Certe icone non hanno bisogno di presentazioni: attraversano il tempo, cambiano forma, ma restano immediatamente riconoscibili. È il caso di N°5, il profumo che più di ogni altro ha trasformato una fragranza in un simbolo culturale, capace di evocare eleganza, memoria e identità. Oggi, mentre la Maison rinnova il suo storico flacone, quell’equilibrio tra fedeltà e trasformazione torna al centro della scena.
Un tema che risuona sorprendentemente vicino anche al mondo della danza classica, dove tradizione e interpretazione personale convivono da sempre. Lo sanno bene Virna Toppi e Nicola Del Freo, Primi Ballerini del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala e compagni nella vita. Insieme, sul palco e fuori, incarnano una forma di armonia fatta di rigore, sensibilità e verità: quella che permette alla tecnica più assoluta di trasformarsi in emozione.
Li abbiamo incontrati per parlare di bellezza, disciplina e identità, di ciò che resta immutato nel tempo e di ciò che inevitabilmente cambia. Dal rapporto con il proprio corpo alla ricerca della verità in scena, fino alla memoria olfattiva legata alle fragranze. Perché, proprio come la danza, anche un profumo può raccontare una storia invisibile. E a volte basta una sola nota, o un gesto familiare, per riportarci esattamente dove tutto è cominciato.
Virna e Nicola, siete Prima Ballerina e Primo Ballerino alla Scala – un titolo che porta con sé tutto il peso della tradizione. C’è stato un momento preciso in cui avete capito che la danza sarebbe stata il vostro linguaggio definitivo?
V: Non c’è stato un momento preciso nella mia vita in cui ricordo di essermi detta “da grande voglio fare la ballerina” o “questa è la mia vita, questo è quello che voglio fare tutti i giorni fino alla fine”. È stato più come quando ti viene voglia di fare una passeggiata o di stringere un rapporto di amicizia o di amore: una cosa talmente naturale che non c’è stato mai un momento in cui questa cosa ha preso possesso di me.
N: Io direi che due momenti fondamentali mi hanno segnato profondamente. Il primo è la prima volta in cui ho visto uno spettacolo di danza – non sapevo nemmeno cosa fosse il balletto, facevo equitazione. Un giorno mia madre mi portò a vedere un balletto e io mi innamorai della danza. Rimasi colpito dal corpo dei ballerini e dal modo in cui si esprimevano attraverso la musica. Poi, c’è stato il momento in cui mi sono proprio detto: “Okay, voglio fare questo”. Avevo iniziato a ballare da un anno, quando un’insegnante della scuola che frequentavo mi fece guardare un video di Mikhail Baryshnikov che ballava il Don Chisciotte. Ricordo che quel video mi fece realizzare che anche io volevo fare il ballerino: rimasi colpito dal suo carisma, da come riuscisse a parlare attraverso i passi di danza, da quanto chiaro fosse per me quello che stava dicendo in quel modo.


Nel balletto classico esiste una perfezione formale quasi matematica. Ma dove abita, secondo voi, la vera bellezza? Nella tecnica impeccabile o nel momento in cui si rompe qualcosa di controllato?
V: La danza classica, a differenza di altri tipi di danza, è difficile perché ha degli schemi ben precisi: è come se ci fosse “il libro della danza classica” da seguire. Il bello, però, è che dentro questo canone e schema ben preciso tu devi riuscire a trovare la tua libertà e la tua maniera di esprimerti. Con gli anni e con l’esperienza, riesci ad elaborare un modo tutto tuo per esprimere quello che la tradizione della danza e il rigore della danza vogliono che tu faccia. Secondo me, la parte migliore è quando riesci a vedere la persona, l’anima e il sentimento di chi danza, quando questo arriva direttamente al pubblico. Questo è quello che più mi emoziona quando io stessa guardo uno spettacolo. C’è sicuramente la tecnica, dei canoni estetici da apprezzare, ma quello che personalmente mi tocca di più da spettatrice è quando vedo l’anima.
N: Sì, sono d’accordo. Per me la vera bellezza sta nella verità, nel senso che se riesci a portare la verità in quello che fai in scena, con o senza sbavature, se riesci a ballare in funzione del vero, se riesci a sentirlo, il che non è facile e per niente scontato secondo me, riesci a dare tanto. Ovvio che poi la tecnica è la base che ci supporta per trasmettere il messaggio, però la perfezione credo sia irraggiungibile in ogni caso, e non è nemmeno il punto. La tecnica è un mezzo.

