Quando le chiediamo cosa la faccia sentire al sicuro, Zoey Deutch non ha dubbi: il suo cane. Cosa la renda grata, altrettanto: la salute, la sua e quella della sua famiglia. Sono risposte semplici, quasi disarmanti, e raccontano bene una donna che, dopo anni di carriera, continua a cercare la verità nelle piccole cose.
A Venezia è tornata per Miu Miu Women’s Tales, l’appuntamento attraverso il quale il brand sostiene da anni le registe e il racconto al femminile, e che per lei è molto più di una collaborazione: una storia iniziata oltre dodici anni fa, fatta di fiducia, di abiti in cui si sente “una versione più elevata di sé stessa” e di persone che considera tra le migliori.
Reduce da un anno ricco, tra “Nouvelle Vague”, “Messaggi per Isabelle” e “The Celebrity Sex Pass”, di cui è anche produttrice esecutiva, e in attesa di interpretare Marla Messing in “The 99’ers”, Zoey ci ha parlato di archetipi e contraddizioni, di empatia come primo strumento dell’attore e di quella domanda, “è simpatica?”, che raramente viene rivolta agli uomini. Per lei la questione non è mai la simpatia, ma la possibilità di riconoscersi.
E soprattutto, ci ha ricordato che ciò di cui abbiamo davvero bisogno è tanto semplice quanto urgente, ovvero, più storie raccontate dalle donne.



Non è la prima volta che il tuo percorso si incontra con quello del mondo di Miu Miu a Venezia: cosa rappresenta per te il programma Women’s Tales come spazio dedicato alla narrazione femminile, in un’industria che sotto questo aspetto sta ancora cercando di trovare il proprio equilibrio?
Sono stata, e continuo a essere, profondamente ispirata da Miuccia, da questo programma e dall’enorme sostegno che gli dedicano. Sono dei veri mecenati dell’arte ed è molto significativo vedere quanto tengano sinceramente a creare una piattaforma per le registe e per le storie raccontate dalle donne. È un impegno concreto e costante nel dare alle donne lo spazio e le risorse necessarie per raccontare le proprie storie.
Quando è iniziato il tuo rapporto con Miu Miu e cosa ti ha colpita inizialmente dell’identità del brand?
La prima volta che ho partecipato a Miu Miu Women’s Tales è stata dieci anni fa e credo di collaborare con loro da più di dodici anni. I loro abiti sono un sogno per me. Sono divertenti e cool, e quando li indosso mi sento me stessa, ma in una versione più elevata. Anche mentre sto facendo questa intervista indosso una camicia Miu Miu verde a righe. È comoda e mi fa sentire immediatamente come una versione più elevata di me stessa. E poi adoro il team e tutte le persone che hanno contribuito a rendere il brand ciò che è oggi. Sono i migliori.

“Una versione più elevata di me stessa”.


Durante la conversazione di Miu Miu Women’s Tales, tu e Antonia avete parlato di come il vero problema dei personaggi femminili che ci risultano familiari forse non siano i trope in sé, quanto piuttosto la mancanza di varietà al loro interno. Pensi che un archetipo possa continuare a risultare autentico se gli permettiamo di contenere abbastanza contraddizioni e complessità?
Abbiamo parlato molto di trope e io ho detto che, secondo me, la differenza tra un trope e un cliché sta tutta nella connotazione. Un trope può semplicemente essere una struttura narrativa, mentre il cliché ha una connotazione negativa proprio per quella sensazione di qualcosa che abbiamo già visto troppe volte. Quindi, come possiamo utilizzare i trope senza cadere nei cliché? Credo assolutamente che sia possibile avere trope e archetipi che risultino autentici, se esploriamo le contraddizioni e le complessità che esistono al loro interno.
Il tuo panel era incentrato sugli attori e sulla possibilità di offrire nuove interpretazioni di personaggi femminili che conosciamo già. C’è stato un personaggio specifico nella tua carriera per il quale hai sentito di dover lottare per aggiungere contraddizioni o vulnerabilità, invece di scegliere la strada più sicura?
Credo che si cerchi sempre di aggiungere questi elementi, indipendentemente dal personaggio!
Pensi che il cinema a volte confonda il concetto di “personaggio femminile forte” con un altro tipo di stereotipo? Quali vulnerabilità, debolezze o contraddizioni vorresti che alle donne sullo schermo fosse concesso mostrare più spesso?
Credo che, più di ogni altra cosa, quando si parla di questo argomento ciò che desidero sia che ci siano più opportunità per le donne di raccontare le proprie storie. Non posso dire quale sia l’esperienza o la storia di un’altra donna, ma voglio poterle vedere. E credo che il problema più grande sia proprio la mancanza di quantità, il fatto che non vengano raccontate abbastanza storie da parte delle donne.
Ne abbiamo bisogno di più.



