Ci sono attori che arrivano al cinema per desiderio, e altri che ci arrivano per necessità. Matteo Santorum appartiene alla seconda categoria. Il suo racconto parte da lontano, da un’infanzia fatta di immaginazione, silenzi e storie inventate per riempire spazi – fisici ed emotivi – e arriva a una visione dell’arte come luogo di cura, di responsabilità e di relazione con l’altro.
Nella nostra chiacchierata, Matteo attraversa senza filtri i temi che lo definiscono: il bisogno quasi fisico di recitare, il valore politico ed emotivo della rappresentazione, l’empatia come atto rivoluzionario, il coraggio di abitare personaggi fragili, oscuri, scomodi. Dalla commedia di “L’appartamento Sold Out” al teatro perturbante di “In casa con Claude 2.0”, emerge il ritratto di un attore che non cerca rifugi né compiacimenti, ma un dialogo autentico con il presente.
Con Matteo abbiamo parlato di cinema e teatro, sì, ma soprattutto di identità, di amore, di ferite e di quella necessità profonda di raccontare storie per sentirsi – e far sentire gli altri – un po’ meno soli.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Io vengo da un piccolo paese in Trentino, e ricordo che una volta, quando avevo quattro o cinque anni, mio nonno mi portò a vedere una versione restaurata di “Biancaneve”. Un altro ricordo è legato più alla TV popolare nazionale, ovvero Totò. Ogni volta che andavo da mio nonno, passavo il pomeriggio incollato alla TV a guardare Totò con lui.
Io sono cresciuto in una casa in cui non c’era la TV, in realtà; quindi, il mio desiderio di recitare nasce da un bisogno di esplorare storie, mondi, di scappare, di trovare un posto tutto mio.


C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la recitazione per te non era solo un desiderio, ma una necessità?
È una cosa veramente prenatale per me, perché da quando ero bambino amo intrattenere. Mi piaceva raccontare storie: i miei hanno una trattoria storica in Trentino, e mio padre spesso, quando mamma non poteva tenermi perché era un’insegnante, io stavo lì seduto al banco con mio padre e mio nonno e ogni tanto sfuggivo ai loro occhi e andavo a raccontare storie ai clienti. Avevo quattro anni! Oppure mi piaceva arrampicarmi sugli alberi immaginando di essere certi personaggi, per esempio ero in fissa con Zorro e Robin Hood. Sai, poi, passavo tanto tempo da solo perché i miei lavoravano, giustamente, e quindi mi piaceva travestirmi e interpretare personaggi. Sono stato figlio unico fino ai quattro anni, quindi mi sentivo anche molto solo da piccolino e quello era il mio passatempo. Mio fratello, comunque, è una persona estremamente diversa da me, lui molto calmo, io invece abbastanza impegnativo, che smontavo casa e creavo le mie storie, i miei mondi.
Insomma, recitare è nato in me come un bisogno quasi animale, fisico, nutriente. Lo dico spesso, la recitazione mi dà un posto nel mondo, dà un senso alla mia esistenza. Io sono laureato in lettere, per esempio, però più per passione personale, non ho mai pensato a uno sbocco professionale in quel campo. I piani B io non ce li ho: recitare mi guarisce. E penso che possa fare lo stesso anche con gli altri.
È uno degli scopi massimi dell’arte, quello di guarire, no?

“I piani B io non ce li ho: recitare mi guarisce.”

