Giusto un anno fa, ho preso un treno Milano-Bologna con una coppia di amici. Sistemati i bagagli e seduti ai nostri posti nel vagone, io di fronte a loro due, osservo curiosa lui trafficare nel suo zaino alla ricerca di qualcosa che si rivela essere, alla fine, “Cime Tempestose” di Emily Brontë, edizione tascabile. Istintivamente, quasi in tono accusatorio, gli domando, “Chi ti ha costretto a leggerlo?”, indicando quello che forse è universalmente considerato tra i più grandi romanzi d’amore tragico e travagliato mai scritti da una donna, per le donne, che parla di donne e che piace alle donne. Lui pacato mi risponde che nessuno l’ha costretto, ma la sua fidanzata lì di fianco gliel’ha caldamente consigliato e a lui sta piacendo moltissimo. Da lì, guardando dritto nei miei occhi sgranati, si è sciolto in un’accesa ed emozionata analisi dei personaggi, dell’orgoglio di Catherine e della cecità di Heathcliff, ha proseguito con una filippica sul potere distruttivo del denaro, culminando il suo intenso monologo con un sospirato e serio: “Chissà se Cathy e Heathcliff riusciranno ad amarsi”. E con quella frase ha centrato precisamente il punto: la possibilità di esistere di un amore che si prospetta impossibile per cause esterne al sentimento stesso; l’ingiustizia della morte di tale amore; la rabbia per le frequenti dinamiche di interferenza in un rapporto tra due che in due dovrebbero rimanere.
Tristemente attuale e universale, è di questo che parla “Cime Tempestose”, in tutte le sue rappresentazioni.



Dal libro della Brontë al “Wuthering Heights” del 1939 di William Wyler con Laurence Olivier e Merle Oberon, alla rivisitazione ambientata nel Giappone feudale del 1998 di Yoshishige Yoshida, alla trasposizione del 1992 di Peter Kosminsky con Juliette Binoche e Ralph Fiennes, fino all’ultimissima versione di Emerald Fennell con Jacob Elordi e Margot Robbie.

“Heathcliff, it’s me, I’m Cathy / I’ve come home, I’m so cold / Let me in your window”, canta persino Kate Bush con la sua voce acuta e disperata, pregna della sofferenza di una donna innamorata che deve nascondersi nella speranza di sopravvivere al segreto. A quanti di noi è capitato di vivere o di testimoniare un amore ostacolato? E non mi riferisco necessariamente a storie estreme di star-crossed lovers come Romeo e Giulietta, ma anche alle piccole realtà quotidiane di vita di coppia invasa (e quindi rovinata) da nasi altrui: la madre gelosa, l’amica iperprotettiva, il fratello vendicativo, l’amante. Intrusioni di tipo diverso, ma pur sempre infrazioni altamente corrosive e, nella maggior parte dei casi, inopportune.
(Spoiler alert per chi non conosce nessuna versione della storia)

In “Cime Tempestose”, Nelly, la governante di Wuthering Heights, è la zolla di neve che innesca la valanga. Consapevole dell’amore ricambiato di Cathy per Heathcliff, ma interessata solo al benessere (soprattutto economico) della sua padroncina e di sé stessa, è il personaggio che orienta la direzione del vento che avvicina e allontana i due protagonisti; è una figura che crede di fare il bene, ma contribuisce al (se non addirittura scaturisce il) disastro. Così, Cathy sposa un altro uomo di cui non è innamorata, Heathcliff sposa un’altra donna solo per dispetto; i due alla fine inevitabilmente diventano amanti, nutrendosi di un amore giusto ma sbagliato, clandestino e travolgente che finisce per consumarli, con conseguenze particolarmente drammatiche per Cathy, la più testarda, ma allo stesso tempo fragile tra i due.
(Fine parte spoiler)

Una storia come quella di Catherine e Heathcliff può risultare insidiosa da raccontare senza sfociare nel banale, nel ridicolo, nel melenso. Perché si tratta di una storia d’amore ambientata tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX secolo nelle campagne dello Yorkshire; perché si tratta di una storia triste, dell’ennesima – qualcuno potrebbe dire – storia di una bellissima giovane donna povera e un bellissimo giovane uomo ancora più povero che per interessi familiari e costumi sociali non possono stare insieme, eppure si amano alla follia. Il rischio, dunque, è quello di sfociare nel trash quando si tenta di trasporre cinematograficamente, nel 2026, epoca dell’omogeneizzazione culturale, il delicato ed elegante racconto della Brontë: il romanzo che ha aperto le porte a una letteratura più intensa e psicologicamente profonda, raccontando per la prima volta la violenza emotiva, l’ossessione e le relazioni tossiche senza moralismi superficiali. Facile sfociare nel trash, dunque, ma per nulla obbligatorio.

All’origine delle innumerevoli critiche che “Cime Tempestose” di Emerald Fennell ha ricevuto sono convinta ci sia un atteggiamento prevenuto e/o pretenzioso dello spettatore medio, che è entrato in sala aspettandosi o un adattamento fedele, ligio, religioso del romanzo, oppure una sorta di cinepanettone versione Inghilterra del 1800. La prima categoria di detrattori, quelli che si aspettavano una storia pari pari a quella della Brönte, sono chiaramente usciti dalla sala delusi e scandalizzati dalla “povertà dei dialoghi”, dai “costumi anacronistici”, dalla “colonna sonora di Charlie XCX”. La seconda categoria di detrattori è entrata in sala con la critica già in bocca e il film non l’ha nemmeno praticamente guardato per non rischiare di uscire dalla sala con in bocca un’opinione diversa da quella che si era preparato da giorni.

Io, da eterna ammiratrice delle sorelle Brontë, con il romanzo “Cime Tempestose” nel cuore sono andata al cinema a guardare il film del 2026 “Cime Tempestose” aspettandomi nient’altro se non “un Emerald Fennell”: un film della regista di “Promising Young Woman” e “Saltburn”, un film folle, trasgressivo e decisamente pop. Sono entrata in sala aspettandomi costumi pazzeschi e un Jacob Elordi più eccitante che mai. Sono entrata in sala aspettandomi una storia d’amore molto triste, ma anche un pochino ironica e maliziosa. Sono entrata in sala aspettandomi di ridere e deridere e non pensare per un paio di ore. Il risultato è che sono uscita dalla sala soddisfatta per aver ritrovato i personaggi di uno dei miei romanzi dell’adolescenza, di averli visualizzati più belli di come me li immaginavo, di aver simpaticamente confermato la mia convinzione che Jacob Elordi sia tanto alto quanto, diciamo, in fase di apprendimento; sono uscita dalla sala con bellissime inquadrature e scenografie negli occhi e nella testa svariati pensieri sulla generale difficoltà di viversi l’amore. Sono uscita da quel cinema avendo visto un film che mi ha intrattenuta, senza uccidermi alcun neurone.



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