C’è qualcosa di particolare nel modo in cui Caterina Forza parla di sé: la stessa tensione che descrive nel suo lavoro – tra controllo e abbandono, tra costruzione e istinto – si sente anche nelle sue parole. Classe 1999, romana di nascita e di cuore, figlia d’arte cresciuta tra i set senza che il cinema le sembrasse mai straordinario, la nostra Cover di giugno ha trovato la sua rivelazione non in una sala buia, ma al volante di un’auto da corsa.
Con “Motor Valley”, serie in cui interpreta Blu – pilota diciottenne cresciuta troppo in fretta, con la rabbia come scudo e la velocità come unico linguaggio – Caterina ha affrontato il ruolo più fisico e complesso della sua carriera. Un personaggio che non chiede permesso, non cerca pietà, e occupa lo spazio che si è guadagnata con le unghie. Un po’ come lei.
Nella nostra intervista, Caterina parla di paure razionali e irrazionali, di appartenenza e ribellione, di Roma che entra nel sangue, e di posti felici che riempiono gli occhi e il cuore di gioia.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
È sicuramente legato a mio padre, che fa il direttore della fotografia. È una cosa bella, ma al tempo stesso mi crea un po’ di malinconia, perché non ho un vero e proprio primo ricordo d’impatto con il cinema, è sempre stata semplicemente una presenza nella mia vita quotidiana, vissuta come il lavoro di mio padre. Quindi non c’è stato un momento rivelatorio, e questo mi dispiace un po’.
Il primo film che hai visto te lo ricordi?
Non me lo ricordo direttamente, però l’ho sempre chiesto ai miei genitori e mi hanno sempre detto che è stato “Shrek”, il primo, uscito nel 2001. Sono del ’99, quindi ero piccolissima. E comunque “Shrek 2” rimane, secondo me, uno dei migliori film d’animazione della storia.


Parliamo di “Motor Valley”. Il tuo personaggio, Blu, vive sempre al limite. Qual è stata la parte più difficile da rendere senza cadere nello stereotipo della ragazza ribelle?
La parte più facile, paradossalmente, è stata coniugare la determinazione con la rabbia, perché la rabbia dà una spinta enorme alla motivazione, è quasi una forza motrice. Avendo una costruzione del personaggio ben definita, quello mi ha aiutato tanto.
La vera difficoltà è stata mostrare la sua sensibilità, le sue fragilità. È la parte più difficile anche nella vita vera: la mostriamo solo alle persone di cui ci fidiamo. Quindi forse ho faticato di più nel far capire agli spettatori che Blu è fatta di vetro soffiato, che tutta quella rabbia è uno scudo per proteggersi dalle ferite del suo passato.



La velocità sembra quasi un linguaggio emotivo in questa serie. Per Blu, cosa significa davvero correre?
Nella prima parte della serie, e me lo sono immaginata parlando tanto con gli sceneggiatori e i registi, la velocità era solo una questione di macchine: era lì che trovava sfogo. Poi, nello sviluppo del personaggio, la velocità riflette anche il suo carattere impertinente, quel voler tutto e subito. È cresciuta troppo in fretta, ha 18 anni, si è tirata su da sola, e quella fretta si sente anche nella sua emotività.


“La velocità era solo una questione di macchine: era lì che trovava sfogo.”


Hai detto in un’altra intervista che hai lavorato molto sul corpo del personaggio. Quando hai sentito di essere diventata davvero lei?
Ci ho messo un po’, più di quanto avrei voluto, anche perché ho iniziato la preparazione atletica abbastanza tardi. È arrivato verso la metà delle riprese, quando ero più forte fisicamente e avevo iniziato a guidare davvero, grazie alle lezioni di guida sportiva. Nel momento in cui si rompeva quella quarta parete, quando non era finzione, quando tenevo il volante tra le mani senza green screen, ero entrata in Blu.