Lo penso anche io, spesso ce lo dimentichiamo spesso. Ne parlavo giusto oggi con una mia amica, tendiamo a sottovalutare l’importanza del ruolo che l’arte ha nelle nostre vite. È medicina, o quantomeno complementare alla medicina.
Bravissima, mi hai rubato le parole. Io in questa vita mi sono donato l’amore, la passione per la recitazione, ma un artista deve cercare sempre un perché, no? Quello che fa un artista non è solo motivato dalla necessità di essere visto perché è stato abbandonato; tutti noi abbiamo i nostri traumi, però se mi chiedo perché io faccio quello che faccio, la mia risposta è per l’idea di poter raccontare storie con il loro peso emotivo, con il loro significato umano, che possano veramente dare, nell’immaginario pubblico, un aiuto, un sostegno, e cambiare qualcosa, seminare qualcosa. Per me è una delle più grandi vittorie quando succede, più del riconoscimento, che ovviamente fa bene all’ego, però ci focalizziamo un po’ troppo sull’intrattenimento fine a sé stesso, secondo me.
Uno dei miei registi preferiti, Luca Guadagnino, disse una volta a Fabio Fazio proprio questo, che l’arte a volte è scomoda, perché ci deve ricordare delle cose, ci deve far riflettere su delle cose, e ci scava dentro facendoci pensare a delle cose di noi stessi a cui noi stiamo a pensare e a cui non vogliamo pensare.



Infatti, l’arte vera e veramente valida è quella che tocca i tasti più delicati che abbiamo, che pungola i nostri punti deboli, e se non siamo disposti ad affrontarli ed elaborarli, da quell’arte fuggiamo via. Parlando di arte e di uno dei tuoi ultimi progetti, “L’appartamento Sold Out”: interpreti Lorenzo, un personaggio che si ritrova a vivere una convivenza un po’ imprevedibile. Cosa ti ha attratto del caos emotivo e umano che caratterizza la situazione del tuo personaggio?
Lorenzo è il vicino di pianerottolo degli inquilini dell’appartamento, quello che tenta di stabilire un equilibrio pur facendo dei grandi casini. Ciò che mi ha colpito di questo progetto è che, per quanto a me piace l’arte impegnata, ho capito che c’è anche bisogno di un tipo di arte e di comunicazione che, anche in maniera forse un po’ più “leggera”, porti luce su alcune tematiche relative a quello che sta succedendo in Italia oggi con un linguaggio più accessibile a tutti.
Io penso che spostare lo sguardo da noi stessi all’altro sia la chiave per una convivenza di qualsiasi tipo, dai coinquilini ai genitori. Per esempio, tanti rapporti familiari non funzionano magari perché un genitore è vittima in una sua storia personale e riporta quel tipo di sguardo sul figlio, cieco di fronte ai suoi bisogni e a chi è veramente. La cosa importante che mi insegna “L’appartamento” è come con ogni persona nasca un dialogo di un tipo diverso, perché ogni persona che abbiamo di fronte è un essere umano diverso e proprio per questo unico e dobbiamo partire da lui o lei per poi arrivare a noi perché la relazione funzioni in maniera equilibrata.
Lorenzo è un personaggio pansessuale, il che purtroppo è un caso eccezionale in Italia. Come dicevo prima, però, raccontare queste tematiche con un linguaggio un po’ più leggero consente di non problematizzare qualcosa che non dovrebbe essere problematico, come l’omosessualità che non andrebbe solo raccontata come un qualcosa di “difficile”, provando invece ad immaginare un amore invece che funziona liscio, capisci?

“Ogni persona che abbiamo di fronte è un essere umano diverso e proprio per questo unico e dobbiamo partire da lui o lei per poi arrivare a noi perché la relazione funzioni in maniera equilibrata”.

Sì, anche io penso che forzare la narrativa dell’amore omosessuale cercando di raccontarlo come “normale” lo renda ancora più “diverso” e il solo fatto di dover utilizzare questi aggettivi è sintomo di qualcosa che a livello di comunicazione, ma anche a livello ideologico non va.
Esatto. Vedere questo tipo di storie su uno schermo dà anche a te un senso di esistere, ti viene da dire, “Ok, esisto anche io, c’è una storia che mi racconta, c’è un qualcosa in cui posso rispecchiarmi ed è potentissimo perché mi ha reso giustizia, perché non è cliché, perché ha una sua emotività, ha una sua forza”. Da attore, se sei arrivato a qualcuno, e quel qualcuno magari è anche un adolescente in una fase in cui si fa tante domande, è una grande vittoria, per tornare a quello che dicevamo prima. Il regista, Francesco Apolloni, è stato molto bravo a scegliere la commedia come linguaggio, perché abbraccia un po’ tutti.
Sì, ed è uno stimolo in più per guardare qualcosa magari anche quando sei mentalmente stanco.
Sì, perché è più facile che tornato dal lavoro la sera ti dici, “Voglio guardare qualcosa di leggero” ma in qualche modo, inconsapevolmente, quella cosa leggera ti sta facendo tanto.


