Regista pugliese con un immaginario barocco e grottesco, Carlo Fenizi porta su Prime Video “La Sobrietà”, film che già nel titolo rivela la sua vocazione paradossale. Abbiamo chiacchierato delle sue origini, del rapporto con il sistema produttivo italiano, della collaborazione con Amanda Lear e di quel senso di libertà espressiva che vale più di qualsiasi sicurezza.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
I miei genitori mi hanno sempre stimolato a vedere film già abbastanza complessi, anche da piccolo. Guardavamo insieme dei classici, film di Fellini. Ma il mio approccio non è mai stato quello dello spettatore trascinato da una storia: fin da subito ciò che mi affascinava era il meccanismo, capire come si fa un film. Non ero emozionato dalle vicende in sé, ero curioso di sapere come venivano realizzate. Bombardavo i miei genitori di domande: come fanno questo? Dove è stato girato? Come sono riusciti? Era quell’aspetto di finzione consapevole, quel meccanismo da riprodurre, che mi aveva già preso. Quindi il mio primo ricordo legato al cinema è, quasi paradossalmente, un ricordo tecnico.
Il titolo “La Sobrietà” sembra volutamente paradossale rispetto a quello che vediamo sullo schermo. È una provocazione rivolta al pubblico, o forse a te stesso come regista?
Più che una provocazione, è un’ironia costruita su due livelli. Il primo riguarda una mia sensazione rispetto al cinema italiano: c’è una certa tendenza al contenimento, alla misura, che in molti casi è anche una qualità, ma che a volte finisce per escludere tutto ciò che è eccessivo, frammentato, marcato. Il secondo livello è più personale: ho sempre avuto l’impressione che il mio immaginario fosse in contrasto con quello che il sistema produttivo considera proponibile. Quindi il film è un po’ uno sfogo: volete la sobrietà? Eccola. Vi propongo esattamente il contrario.
C’è però anche un terzo significato, legato al mondo della recitazione. Nelle scuole di recitazione, e più in generale nel lavoro degli actor coach, l’obiettivo finale è sempre una verità sobria, non sopra le righe. Ma spesso il percorso per arrivarci passa attraverso momenti tutt’altro che sobri. Anche in questo senso il titolo è ironico: la vita, la realtà, difficilmente sono fatte di sobrietà. Siamo tutti delle maschere grottesche, e io preferisco rappresentarlo piuttosto che negarlo.
Il protagonista del film è un regista che fatica a trovare il suo posto nel sistema. Quanto c’è di autobiografico in quel personaggio?
Non lo posso negare. Il mio immaginario è molto contrastante, frammentato, popolato da personaggi marcati e immagini forti. È un immaginario che difficilmente si incontra con certe tendenze produttive italiane — non solo italiane, a dire il vero: anche in altri paesi europei la situazione è paragonabile. Chi investe tende a puntare su storie che rassicurino, anche quando sono drammatiche o controverse: c’è sempre una rappresentazione misurata.
Quando ho scritto le note di regia e ho parlato di “film manifesto”, intendevo proprio questo. Il regista del film esprime un immaginario che è il mio, racconta una realtà che spesso non trova spazio. Sono pugliese, di Foggia, e ho cresciuto gli occhi su quel barocco, su quel grottesco che caratterizza il sud del Mediterraneo. Ogni volta che lo esprimo, mi associano subito ai pochi registi che hanno questo tipo di linguaggio forte, come se fosse una rarità. Quando mi chiedono se il film è surreale, io rispondo di no: lo trovo realista, perché è ciò che io ho davvero vissuto.
Come hai gestito il rischio che questo ibrido tra commedia nera, mockumentary e sperimentazione risultasse incoerente? Hai cercato un punto di equilibrio, oppure è stato un gesto consapevolmente selvaggio?
Consapevolmente selvaggio, senza dubbio. Sapevo che non ci sarebbe stata una distinzione netta né fotografica né narrativa tra la parte documentaristica e quella di finzione. In fondo è tutto finzione: una commedia nera girata in parte come falso documentario, ma senza appartenere davvero a quel genere.
Quello che ho capito è che il mix si sarebbe amalgamato da solo, perché era il mio immaginario a tenerlo insieme. Ma devo essere onesto: gli attori e i tecnici, pur avendo letto la sceneggiatura e ascoltato le mie spiegazioni, facevano fatica a capire dove si sarebbe andati a finire. Lo sentivo. Si affidavano, e io lo apprezzavo enormemente. Quando hanno visto il film per la prima volta, nelle proiezioni private, tutto si è chiarito.
Del resto, se avessi proposto questo progetto a una produzione sulla carta, non sarebbe stato leggibile. Sapevo che solo vedendolo si sarebbe capito cosa potesse diventare quel mix. Non era il risultato del caso: era esattamente così nella mia testa dall’inizio.