“Secondo me, la parte migliore è quando riesci a vedere la persona, l’anima e il sentimento di chi danza”

Sicuramente, la danza classica ha un modo di trasmettere emozioni veramente unico. Il corpo è il vostro strumento: come cambia la percezione della bellezza quando si vive dentro un corpo che lavora ogni giorno al limite?
N: C’è una bellezza idealizzata, che poi è quella che ricerchiamo tutti, credo, ovvero i canoni della danza classica, e poi ci sono dei corpi che io ritengo bellissimi, che hanno delle particolarità. Se parliamo di bellezza del movimento, ce ne sono di diverse tipologie e per un danzatore, è fondamentale imparare a vedere i propri difetti ed accettarli, lavorandoci su: prima ci si abitua a questo, meglio si sta e prima si raggiunge una consapevolezza della propria bellezza.
V: Sì, e devi essere in equilibrio con la testa per riuscire, di conseguenza, ad accettare quello che probabilmente con gli occhi vedi di sbagliato nel tuo corpo. La perfezione non esiste, come diceva prima Nicola, questo è chiarissimo, ma quando si è più piccoli generalmente si tende a battersi contro sé stessi, a vedere qualcosa che può anche essere bello come un difetto insormontabile. Io con gli anni mi sono resa conto che la bellezza sta anche nella diversità, nell’accettare che il proprio corpo è diverso rispetto a quello degli altri e fare dei propri pregi punti di forza, così come riuscire a mascherare i propri difetti. Sicuramente è un percorso difficile, perché riuscire ad accettare qualcosa che di te non ti piace non è semplice, però, con la maturità, piano piano ci si arriva. Accettare sé stessi come prima cosa è fondamentale.



Immagino che sia un lavoro enorme e infinito.
V: Sì, costante, quotidiano, che cambia con te ogni giorno.


La bellezza nel vostro mondo è spesso visibile, scenica, costruita. Esiste per voi una bellezza invisibile nella danza, qualcosa che il pubblico non può vedere ma che voi sentite?
V: La purezza dell’anima. Ancora una volta, la verità. È fondamentale per me essere una persona limpida, chiara. Questa è una cosa che noi danzatori percepiamo subito, con un primo sguardo, un primo tocco, ma è più difficile farlo capire all’esterno.
N: Secondo me, si può definire bellezza il lavoro che si fa in sala, che è un lavoro di pazienza, di attenzione verso il tuo partner di danza, in termini di tempistiche ed esigenze altrui. È qualcosa che non si vede, ma che c’è, dietro le quinte, e che io penso sia un lavoro bellissimo.

“La purezza dell’anima”

A proposito di cose che non si possono vedere, il profumo è forse la forma d’arte più invisibile e al tempo stesso più evocativa e di questo CHANEL ne ha fatto un’arte vera e propria, proprio a partire da N°5. Che rapporto avete con le fragranze? Indossare un profumo per voi è un gesto intimo o una dichiarazione al mondo esterno?
V: Un po’ entrambe le cose. Sicuramente, quando indosso un profumo lo faccio innanzitutto per me, perché mi piace, perché mi dà sensazioni piacevoli. Anche semplicemente quando scelgo un profumo, lo scelgo sempre in base a quello che, attraverso l’olfatto, mi trasmette a livello emotivo. Quindi, scelgo delle fragranze che rappresentano me in un certo periodo della mia vita. Allo stesso tempo, invece, a volte scelgo dei profumi che possono essere una dichiarazione sì, di me, ma in anche di quello che voglio dichiarare agli altri. Non è detto, a volte, che il profumo che scelgo perché mi suscita certe emozioni sia lo stesso profumo che rappresenta chi davvero vorrei mostrare agli altri. A volte è un impormi di essere in una determinata maniera e mostrarlo agli altri, perché in quel momento io ho bisogno di essere così. È sicuramente un gesto che faccio per me stessa, ma è anche un messaggio che voglio trasmettere, un po’ come fosse il mio biglietto da visita.
N: Penso che per me sia una scelta abbastanza inconscia, ma il mio approccio ai profumi è particolare: utilizzo alcuni profumi per il teatro e altri profumi per la vita privata. Credo che questa distinzione nasca dal fatto che quando balliamo siamo vicinissimi al nostro partner, sudiamo insieme, siamo “attaccati” per tanto tempo; quindi, in quel contesto, indosso dei profumi più leggeri o molto freschi, magari agrumati; i profumi invece più forti e “mascolini” li indosso nella vita privata.


