Attrice di teatro, cinema e televisione, Pia Lanciotti porta nella lettura degli audiolibri la stessa ricerca di verità che ha affinato in anni di palcoscenico e set. Dopo diversi titoli letti per Audible, si è confrontata con “Catarsi”, il nuovo Audible Original scritto da Valentina Cambi, autrice e sceneggiatrice che firma qui il suo primo thriller psicologico per l’audio.
L’ho incontrata per parlare del suo rapporto con il testo, del mestiere di dare voce a un personaggio, e di cosa significhi per lei entrare (e uscire) da una storia.
Quando hai letto “Catarsi” per la prima volta, qual è stata la tua reazione istintiva? C’è stato un momento – una scena, una frase – in cui hai capito che era un testo che volevi interpretare?
Nel momento in cui decidi di farlo, di imbarcarti in un progetto del genere, evidentemente c’è una giustezza di fondo. Stai sempre facendo la cosa giusta, e comunque, alla fine della fiera, tu ravvisi il senso di marcia. Quello che mi succede quando leggo è che chiaramente ripercorro quello che accade, per cui ci sarà fastidio, e ci sarà commozione tra le emozioni che proverò. In certi libri, sul finale, non riesco nemmeno a parlare perché mi commuovo proprio, e dobbiamo rifare la registrazione. Oppure, quando riesco, uso quell’emozione proprio mentre parlo.
Ti comporti quindi da lettrice e non tanto da interprete?
Esatto. O forse invece da interprete, perché poi alla fine quello che dobbiamo fare noi – anche a teatro o al cinema, nonostante le prove – è essere lì, in quegli istanti, e far sì che sembri vero.
La protagonista, Giulia, fa un viaggio che la porta da Milano alla Norvegia, alla Toscana: un bel giro, che riapre man mano ferite su ferite. Come si traduce nella tua voce questo progressivo sgretolamento interiore? Hai trovato un modo diverso di restituire Giulia all’inizio e alla fine del libro?
Questo per un attore è del tutto naturale. Se tu sei presente, è come nella vita: adesso che stiamo parlando, l’atmosfera è serena, e si sente. Se già qualcosa mi disturbasse, probabilmente avrei un altro andamento del pensiero e quindi anche dell’emissione. Quello che non si può fare in un audiolibro è: se io ho un pensiero, ho necessità di riallineare le idee, ma questo non deve percepirsi all’ascolto. Devi trovare una via di mezzo, un equilibrio che ti porta a essere vera mantenendoti però verosimile. Perché la verità magari non ha il tempo giusto, non ha la scansione giusta per l’ascolto.

“Catarsi” gioca molto sulla tensione tra colpa e innocenza, vittima e carnefice – confini che nella storia sembrano farsi sempre più sfumati. Come hai gestito questa ambiguità morale nella resa vocale?
Cercando sempre di non giudicare il personaggio. Anche a teatro e al cinema, quello che devi fare – anche se stai interpretando un personaggio terribile – sia cercare di non avere giudizio. È fondamentale, perché ogni azione, anche la più efferata, ha una ragione profonda, arriva da qualcosa; in genere è un dolore che non riesce a darsi un nome e che non ha voce. La manifestazione sarà poi più o meno feroce, più o meno violenta. Quindi, non essendoci giudizio, anche se tu sai fin dall’inizio che un personaggio è cattivo, non puoi fargli “la voce da cattivo” – non è possibile nemmeno in un film. Pensa a un grande capolavoro come “Bastardi senza gloria” di Tarantino, o allo stesso Anthony Hopkins ne “Il silenzio degli innocenti”: devi considerare le ragioni profonde che ci sono dietro le sue azioni. Un cattivo non sa di essere cattivo: sta compiendo, secondo lui, azioni giuste per rimarginare delle ferite. Che sia cosciente o meno di questo non ha importanza – anzi, aggiungere la consapevolezza sarebbe una cazzata, perché ti allontana dalla verità e dalla comprensione del personaggio, dall’abbraccio verso di lui.
Recitare un audiolibro è un lavoro abbastanza solitario, no? Sei tu con il testo da leggere, niente pubblico, niente colleghi, niente occhi a cui rispondere. Come vivi questa solitudine rispetto alla tua lunga esperienza teatrale e cinematografica? Per te è un vuoto o una libertà?
È bello, è divertente, perché finalmente non hai quella paura che gira in circolo, che comunque sai domare e usare. Qui invece sei protetta, per cui puoi giocare, puoi partire, ti lasci ripulire da un flusso che arriva e non hai paura di nulla: male che vada, rifai. È un po’ come il cinema o la televisione rispetto al teatro.