“Non posso dire quale sia l’esperienza o la storia di un’altra donna, ma voglio poterle vedere“.


Sei stata spesso attratta da donne complesse, imperfette e talvolta persino definite “antipatiche”. Perché pensi che sentiamo ancora il bisogno di chiederci se un personaggio femminile debba essere necessariamente piacevole o simpatico?
Per me non è mai una questione di simpatia. È una questione di riuscire a riconoscersi in qualcuno. Personalmente non voglio guardare qualcuno che odio, qualcuno con cui non riesco a entrare in relazione in alcun modo. Ma sì, è raro sentire questa domanda rivolta agli uomini. Viene quasi sempre posta quando si parla di donne e credo che le ragioni siano piuttosto evidenti.
Quando ti viene affidato un personaggio che, sulla pagina, sembra familiare — la fidanzata, la donna ambiziosa, l’ingenua, la donna “difficile” — dove cerchi personalmente quel dettaglio capace di trasformarla in qualcuno che ci sembra di non aver mai visto prima?
Quando si tratta semplicemente del ruolo della fidanzata, non puoi far entrare un piolo quadrato in un foro rotondo. Punto. Ci sono sicuramente state occasioni in cui ho provato e riprovato ad ampliare un personaggio e a renderlo più tridimensionale. Ma a volte semplicemente non è possibile, soprattutto perché, come attore, non hai alcun controllo sul montaggio finale. Sul set puoi avere la sensazione di aver dato al personaggio sfumature diverse, ma alla fine non sei tu a decidere quali di quelle sfumature resteranno.



“Non è mai una questione di simpatia. È una questione di riuscire a riconoscersi in qualcuno”.

Quando interpreti una donna con cui non sei necessariamente d’accordo, senti di doverla capire, perdonare, amare — oppure nessuna di queste cose?
Sì! Non giudicarla. In generale, quando ami una sceneggiatura e il personaggio che ne fa parte, per quanto terribili possano essere alcune delle sue scelte, sei già entrata psicologicamente nel suo mondo: ti ritrovi a difendere quelle azioni e a cercare di comprenderle. L’empatia è fondamentale.
Hai avuto un anno davvero entusiasmante con “Nouvelle Vague”, “Messaggi per Isabelle” e “The Celebrity Sex Pass”. In quest’ultimo progetto sei stata anche produttrice esecutiva. Ricoprire entrambi i ruoli ha cambiato il tuo rapporto con il personaggio o, più in generale, il tuo approccio alla recitazione?
Mi piace moltissimo poter produrre i progetti in cui recito. Sono un’attrice migliore quando ho più informazioni, piuttosto che meno. Amo poter prendere parte a quelle conversazioni e avere un ruolo nel processo creativo più ampio. Per me è incredibilmente appagante.

“L’empatia è fondamentale”.



C’è una parte di te stessa che senti di dover proteggere da ogni personaggio che interpreti — qualcosa che non concedi mai completamente?
Non intenzionalmente, no.
Interpreterai Marla Messing in “The 99’ers”, dedicato alla figura pionieristica dietro la Coppa del Mondo femminile del 1999. Cosa ti ha spinta a voler raccontare proprio questa storia legata alla storia dello sport femminile?
Sono stata profondamente ispirata dalla storia di ognuna delle persone coinvolte e non vedo davvero l’ora di condividerla con il mondo. Penso sia una storia profondamente potente e speciale.

“Penso sia una storia profondamente potente e speciale”.


Cosa stai leggendo in questo momento?
“The Names” di Florence Knapp.
Cosa ti fa sentire al sicuro?
Il mio cane!
Qual è qualcosa di cui, crescendo, hai imparato ad avere meno paura?
Cantare.




Qual è qualcosa che speri di non diventare mai troppo adulta per continuare a fare?
Scrivere stupidi jingle.
Se potessi conservare per sempre una sola sensazione di questo preciso momento della tua vita, quale sarebbe?
La gratitudine per la mia salute e per quella della mia famiglia.




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