Ci sono icone che attraversano le epoche senza perdere forza, ma trovando sempre un modo per rinnovarsi. Pensando a N°5, che pur restando fedele alla sua essenza ha saputo cambiare nel tempo anche nel packaging, vi riconoscete in questa tensione tra identità e trasformazione?
N: Assolutamente sì. Nella danza succede qualcosa di molto simile: i grandi balletti restano gli stessi nel tempo, ma ogni interprete li attraversa con la propria sensibilità e di pari passo con il momento della vita che sta vivendo. Per me l’identità è una base solida, quasi come la tecnica che ti accompagna per tutta la carriera. Allo stesso tempo, però, cambiamo anche come uomini. Nel mio caso, negli anni sono diventato prima marito e poi padre, oltre che ballerino. Tutte queste esperienze influenzano inevitabilmente il modo in cui vivi la scena e il modo in cui interpreti i ruoli. Credo che il bagaglio della vita si porti sempre con sé sul palco, e questo rende ogni fase diversa dalla precedente. È proprio questo equilibrio tra radici e trasformazione che permette di restare fedeli a sé stessi, ma allo stesso tempo di evolversi continuamente.
V: Sono molto d’accordo. Tu puoi sempre mantenere la tua identità, la tua purezza, il tuo onore, comunque modellandoti nel corso degli anni, sia per la richiesta delle persone intorno a te, sia per assecondare un tuo momento di trasformazione personale.

“Per me l’identità è una base solida, quasi come la tecnica che ti accompagna per tutta la carriera.”


C’è un odore o un profumo che invece vi riporta immediatamente al palcoscenico, al camerino, all’emozione prima di entrare in scena?
V: Ce ne sono tanti: l’odore della pece per le scarpe da punta, l’odore della lacca che mettiamo sui capelli, l’odore del borotalco che si usa sia per le scarpe che per i costumi, e l’odore del sudore, che non necessariamente è sgradevole – a volte è semplicemente l’odore della fatica, della determinazione, e del risultato.
N: Per me anche l’odore del trucco di scena, della cipria: l’odore del pre-spettacolo. Poi, come diceva Virna, l’odore della pece, che non è molto forte ma ricorda la resina. Forse anche il legno di cui sono fatte le sbarre e il palco.


Qual è la cosa più bella che la danza vi ha insegnato sulla vita?
V: Che il lavoro ripaga e il crederci ripaga. Il fatto di mettermi alla sbarra tutti i giorni sin da quando sono piccola, di aver sacrificato gran parte della mia vita, aver fatto delle scelte difficili, aver vissuto dei momenti molto pesanti, mi ha portato al risultato che ho sempre sognato per me stessa. Nessun sacrificio è stato vano visto dove sono oggi. Quindi, sicuramente, la danza mi ha insegnato la caparbietà di seguire un sogno per un obiettivo e la soddisfazione di, alla fine, essere riuscita ad ottenerlo nel modo più pulito e bello possibile.
N: A me la danza ha insegnato soprattutto la perseveranza. È un percorso fatto di disciplina quotidiana, di momenti bellissimi ma anche di difficoltà, e impari molto presto che i risultati arrivano solo con il tempo e con la costanza. Mi ha anche insegnato a conoscermi meglio, ad ascoltare il mio corpo e a rispettarlo. È una scuola di vita continua, perché ti ricorda che ogni giorno puoi sempre migliorare, ma anche che bisogna saper accettare i momenti più complessi e trasformarli in crescita.

“Il lavoro ripaga e il crederci ripaga”