Il teatro è l’arte che trovo più meravigliosa e terrificante allo stesso tempo. Ci penso spesso quando guardo uno spettacolo teatrale: se qualcuno fa un errore, io mi sento male come se l’avessi fatto io.
Errori in realtà non ne accadono quasi mai, perché soprattutto le prove ti permettono di saper gestire la scena ed eventuali imprevisti. Ma per dirti di una linea emotiva potente: mi è capitato con “Morte di un commesso viaggiatore”. Lei parte in un certo modo e arriva alla fine nel silenzio assoluto, per la morte del marito, dove continua a dire che non riesce a piangere, e chiede scusa perché non riesce a piangere. Arrivare a questo finale con autenticità è uno sforzo disumano. Poi dopo sei felicissima, ma c’è una gestione completamente diversa della tua energia e delle tue risorse: è uno sforzo quasi inverosimile.
Hai prestato la voce a diversi testi per Audible. Ogni storia, ogni libro porta con sé un universo. Come entri in un mondo narrativo nuovo, e quanto ne rimane di te quando poi ne esci?
C’è un libro che mi ha appassionato enormemente, “Mariani e il peso della colpa”, di circa 300 pagine in cui per le prime 250 non succede tanto, però procede; poi nelle ultime 70 pagine accade tutto, e per me quelle 70 pagine valgono da sole tutto il libro. Ma quello che ho adorato davvero è “Il giardino dimenticato” di Kate Morton: una storia che mi ha appassionata perché attraversa il tempo, è una storia sul ritrovarsi. È bellissimo – l’ho comprato anche in cartaceo e l’ho regalato a chiunque, perché per me è un libro stupendo. Ho riascoltato tutto il libro letto da me, cosa che non faccio mai di solito, proprio perché mi appassionava la storia e non percepivo quasi di essere io a parlare. Mi dicevo: io so benissimo cosa sta per accadere, eppure sono totalmente altrove.
Leggendo alcune tue interviste, spesso hai parlato del femminile come di un’energia cosmica, e non solo di genere. In “Catarsi” ti sei confrontata con una protagonista femminile che porta il peso di un segreto e che viene progressivamente smascherata. Hai ritrovato questa dimensione, e in che forma?
In realtà, stranamente, mi sono confrontata con l’energia maschile, piuttosto. Il finale – quel rilascio, quell’accettazione – è un’energia femminile, ma tutto l’andamento della storia è assolutamente maschile: devo nascondere, devo andare, devo provare, devo dire, devo partire. È tutto molto pratico, un’azione decisa, calcolata. Il femminile invece è un altro foglio: è una danza, un’onda.
Linee dritte, quindi.
Dritte, ma anche labirintiche.
Ultima domanda: cosa speri che chi ascolta “Catarsi” porti con sé dopo l’ultima parola? E tu, cosa hai lasciato in questo libro, e cosa invece il libro ha lasciato a te?
Come tutte le storie, la cosa più importante è che chi la incontra quell’ultima parola alla fine porti con sé il libro che avrà scritto lui o lei, dentro di sé. Stesse storie, direzioni e interpretazioni diverse. Cosa ho lasciato io in questo libro e cosa mi sono portata dietro? Forse un personaggio che mi piace molto: l’amica. Mi piaceva la sua impudenza giovanile, in cui mi sono molto ritrovata.

Thanks to Audible.
Thanks to Community Group.


What do you think?