“La Sobrietà” è anche un film di metacinema. Come hai pensato al rapporto con uno spettatore che del cinema non sa nulla?
Era un rischio reale, e ci ho ragionato molto durante la realizzazione. Poi ho fatto due scoperte: una prima dell’uscita, l’altra osservando la reazione del pubblico.
La prima è che, al di là dell’actor coach come figura specifica, il film parla di qualcosa di universale: la persona che ti guida verso un obiettivo, che si tratti di un terapeuta, un life coach, un insegnante. È una dinamica che appartiene a tutti, soprattutto in un’epoca in cui il raggiungimento del successo sembra la prima necessità della vita. In questo senso il personaggio del regista diventa quasi secondario: sono i personaggi intorno a lui e a Kimba a incarnare le nostre fragilità, la nostra capacità di cedere o resistere alla manipolazione.
La seconda scoperta è che gli spettatori non esperti del mondo del cinema sono entrati nella storia più facilmente di quanto mi aspettassi. C’è una sparizione, una truffa, una dinamica relazionale: elementi che funzionano indipendentemente dal contesto cinematografico.
Amanda Lear nel film interpreta una suora. È un personaggio elegante, quasi sobrio, eppure straniante. Come hai lavorato con lei?
Io e Amanda ci conosciamo da anni, ci siamo incontrati nella stessa agenzia, e il desiderio di fare qualcosa insieme c’era sin dall’inizio. Lei è una leggenda – forse una delle poche viventi – con una carriera costruita su eccessi, contaminazioni, percorsi molto particolari. Il suo rapporto con Bowie, con Dalì, il suo legame con la televisione italiana: nulla di tutto questo è sobrio.
Per questo mi interessava darle il ruolo più sobrio del film, pur mantenendo la sua identità: una suora truccata, con una certa ironia che le appartiene. Era l’espressione massima del contrasto: nel film che si intitola Sobrietà, dove tutto è grottesco, Amanda Lear doveva incarnare quasi l’essenzialità.
Quando gliel’ho proposto, ha fatto una battuta – “Io, la suora?” – poi mi ha detto di sì quasi subito. Le ho mandato il materiale, ma lei mi aveva già detto che non aveva capito niente del film e che lo avrebbe fatto comunque. Quella risposta mi ha fatto molto piacere. Poi le ho inviato una foto di lei vestita da Santa Rita accanto a Dalì: le ho detto che non sarebbe stata la prima volta. Non era necessario convincerla ulteriormente.
Quando sono usciti i fotogrammi del film, molti blog hanno accostato quella vecchia foto a questa: era una delle coincidenze più belle della promozione. E lei, sul set, era precisa, il testo a memoria. Una cosa rara, oggi.
Come spettatore, qual è la domanda che senti più urgente, quella a cui vorresti che un film rispondesse?
Guarda, io sono uno strano spettatore: voglio sempre sapere come va a finire un film prima di vederlo. Non per spoiler gratuiti, ma perché così posso godermi i sottotesti, la messa in scena, tutto ciò che sta sotto la superficie della storia.
Detto questo, da spettatore vorrei un film che mi desse uno spunto per uscire dalle gabbie mentali che noi stessi ci costruiamo. Credo che gran parte delle difficoltà che viviamo le generiamo noi, inconsapevolmente. Un film che ti aiuta a riconoscere queste gabbie – non a scioglierle, ma almeno a vederle – ti permette poi di guardare tutto il resto con occhi diversi: la vita, le storie degli altri, i problemi del mondo. Prima devi togliere il filtro davanti a te. Quello vorrei.
C’è qualcosa che hai scoperto su te stesso attraverso questo progetto?
Sì, una cosa che davo per scontata ma che adesso vedo più chiaramente. Abbiamo molto poco tempo, e tra la scelta compiacente – quella che ti garantisce sicurezza e consenso – e quella che ti permette di esprimerti liberamente, vale la pena quest’ultima. Vale artisticamente, ma vale anche umanamente. Quando si sceglie sulla base di ciò che si desidera davvero, si rinuncia a qualcosa, certo. Ma ci si sente in pace. Capire questo è stato importante.
E la tua più grande paura?
È una domanda difficile, non ne avrei solo una. Ma se devo rispondere: il rimpianto. Su tutto — sugli affetti, sul lavoro. Il rimpianto è forse la cosa che temo di più.
Qual è la tua isola felice?
Il sud del mondo. Io sono molto legato alla cultura ispanica e latino-americana
Sono un appassionato e affascinato dal sud del mondo, mi sento proprio un prodotto di lì.

Thanks to Manzo Piccirillo Ufficio Stampa.


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