C’è un altro tuo progetto che con la commedia non ha niente a che fare, ovvero lo spettacolo teatrale “In casa con Claude 2.0”. Lì interpreti un personaggio molto oscuro e stratificato: come hai fatto ad entrare nella sua mente senza giudicarlo?
Ti faccio un esempio: io ambisco ad interpretare i grandi dittatori della storia. Queste personalità nascono da una grandissima fragilità, nel senso che sono persone con una zona d’ombra molto importante e che di quella investono anche chi gli sta di fianco, trascinando in un abisso non solo loro stessi ma anche chi li circonda. Questo mi fa pensare a come noi umani non nasciamo con questa zona, perché io sono convinto che noi nasciamo puri: i bambini-soldato in Vietnam non nascono con l’intenzione di ammazzare la gente con tanta leggerezza, ma il discorso è diverso se vieni educato in un certo modo o se la società ti rende quel tipo di prodotto.
Io vengo da un contesto sicuramente privilegiato, pur avendo delle grandi ferite, però l’arte mi ha salvato, mi ha dato uno scopo nella vita, mi ha sottratto ad altri scenari. Resta, comunque, una scelta che ho fatto io grazie anche agli strumenti che mi ha fornito chi mi sta vicino, grazie agli incontri che ho voluto seguire, grazie alla fiducia che ho voluto avere, e così è stato anche per il mio personaggio. Purtroppo, lui, però, non ha avuto la forza, né gli strumenti, e non è nato nello scenario giusto per cui, ovviamente, sceglie un tipo di storia piuttosto che un’altra, il che richiede tipi di sforzi umani diversi che lo portano in un grande spazio buio, in cui trascina anche l’amore della sua vita. Non è nemmeno consapevole di quello che fa, anche perché poi una sindrome post-traumatica gli causa un atteggiamento schizofrenico, fuori dalle righe. Per questo, Yves è convinto di salvare la vita del suo innamorato, perché un amore di quel tipo in una città del ventesimo secolo non può esistere. Tra l’altro, lui non ha avuto dei genitori che lo potessero amare, quindi non conosce nemmeno l’amore: ecco come mi rapporto a personaggi con zone d’ombra così importanti, partendo da una formula base secondo cui nasciamo in quanto esseri fragili, e quindi io mi rapporto al personaggio in quanto essere fragile la cui fragilità è stata non solo curata ma anche valorizzata e non schiacciata, come succede spesso.
Pensiamo a come veniva idealizzato l’uomo soprattutto in passato: siamo cresciuti con l’idea che l’uomo deve essere forte, quindi insensibile, e se io ti insegno che piangere è sbagliato, tu non proverai mai empatia davanti a nessun essere umano. Nello specifico, il mio personaggio ha fatto delle scelte che lo allontano da me, scaturite da traumi sicuramente gravi. Io, però, lotto ogni giorno perché i miei traumi non investano l’altro: il motivo per cui sono andato in terapia la prima volta è stato perché io non voglio fare del male a chi mi sta vicino. Quindi ho cercato di dialogare con Yves e chiedermi da dove derivano le sue azioni, qual è la crepa dentro la quale si è insinuata quella zona d’ombra che io non devo giudicare. È così che sono entrato nell’anima di questo personaggio.