Il passato di Blu è durissimo, eppure lei non cerca pietà. È una forma di difesa o di orgoglio?
Secondo me è entrambe le cose. Quando credi profondamente in qualcosa e ci metti tutta la tua determinazione, la tua passione, anche un po’ di ossessione, e lo dico sempre, l’ossessione batte il talento, non sei in cerca di pietà. La pietà ti fa sentire inferiore, come se non fossi all’altezza. E poi, sinceramente, Blu è anche una che non gliene frega molto: se qualcuno prova pietà per lei, lei risponde dimostrando il contrario.



Questa serie racconta un ambiente molto maschile. Quanto era importante per te portare sullo schermo una ragazza che occupa quello spazio senza chiedere permesso?
Per me è sempre un onore poter rappresentare la forza femminile, soprattutto in ambienti che sembrano ancora fermi al passato. È una cosa che cerco di portare in tutto quello che faccio, perché la discriminazione nei confronti delle donne è ancora molto presente, nel nostro paese e nel resto del mondo.
La cosa più bella, però, è quando si riesce a creare qualcosa di così autentico che la distinzione scompare: lo spettatore non si chiede se sta guardando un uomo o una donna. Vede semplicemente Blu, pilota.



“La cosa più bella, però, è quando si riesce a creare qualcosa di così autentico che la distinzione scompare: lo spettatore non si chiede se sta guardando un uomo o una donna.”


Prima di girare questa serie conoscevi già il mondo delle corse?
Non era completamente nuovo. In casa mia non è mai esistito il calcio: mio padre e mio fratello sono sempre stati fan della MotoGP. Quindi la corsa non era estranea, ma entrare fisicamente in un autodromo, lavorare con le macchine GT, quello era nuovo. La gelosia di mio padre e mio fratello quando mandavo le foto degli autodromi girati in tutta Italia era bellissima.



Dopo questa esperienza è cambiato il tuo rapporto con il rischio?
In realtà no. Anzi, da piccola rischiavo molto di più, perché non avevo una visione chiara delle conseguenze. Crescendo sono diventata più ansiosa e mi pongo più limiti. Sul set mi sono sempre sentita al sicuro, anche nelle scene più estreme, grazie alla troupe e agli stunt che mi hanno tenuta in una teca di cristallo.



Il fascino delle corse è ancora legato a un’idea di virilità o la percezione sta cambiando?
Te lo dico dal mio punto di vista personale: quello che attacca le persone ai motori è una passione viscerale, di sangue, di attaccamento alla terra. Vista da vicino, è soprattutto adrenalina pura, non virilità. È uno sport estremo in cui la gente perde la vita, e quello va al di là di qualsiasi costrutto di genere.

“Quello che attacca le persone ai motori è una passione viscerale, di sangue, di attaccamento alla terra.”

Lavorando su “Motor Valley” hai scoperto qualcosa di nuovo su te stessa?
È il progetto che mi ha insegnato di più. La cosa più grande è stata imparare a lasciarmi andare. C’è una scena in cui faccio un incidente: ero legata dentro una macchina quasi distrutta, attaccata a un macchinario che la sollevava in aria e la faceva girare su sé stessa. Dovevo rilassarmi completamente, come un peso morto, mentre ruotavo in aria. È stato liberatorio. La cosa bella è che Blu doveva imparare a porsi dei limiti, mentre io dovevo togliermi i miei — percorsi opposti che si incrociavano.


Che tipo di attrice sei quando prepari un ruolo?
Un mix. C’è tanto studio, ma dipende dal progetto. Per Blu ho voluto partire dall’esterno — dal fisico, dalla postura, dai tic, dal ritmo frenetico che si porta dietro. Teoria, tecnica, costruzione del personaggio. Poi, quando hai tutto in mano, puoi lasciarti andare e buttarti nell’improvvisazione. Ed è lì che avviene la vera magia: non è più finzione, è qualcosa che succede davvero nel momento in cui hai una sceneggiatura solida e un personaggio che è entrato dentro di te.


Blu non vuole appartenere a nessuno. Tu senti il bisogno di appartenenza?
Sì, e mi piace tanto essere di Roma, e per me ha un significato in più: io e mio fratello siamo gli unici romani di tutta la famiglia, visto che mia madre è pugliese e mio padre è nato in Brasile ed è cresciuto nel Nord Italia. Roma è una cosa solo nostra, e ci tengo.

