Ci sono incontri che nascono da una curiosità professionale e altri che, quasi senza accorgertene, diventano qualcosa di più: uno scambio autentico, fatto di sguardi, intuizioni e verità condivise. Parlare con Anna Lazzeri è stato esattamente questo.
Con il suo modo diretto ma mai scontato di raccontarsi, Anna attraversa il suo percorso con lucidità ed emozione, alternando fragilità e determinazione, ironia e profondità. Ne emerge il ritratto di una donna che non ha paura di mettersi in discussione, di cambiare rotta quando serve e di difendere con grazia la propria visione.
In questa conversazione, si intrecciano esperienze personali, in particolare il set di “Cinque Secondi” di Paolo Virzì, e riflessioni più ampie, in un racconto che va oltre il semplice profilo e diventa quasi un invito: a guardarsi dentro, a scegliere con più coraggio, a non smettere mai di evolversi.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Il primo ricordo legato proprio alla sala cinematografica è molto vivido: un giorno mio padre venne a prendermi a scuola per portarmi al cinema vicino al Duomo, che oggi non esiste più, a vedere “Harry Potter e La Pietra Filosofale”. Ricordo che a metà film ero felicissima perché mancava ancora tantissimo alla fine: per me era meraviglioso sapere che la storia sarebbe continuata ancora a lungo.
In realtà, però, i miei ricordi più vividi sono legati alla mia vera ossessione da bambina: i cartoni animati, soprattutto “Pocahontas”. Lo guardavo in continuazione. C’è un episodio che racconto sempre: avevo circa quattro anni e, mentre lo guardavo, dissi a mia madre (io sono stata adottata e sono di colore): “Certo che noi bianchi siamo proprio cattivi” [ride]. Evidentemente mi ero completamente immedesimata nella storia e nei personaggi.


L’inizio di tutto: Paolo Virzì ti ha “scoperta” quasi per caso per un ruolo ne “Il capitale umano”. Cosa ricordi di quel primo incontro e quanto ha influenzato la tua percezione del mestiere di attrice?
All’epoca era qualcosa di assolutamente impensabile, neanche nei sogni più lontani. Ricordo che su La Repubblica era uscito un piccolo trafiletto: si cercavano ragazzi per il film di Paolo Virzì. Una mia amica, che frequentava il quarto o quinto liceo, mi chiese di accompagnarla a fare un provino. I casting li gestiva l’aiuto regista, Michele Lombardi, che a un certo punto chiese anche a me di fare un provino. Magari funzionasse ancora così. Il provino andò bene, anche se il ruolo era molto piccolo. L’incontro con Paolo avvenne direttamente sul set. Ricordo quella settimana come una specie di microcosmo: c’erano ragazzi di diversi licei di Milano e un cast incredibile, con attori come Fabrizio Bentivoglio. È stata la prima volta in cui ho avuto davvero la sensazione che recitare potesse essere un mestiere. Poi però non ho avuto subito il coraggio di provarci davvero. Avevo pensato di iscrivermi a una scuola di recitazione, ma non mi sentivo abbastanza sicura. Ci ho messo molto tempo prima di iniziare davvero.
Il momento decisivo è arrivato anni dopo, quando ho rincontrato Valeria Bruni Tedeschi a un festival del cinema tra Milano e Parigi. Lì ho capito che, se avessi voluto fare questo lavoro, nessuno sarebbe venuto a bussare alla mia porta per chiedermi se volessi recitare. Così ho iniziato: sono andata in Francia e ho cominciato a fare teatro. Nel tempo ci sono stati incontri che tornano, e che in qualche modo ti ridanno fiducia.