“Ecco come mi rapporto a personaggi con zone d’ombra così importanti, partendo da una formula base secondo cui nasciamo in quanto esseri fragili”
E in che modo il pubblico secondo te può ricevere questa storia, che è una versione aggiornata di un testo più vecchio e molto forte? Certo cosa cambia oggi secondo te nella risposta del pubblico odierno?
La società dovrebbe aver fatto dei progressi quando si tratta del tipo di amore che viene raccontato. Sicuramente, oggi cambia il linguaggio con cui la tematica viene trattata, ma il testo rimane necessario nel momento in cui ragazzi omosessuali si tolgono la vita o donne vengono uccise dal proprio uomo perché è geloso e “le ama troppo”. La storia ancora si fa specchio del presente, purtroppo, nonostante sia ambientata negli anni ’70-’80. Abbiamo fatto tanti passi avanti, ma anche tanti passi indietro, forse perché ci spaventa tanto stare bene, e dialogare con qualcosa che ci rispecchia e ci interroga su noi stessi.
Siamo in un periodo storico in cui serve un’identificazione per affermarci, ma in realtà se imparassimo ad accettarci, non avremmo bisogno di alcuna etichetta, perché la verità è che bisogna innamorarsi dell’essere umano così com’è, al di là di tutto. Ripeto, spostando lo sguardo da noi stessi verso l’altro, tralasciamo la sofferenza e l’oppressione legate ad una nostra storia personale e ci dimentichiamo di quello che ci è stato detto che è giusto o sbagliato fare dalla società.



Qual è l’ultima cosa che hai scoperto su te stesso attraverso il tuo lavoro?
Sto capendo cosa succederebbe se ci concedessimo di essere veramente umani, senza tutte le sovrastrutture, senza tutte le maschere, se ci concedessimo di tornare un po’ bambini, perché, come diceva Pasolini, il bambino ci può sempre insegnare qualcosa. Il bambino ride quando deve ridere, piange quando deve piangere, mentre quando cresciamo ci insegnano che non bisogna ridere in alcuni contesti, che non bisogna piangere in altri. Ecco, non dico che bisogna lasciarsi andare all’inciviltà…
Sennò diventiamo animali…
Esatto, però, se facciamo cadere la maschera per concederci veramente di mostrarci per quello che siamo, secondo me non si discuterebbe di tutto quello di cui stiamo discutendo, e non accadrebbe tutto quello che sta accadendo, e saremmo molto più empatici. Il mio lavoro mi sta facendo capire quanto io sia (anche troppo) empatico delle volte, perché il mio temperamento forse un po’ malinconico, mi porta poi a fare di qualsiasi situazione un cruccio mio personale, come quello che succede nel mondo, che non va sempre bene.
Però l’empatia secondo me è la chiave. Se tutti fossimo tutti attori “un po’ più bravi”, nel senso che si mettono in discussione e cercano quella chiave, fanno cadere la maschera, e cercano l’empatia, non saremmo indifferenti davanti ai bambini che muoiono, per esempio. Purtroppo, in gran parte è colpa della corazza che ci hanno insegnato ad indossare, soprattutto agli uomini. Per quanto suoni cliché, io penso sia un dato di fatto che le donne sono molto meno indifferenti di fronte ad alcune cose, perché a loro viene concesso di curare e coltivare quel lato fragile ed empatico, mentre all’uomo no.


Cosa cerchi in un personaggio o in un progetto?
Dico di no alle cose che non mi rappresentano, che sono lontane dal motivo per cui io voglio fare arte. Faccio progetti in cui credo fortemente, e con cui penso di poter crescere artisticamente. Il mio sogno è quello di trovare un progetto, che sia una serie tv, uno spettacolo, un film, che abbia dei valori umani conclamati e che prenda posizioni su situazioni e realtà storiche. Molti si chiedono perché continuiamo a fare film sulla Seconda Guerra Mondiale… Purtroppo ne abbiamo bisogno, perché historia magistra vitae. Io voglio fare qualcosa che so contribuirà in qualche modo al dialogo, che mi consenta di prendere una posizione artistica e umana riguardo una determinata questione e baciare dei valori che sostengano in maniera evidente l’essere umano. Prima ti citavo Luca Guadagnino perché penso che lui faccia questo in tutti i suoi progetti: pensiamo agli ultimi, “After the Hunt”, “Bones&all”; allo stesso modo, amo Valeria Bruni Tedeschi per come rappresenta l’essere umano. Ecco, io vorrei poter incanalare tutto quello che ho dentro in un’opera d’arte; anche per questo, ho aperto una mia piccola casa di produzione, sto producendo dei corti con degli artisti che amo.