C’è stato un momento della tua vita in cui, come Blu, ti sei sentita fuori posto?
Succede tuttora. Secondo me è normale — nessuno di noi è fatto per un posto specifico. Si sta bene dove ci si sente al sicuro, che sia un luogo, una persona, una passione o anche solo una sensazione passeggera. Anzi, se ti senti sempre nel posto giusto, forse è il posto sbagliato: bisogna continuare a cercare, a evolversi. È un percorso lungo tutta la vita.
E cosa ti fa sentire al sicuro?
Prima di tutto i miei genitori — sono una mammona, con loro mi sento sempre al sicuro. Poi le mie amiche storiche: ho lo stesso gruppo dalle elementari, alcune dall’età di 11 anni, altre arrivate a 14. Mi piace quella stabilità. In generale, mi sento sicura quando so di essere con persone di cui mi fido, dove c’è stima e rispetto reciproco.


Cosa ti fa sentire sicura di te?
Il lavoro, ma è un po’ un cane che si morde la coda. Sul set mi metto alla prova davanti a tutti, e in un certo senso non puoi che sentirti sicura. Ma allo stesso tempo sento di essere in debito con tutte le persone che hanno costruito quel progetto — anni di scrittura, ricerca, produzione — e quindi mi sento anche sempre sotto pressione di essere all’altezza. È una tensione continua.
Qual è stato il tuo più grande atto di ribellione?
Non ho dovuto ribellarmi molto, perché i miei genitori sono sempre stati aperti. Forse la ribellione più vera è stata non lasciarmi ingabbiare mentalmente nelle aspettative della società — in quanto donna, giovane, attrice. Ci si aspetta sempre determinate cose da chi fa questo lavoro, e resistere a quei costrutti sociali è, per me, la forma di ribellione più autentica.
Qual è la cosa di cui hai più paura?
Razionalmente, la morte — in senso ampio, non solo la mia, ma quella delle persone vicine a me. È una paura che ci accomuna tutti. Irrazionalmente, sono tribofobica: ho paura dei buchi ravvicinati, delle bolle, delle forme deformate. Faccio anche fatica a parlarne.

Cosa significa per te sentirti a proprio agio nel tuo corpo?
È un percorso di accettazione. Dal momento in cui riesci a sbloccare l’idea che il corpo è la tua casa — un luogo sacro — capisci che prendertene cura fisicamente è anche prendersi cura dell’anima. Sembra una frase fatta, ma è vera: quando moriamo, il corpo rimane, ma ciò che si ferma è qualcos’altro, qualcosa di interno. È questo che conta.
Detto questo, ho vissuto solo 27 anni — chissà se si arriva mai davvero fino in fondo a questo percorso.
Ultima domanda: qual è il tuo posto felice?
È letteralmente un’isola: Favignana, in Sicilia. Mio nonno, quando era in vita, aveva comprato una casa lì, e ci ho passato tante estati — e non solo. Non so spiegarlo, c’è qualcosa là, un campo magnetico, un’energia che mi tocca dentro. È il mio posto sicuro. Quando ci sono, faccio la lacrimona.

Photos and Video by Johnny Carrano.
Styling by Domenico Diomede.
Stylist assistant: Artem.
Fashion Coordinator: Guia Cavestro.
Makeup & Hair by Sofia Caspani.
Location: Hotel Vittoria.
LOOK 1
Shoes: Roberto Festa
Dress: Dhruv Kapoor
Sunglasses: Kaleos
Necklace: Swarowski
Bra: Fleur du Mal
Culotte: Illuminae
LOOK 2
Shoes: Gianvito Rossi
Skirt: The Frankie Shop
Shirt: Crida Milano
Earrings: Swarowski
LOOK 3
Shoes: Casadei
Dress: Redemption
Jacket: Max Sport
Culotte: Illuminae
Earrings: Swarowski


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