Oggi ti ritroviamo in “Cinque secondi”. Com’è stato tornare a lavorare con Virzì ora che hai una maturità artistica diversa?
Sono stata felicissima. Quando ho fatto i provini per il film non pensavo nemmeno che Paolo si ricordasse di me dal tempo de “Il capitale umano”. Invece mi è sembrato molto contento di lavorare di nuovo insieme.
È stato un set davvero particolare. Eravamo tre ragazzi di Milano e abbiamo girato per una ventina di giorni, forse anche di più, vivendo praticamente sul set: una villa abbandonata in mezzo ai campi. Dormivamo lì, nelle stanze accanto a quelle in cui si girava. Era una casa dismessa, proprio come si vede nel film. Tra una stanza e l’altra c’erano cavi, luci, finestre aperte. Il telefono prendeva solo vicino alle finestre e per muoverci di notte usavamo le torce. La mattina ci svegliavamo mentre la scenografia montava il set. È stata un’esperienza molto immersiva e ci siamo legati tantissimo tra di noi. Non eravamo a Roma ma nel Lazio, in mezzo ai campi: intorno c’erano solo colline e la casa di Betta, l’assistente di Paolo.
Per me è stato anche importante per un altro motivo. Ho un profilo un po’ atipico: sono di origine eritrea ma sono nata a Milano e ho un accento milanese molto marcato. Oggi in Italia c’è sicuramente più apertura verso attori non bianchi, ma spesso i ruoli richiesti sono quelli di persone appena arrivate in Italia. Io invece parlo italiano con accento milanese, quindi a volte è difficile incasellarmi. Il mio agente è fantastico e combattiamo spesso perché ai provini possano partecipare anche attori che non hanno necessariamente la storia migratoria del personaggio. Paolo, però, ha una grande umanità: riesce ad accogliere le persone per quello che sono, senza lasciarsi frenare dagli stereotipi. Anche per questo sono stata davvero felice di lavorare con lui.


Che tipo di lavoro hai fatto sulla costruzione del tuo personaggio, Jasmine? E com’è stato tradurre sul set questa dimensione di comunità che vediamo nel film?
Quell’atmosfera si è creata davvero. Eravamo in tanti e funzionavamo quasi come un coro greco che faceva da contraltare al personaggio di Valerio Mastandrea. C’era molta libertà, le relazioni tra i personaggi non erano scritte in modo dettagliato, quindi molte dinamiche sono nate spontaneamente nella vita reale.
Quando poi ho visto il film sono rimasta molto sorpresa dal lavoro di Valerio. Sul set sembrava sempre tranquillo, come se stesse semplicemente vivendo il momento. E invece sullo schermo il suo lavoro è di una precisione e di una finezza incredibili. Ricordo benissimo il primo giorno di set. Eravamo tutti su una specie di camioncino: Valerio guidava, accanto a lui c’era Galatéa Bellugi, dietro io e Andrea Palma, e un cane. Nel cassone dietro c’erano tutti gli altri ragazzi e tre macchine da presa. C’erano tante macchine in giro, era una situazione piuttosto caotica. Io avevo l’impressione di essere dentro un film di David Lynch, come se stessimo camminando sui tetti. A un certo punto abbiamo girato una scena in cui il personaggio di Valerio, il nostro avvocato, ci dava finalmente una buona notizia. D’istinto io gli ho preso la testa tra le mani e ho iniziato a scuoterlo dicendo: “Ma canta anche tu! Non sei felice?”. E lui, con calma, mi ha risposto: “Sì, però sto guidando. Ho dieci persone dietro: non puoi prendermi la testa così”. Ed era il primo giorno di riprese e mi sono detta: ok, è finita. Però, a pensarci bene, l’interpretazione della scena funzionava. Infatti, Valerio al ciack successivo, in cui io non ho più improvvisato, mi ha detto: “Ma sei pazza? Perché non lo rifai? Così posso risponderti in questo modo”. Secondo me il grande talento di Valerio è proprio questo, la sua incredibile aderenza alla realtà, la sua concretezza. Tutto quello che ti dice lo dice in un modo totalmente reale.
Da lì, in qualche modo è come se mi fossi sentita legittimata da Valerio, da Paolo, da tutti quanti. Quando avevo delle intuizioni, avevo il coraggio di dire: “Io ci provo. Se non va bene, pazienza”. Ho trovato il coraggio di seguire le mie intuizioni.

“Ho trovato il coraggio di seguire le mie intuizioni.”

Il titolo del film è molto bello, perché evoca un istante decisivo: cinque secondi. In che modo si riflette nella storia, che alla fine è una storia di pazienza, di attesa, di trasformazione e di amicizia?
Il film viaggia su due storie parallele. La cosa paradossale è che noi, il gruppo dei ragazzi, abbiamo percorso una strada, e il resto del cast un’altra, e abbiamo visto le due strade incrociarsi soltanto alla proiezione del film al Festival di Roma, quando l’abbiamo visto per la prima volta. Certo, avevamo letto la sceneggiatura, ma è stato comunque come se le due linee narrative si incontrassero davvero solo lì.