Ogni ruolo vi chiede di diventare qualcun altro. Quanto vi trasformate davvero? E cosa resta sempre intatto di voi?
N: Riprendo qui il concetto di ricercare la verità. Interpretando un ruolo, si cerca sempre di abbandonare sé stessi e diventare il personaggio, ma non succede sempre, almeno nel mio caso. A volte però succede, e quando succede è una sensazione bellissima. Di sicuro c’è sempre un pochino di Nicola o di Virna nei personaggi che interpretiamo, però ad un certo punto, nel trasporto, lo spettacolo diventa alienante, ed è come se tu non ci fossi e ci fosse al posto tuo il personaggio che interpreti. È un qualcosa che ricerco e non è facile per me ottenerlo.
V: Penso che ciò che resta sempre intatto sia la verità di cui parlavamo prima. Per natura io non riesco a mentire: il mio corpo, le mie espressioni facciali non nascondono niente, mi si legge come un libro aperto. Questa è una di quelle cose di me che rimane invariata, cerco sempre di essere me stessa, a prescindere dal personaggio che sto interpretando. Quello che invece riesco a cambiare, probabilmente, è il modo di approcciarmi dal punto di vista dinamico: ci sono dei ruoli in cui c’è bisogno di un po’ più di “aggressività”, forza, tenacia, di essere più carnale. L’approccio riesco a cambiarlo a seconda del ruolo, se è più fragile, più etereo e meno terreno. Questo è ciò che cerco di tramutare, mentre quello che rimane è la verità di me.

Come si inserisce la fragranza N°5 nella vostra vita di tutti i giorni, nella contemporaneità?
V: Per me N°5 è una presenza molto naturale nella vita quotidiana. È una fragranza che porta con sé una memoria, ma allo stesso tempo riesce a essere incredibilmente contemporanea. Nella mia giornata, che è fatta di disciplina, prove e movimento, il profumo diventa un piccolo rituale personale: un gesto che mi accompagna prima di uscire di casa o prima di andare a teatro. Non è solo un ricordo del passato, ma qualcosa che vive nel presente, che si mescola alla mia routine e alla mia identità.
N: Io la vedo come un elemento che non insegue la frenesia del momento, in una giornata piena di scadenze e prove; N°5 ha un carattere definito, un’identità precisa, in un mondo che cambia velocità ogni giorno.


Cosa vi piace di più del suo nuovo “vestito”?
V: Mi piace pensare che, proprio come nella danza, anche una fragranza iconica possa reinventarsi ogni giorno attraverso la persona che la indossa. N°5 rimane sempre sé stesso, ma su ognuno racconta una storia diversa, attuale, viva. Trovo molto bella l’idea che un simbolo così riconoscibile possa cambiare forma e dettagli senza perdere la sua identità. In fondo succede un po’ come nella danza: la tradizione resta, ma ogni nuova interpretazione la rende viva e contemporanea proprio in questo equilibrio tra eleganza senza tempo e modernità.
N: La capacità di evolversi restando fedele a sé stessa. Questo nuovo design mette ancora più in risalto la sua architettura pulita ed essenziale.
Cosa significa per voi sentirvi a vostro agio nella vostra pelle?
V: Probabilmente significa sentirmi bene, provare delle belle sensazioni, non sentirmi sbagliata, non impormi di essere chi non sono. Non aver paura di mostrarmi per come sono e sentirmi accettata esattamente per quella che sono.
N: Per me significa sentire un equilibrio tra quello che sono e quello che vivo ogni giorno. Con il tempo impari a conoscere meglio te stesso, a capire cosa ti fa stare bene e cosa invece non ti appartiene. Sentirsi a proprio agio nella propria pelle vuol dire proprio questo: essere in pace con la propria identità e con il proprio percorso, senza la necessità di dimostrare qualcosa, ma semplicemente vivendo ciò che si è con autenticità.


Qual è la tua isola felice?
V: Ce ne sono diverse. Sicuramente, banalità che poi banalità non è mai, ovunque con la mia famiglia – che sia il mare, la montagna, casa mia, purché accompagnata dalle persone del cuore. Un luogo fisico potrebbe essere l’alta montagna, dove non c’è nessuno, l’aria è pura e si respira bene, dove non ti senti mai sbagliato e giudicato.
N: Il teatro è sicuramente uno dei luoghi più importanti della mia vita. È il posto dove ho vissuto momenti splendidi, ma anche momenti difficili che mi hanno fatto crescere. È uno spazio che continuo ad amare profondamente.
Detto questo, non sarei del tutto onesto se, anche io, non citassi la mia casa, la casa mia e di Virna. Soprattutto da quando è arrivata nostra figlia. Avere un bambino piccolo e vederlo crescere giorno dopo giorno è un’esperienza incredibile, qualcosa che ti riporta sempre all’essenziale.


Photos & Video by Johnny Carrano.
Makeup CHANEL using LES BEIGES by Sofia Caspani.
Grooming and Hair by Sofia Caspani.
Thanks to CHANEL Beauty.
Thanks to CHANEL Fine Jewellery.


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