando nel film le succede qualcosa di brutto… perché il suo dolore, almeno inizialmente, è molto silenzioso, ma profondissimo. Come hai lavorato con Scoot McNairy per trovare il tono giusto della loro relazione?
È stato interessante, perché credo che avessimo idee piuttosto diverse sul loro rapporto. So che lui, in alcune interviste, ha raccontato di averli immaginati come due persone che, in qualche modo, si erano allontanate. Io invece penso che lei abbia continuato ad amarlo. Credo che le piacesse la loro routine e che apprezzasse il fatto di essere legata a qualcuno, di avere una relazione. Rebecca ha vissuto tantissimo, quindi penso che sia grata per quella compagnia, anche se lui è silenzioso e brontolone. Scoot è davvero un attore straordinario. Riesci a leggere ogni minima sfumatura sul suo volto. Penso che tra loro si percepiscano un calore e una familiarità molto forti.
Quale parte di Rebecca, se ce n’è stata una, è stata più difficile da raggiungere emotivamente? E c’è stato invece un aspetto di lei che hai sentito inaspettatamente vicino a te?
Non credo ci sia stato qualcosa di questo ruolo con cui abbia sentito un particolare attrito. Penso che sia stata una sfida entusiasmante, proprio per tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato. La sua dimensione materna è stata probabilmente quella a cui mi è risultato più facile accedere. È stata una sorta di porta d’ingresso naturale per me, per entrare nel personaggio.


“Penso che tra loro si percepiscano un calore e una familiarità molto forti”.

Penso che, forse mi sbaglio, ma come attrice hai interpretato tantissimi ruoli diversi e, come dicevi, li studi, cerchi di comprenderli per poterli interpretare. Quindi forse, attraverso questi personaggi, entri anche in contatto con parti di te stessa, o scopri cose di te che prima non conoscevi. Qual è l’ultima cosa che hai imparato su te stessa grazie al tuo lavoro, o magari proprio grazie a Rebecca?
Credo che l’aspetto più interessante dell’interpretare Rebecca, e soprattutto del lavorare con Casey, sia stata la libertà di esplorare questi stati emotivi, questi momenti di massima intensità emotiva, attraverso il controllo e la misura. Perché quello che ho imparato su me stessa è che, nei momenti davvero difficili, non scoppio necessariamente a piangere. A volte è proprio la reazione più contenuta quella che fa più male, perché quando ti trovi davvero in una situazione di crisi devi semplicemente andare avanti. È una cosa che ho trovato molto interessante. E penso che ci sia anche qualcosa di biologico in questo, una sorta di istinto di conservazione delle proprie energie.
La verità è che non vogliamo perdere il controllo delle nostre emozioni.
Ultima domanda: qual è il luogo felice?
Stare con i miei figli. Tutto qui.




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