Non avete avuto questa percezione mentre giravate?
No, esatto. Proprio perché noi ragazzi giravamo tantissimo in campagna, mentre c’era tutta la parte del processo e dei flashback che veniva girata altrove, parallelamente. È stato come se avessimo girato due film diversi.
Quando ho visto il film sono rimasta davvero molto stupita da tutta la parte in cui non ho recitato io, soprattutto dalla parte giuridica. Ho avuto l’impressione che il film fosse molto rispettoso nel modo di raccontarla, che avesse una precisione e un’eleganza che mi hanno molto sorpresa. Ho visto il film due volte: una alla proiezione di Roma e una alla proiezione di Milano. Ed è stato proprio alla proiezione di Milano — forse perché ero più libera da me stessa, meno concentrata sul vedermi sullo schermo — che mi sono resa conto di una cosa. Quando il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi esita, in una scena particolare, ci sono questi cinque secondi in cui tutto cambia. Ed è come se per la prima volta avessi capito che il film tocca una questione molto più grande. Forse mi sbaglio, ma ho avuto questa sensazione.
È molto complicato trattare un tema del genere, quello del fine vita, che il film poi suggerisce soltanto, senza dichiararlo apertamente. Però mi sembra molto attuale e anche molto coraggioso. Valeria poi ha sempre una presenza incredibile: prende in mano il film e lo cambia completamente.


Parlando invece di te: hai studiato teatro in Francia e poi in Emilia-Romagna, all’ERT. Qual è la lezione più preziosa che ti sei portata a casa dal teatro francese e da quello italiano, ammesso che ci sia una differenza?
Forse la prima cosa che ho capito è che, se volevo fare l’attrice, recitare solo nel cinema difficilmente può essere un mestiere. Almeno per me: non posso immaginare la mia vita come una lunga attesa in cui aspetto che qualcuno mi inviti a fare un provino. Ho bisogno di una routine, altrimenti mi sento troppo “nel vuoto”, mi angoscia, e soprattutto non mi rende felice.
Così ho scoperto il teatro. E il teatro si avvicina molto di più, o più facilmente, alla letteratura, che è stata la mia prima grande passione. Arrivo soprattutto da lì: da bambina leggevo tantissimo. Nel teatro ho trovato qualcosa di molto vicino a quel desiderio di letteratura, perché dici le parole degli altri, ma allo stesso tempo non sei sola: è un mestiere profondamente collettivo. Insomma, la mia prima scoperta è stata proprio questa: che esisteva il teatro, che potevo farne parte, che potevo parlare attraverso le parole di altri. Quando l’ho scoperto in Francia è stato fondamentale. È come se avessi imparato il francese attraverso i testi teatrali che studiavo, i film che guardavo, gli spettacoli che vedevo. In qualche modo è stato un modo per alleviare la solitudine dei primi tempi. In Francia, poi, per entrare nelle scuole nazionali di teatro devi affrontare concorsi su concorsi, con centinaia, a volte migliaia di candidati. Questo mi ha aiutata molto a chiarire il mio desiderio, a capire quanto lavoro ci sia dietro e quanto sia importante fare delle scelte.
La prima cosa che ho imparato è che bisogna desiderarlo davvero. È un percorso fatto di lavoro, di desiderio e di precisione: avere un gusto definito per certi spettacoli, per certi film, per certi registi con cui vorresti lavorare. Non solo essere scelti, ma anche scegliere. Poi, sempre grazie a questo percorso, ho fatto un’accademia di teatro in Francia e uno spettacolo al Teatro Nazionale di Strasburgo. Con il direttore del teatro, Stanislas Nordey, che stava lavorando su Pasolini all’ERT — Emilia-Romagna Teatro — ho partecipato a un cantiere su Pasolini. Ed è stato curioso perché, in qualche modo, l’Italia è arrivata a me attraverso la Francia. Abbiamo lavorato per cinque mesi su “Bestia da stile”, l’ultimo testo teatrale di Pasolini. È stato stupendo, perché era un’immersione totale nella sua vita e nella sua opera. C’era tutto: la letteratura, ma messa nel corpo, condivisa con altre persone.
Dopo l’ERT ho girato tre cortometraggi con tre registi diversi: una brasiliana, una tunisina e una canadese. Il progetto era supervisionato dalla Locarno Academy. Si parlava italiano, ma la lingua di lavoro con i registi era il francese. Ricordo una mattina in cui stavo lavorando con Alice Diop e avevo dei dubbi sul mio francese (io sono bilingue, ma ho un leggerissimo accento italiano). Così le ho chiesto se si sentisse e lei mi ha risposto: “Perché me lo chiedi? La lingua è solo un mezzo. Ognuno parla con la propria lingua”. In quel momento ho pensato che se il cinema fosse sempre così, cioè completamente orientato alla comunicazione nella sua forma più pura, sarebbe meraviglioso.

“Non solo essere scelti, ma anche scegliere.”

Hai fatto anche un progetto indipendente in Francia, giusto? Hai girato a Parigi con una troupe italiana.
Sì, un lungometraggio, girato nell’arco di circa un anno. La storia segue una coppia in un lungo periodo di tempo, fino a quando la città – in cui io vivo sia nella vita che nel film – cambia.
Milano?
Sì, esatto. Ricordo queste grandi tavolate durante le riprese in cui si parlava italiano, inglese, francese, e si passava continuamente da una lingua all’altra. Abbiamo girato molto per strada, all’aperto, ed essendo un film indipendente non c’era un grande budget, quindi era tutto molto “hardcore”. Però mi piace molto quella dimensione. Ho capito che avevo bisogno di avere due paesi per sentirmi un po’ più tranquilla.


Qual è l’ultima cosa che hai scoperto su te stessa grazie al tuo lavoro?
Mi sono accorta che, durante le riprese, faccio molta fatica a vivere davvero la vita del personaggio. In generale, nella vita vera, io tendo ad essere troppo gentile, troppo accondiscendente, troppo orientata verso l’altro. E in fondo anche questa è una forma di egocentrismo, perché spesso nasce dal desiderio di essere accettata, di piacere, di non dispiacere. Quindi non è una cosa puramente altruista come può sembrare. Nelle scene devo lavorare molto su questo, perché essere troppo concentrata sull’altro mi impedisce di sviluppare una vera autonomia del personaggio. Nei lavori che sto facendo adesso sto cercando di calibrare meglio questa cosa.
Recitare è un po’ come usare uno stetoscopio su sé stessi: lo appoggi sul petto e ti chiedi cosa succede lì dentro, qual è il tuo ritmo cardiaco in quel momento; c’è, quindi molto lavoro di introspezione. Ci sono emozioni con cui mi sento meno a mio agio nella vita e quindi anche nel lavoro, ed emozioni con cui mi sento più a mio agio. Una delle ultime cose che sto capendo è che il desiderio di fare bene, di andare verso l’altro e di essere accondiscendente a volte impedisce ai miei personaggi di avere una traiettoria propria, una vita privata. Finiscono per essere completamente al servizio degli altri e di ciò che accade. Invece quello che ci interessa sono personaggi che hanno anche una loro interiorità.



“Recitare è un po’ come usare uno stetoscopio su sé stessi: lo appoggi sul petto e ti chiedi cosa succede lì dentro, qual è il tuo ritmo cardiaco in quel momento”

Che cosa ti emoziona profondamente, anche fuori dal set?
Mi colpisce molto il coraggio delle persone. Un coraggio che può manifestarsi in tanti modi: la fedeltà, la capacità dei legami di resistere nel tempo, la generosità, lo sguardo coraggioso che alcune persone hanno sul mondo.

Che tipo di storie ti piace guardare quando sei semplicemente spettatrice?
Posso dirti alcune delle mie ossessioni del momento?
Ho visto “Sentimental Value”, che ho trovato stupendo. C’è una precisione incredibile in quel film, un lavoro sugli attori straordinario, il modo in cui filma la quotidianità e le complessità dei rapporti familiari. Le storie di famiglia mi piacciono molto. Un’altra ossessione recente è “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson. Quello è un grande spettacolo: mi fa pensare che il cinema possa anche avere semplicemente una funzione di intrattenimento.
Sono due film agli opposti, ma mi piacciono per ragioni diverse e allo stesso modo. Mi piace vedere il divertimento nel lavoro: il fatto che ci siano persone che si divertono davvero a fare cinema, anche se in modi completamente diversi. Ho letto da qualche parte che quello che viviamo nella finzione, quindi nei sogni o nelle storie che guardiamo e leggiamo, per il nostro cervello non è così diverso da ciò che viviamo davvero. Quando guardo film come quelli di Paul Thomas Anderson ho l’impressione che gli attori vivano davvero quelle esperienze, e anche per noi spettatori è come se improvvisamente la nostra piccola vita diventasse mille volte più grande, più estesa.

“…per noi spettatori è come se improvvisamente la nostra piccola vita diventasse mille volte più grande, più estesa.”

Il cinema, o comunque il lavoro dell’attore, dà la possibilità di vivere mille vite dentro una sola, e vite molto più ampie e intense delle nostre.
Esatto! Guardando “Una battaglia dopo l’altra” mi chiedevo se in Italia vedremo mai film con ruoli così per persone non bianche. Ovviamente l’America ha un’altra storia, un altro passato rispetto all’Italia, però è una domanda che mi faccio spesso… Il problema secondo me, che non è solo dell’Italia, è che ci si affanna per spuntare una lista di elementi “da inserire” piuttosto che puntare a raccontare una storia interessante da vedere e interpretare.


Qual è stato finora, nella tua vita o nella tua carriera, il tuo più grande atto di ribellione e di coraggio?
Bella domanda. Non so se riesco a individuare un unico momento preciso: forse non ce n’è uno solo, ma tanti piccoli gesti. Non atti eclatanti, piuttosto piccole forme di insistenza. A volte provo semplicemente a insistere.
Sono stata molto fortunata perché ho avuto l’occasione di confrontarmi con attori che fanno questo mestiere da tanti anni, e parlando con loro ho capito una cosa: è piuttosto raro fare un provino e poi ricevere subito la telefonata che dice “ok, sei tu”. Succede, ma non così spesso. Così ho iniziato a seguire una specie di regola personale: se il mio desiderio è davvero reale, preciso, specifico, allora provo a dirlo. Se sento che c’è un motivo, chiedo, parlo, esprimo la mia voglia di lavorare con qualcuno. Ovviamente succede solo quando il progetto mi interessa davvero o quando ho una grande stima della persona con cui vorrei collaborare. Per me, all’inizio, era impensabile. Chiedere mi sembrava quasi disturbare. Poi a un certo punto ho capito che era semplicemente l’altra faccia della stessa paura: non voler disturbare spesso significa anche non voler accettare di mettersi in una posizione di richiesta. E invece questo è un mestiere talmente privilegiato che dire a qualcuno “ho tanta voglia di lavorare con te” mi sembra quasi il minimo indispensabile. Quindi forse i miei atti di coraggio sono questi piccoli gesti.
Poi cerco anche di essere molto chiara con me stessa su cosa mi interessa e cosa no: su quali mondi mi attirano e quali invece meno, su dove penso di poter funzionare e dove invece so che non potrei. Forse è anche questo un gesto di coraggio. E poi, in fondo, fare questo lavoro lo è già di per sé. È un mestiere in cui non sai quando lavorerai, quanto lavorerai e fino a quando. Sceglierlo, e continuare a sceglierlo, è stato sicuramente un atto di coraggio.


“Piccoli atti di insistenza”


Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Penso che significhi accettarsi. Provare anche a ridere delle proprie stranezze, dei propri difetti. Cercare di lavorare su ciò su cui è giusto lavorare, ma allo stesso tempo capire quando certe richieste arrivano dall’esterno: da un’idea imposta, da un’immagine sociale, da un sistema che ci vorrebbe sempre più perfetti, più efficienti, più funzionali.
Secondo me sentirsi a proprio agio significa proprio trovare quell’equilibrio: impegnarsi su ciò che davvero dipende da noi, ma essere anche clementi con quelle imperfezioni che fanno semplicemente parte dell’essere umano. In un mondo che ci spinge continuamente verso la perfezione, accettare anche le proprie piccole disfunzioni è quasi un atto di libertà.

Ultima domanda: qual è la tua isola felice?
Per me sono tutti quei momenti di fuga dalla realtà. Stare per esempio sei ore a teatro, oppure guardare film uno dopo l’altro, nel buio della sala. Mi piacciono tutti quegli espedienti, narrativi o meno, che permettono di allontanarsi per un attimo dalla propria vita e vivere altre vite. Il teatro, il cinema, ma anche i viaggi: momenti in cui metti in pausa la tua quotidianità e dici “adesso faccio altro”.
Per una settimana, o anche solo per qualche ora, puoi essere altrove. Puoi essere qualcun altro.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Ilaria Di Gasparro.
Makeup & Hair by Sveva Del Campo.
LOOK 1
Total look: Miu Miu
LOOK 2
Dress: Fleur Du Mal
Bra: Fleur Du Mal
Shoes: A.Bocca
Rings: Lil Milan and Daniel Wellington
LOOK 3
Total look: Maccapani
Shoes: A.Bocca


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