Che cosa ti fa sentire veramente al sicuro? E cosa ti fa sentire sicuro di te?
Io sono una persona molto testarda, e allo stesso tempo insicura. Quando, per esempio, finisco uno spettacolo a teatro, io penso sempre di aver fatto schifo, fin quando poi il pubblico non mi viene a fare i complimenti, a chiedermi come faccio a mantenere l’attenzione degli spettatori viva per tutto il tempo. Forse, la mia testardaggine e la luce che ho dentro e che ho conservato sin da quando ero bambino mi convincono che arriverò dove voglio, che niente mi può fermare.
Invece, mi fa sentire al sicuro circondarmi di affetti. Purtroppo, io sono una persona che fa fatica a stare da solo.
Purtroppo? Io direi per fortuna!
Sì, però a volte questa necessità ha i suoi contro.


Perché è difficile trovare la gente giusta di cui circondarsi.
Brava. Io al mio fianco voglio poche persone ma buone, che diventino la mia famiglia, la mia squadra. Insomma, mi fanno sentire al sicuro i miei affetti, che non sono solo la mia famiglia in senso tradizionale, perché poi quando si diventa grandi si capisce che famiglia sono anche gli “esterni”, che trovi mentre cammini lungo il percorso della vita.
Io penso che tutti abbiamo uno scopo, perché se siamo qui a questo mondo solo per riempire le nostre giornate, che senso ha? Possiamo anche sparire da un giorno all’altro. Ecco, al mio fianco vorrei degli esseri umani che vivono con uno scopo, e che “pretendano” che ce l’abbia anche io, ricordandomi la direzione da prendere, facendomi compagnia in questo viaggio.


“Al mio fianco vorrei degli esseri umani che vivono con uno scopo, e che ‘pretendano’ che ce l’abbia anche io”


Il tuo più grande atto di ribellione?
Fare l’attore, che è un continuo atto di ribellione. Io amo follemente la mia terra, la natura che mi rigenera, ma vengo da un paesino in cui, per una questione storica, il mestiere dell’attore non viene visto come una possibilità. Il mio atto di ribellione costante, verso la società ma anche verso me stesso, è dirmi: hai 25 anni, hai già fatto quello che dovevi fare, quello che hai fatto l’hai fatto perché così doveva essere e quello che non hai fatto, perché così doveva essere. Rompere questa dinamica per cui le aspettative sociali ti mettono l’ansia di raggiungere determinati standard entro una certa età: questo è il mio atto di ribellione.

La tua più grande paura?
Non farcela. Che il mio lavoro non mi dia da vivere. Fallire. Tuttavia, io sono molto spirituale, quindi penso che tutto è in un disegno, e se io ho dentro questo fuoco che arde, un motivo c’è.
Condivido per la prima volta con te una cosa che mi ha detto mia madre: “Io sono felice quando vi vedo felice”. La prima cosa che ho pensato quando me l’ha detto è stata che per renderla felice io devo vederla alla proiezione del mio film della vita. Ricordo che quando ero piccolo aveva comprato una gonna rossa in tulle e io le dissi, “Devi metterla quando vinco l’Oscar” [ride]. Mia madre è stata la mia prima sostenitrice e sa bene che io in questo lavoro ripongo tutto me stesso, per un tipo di urgenza sociale ed emotiva che ho di voler cambiare le cose e aiutare gli altri. Io in questo voglio riuscire.


Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Faccio fatica a sentirmi così, delle volte lotto con la mia immagine, per la solita storia che viviamo in una società che ci impone certi standard. Come si fa, quindi? Forse iniziando a riconoscere e valorizzare la nostra unicità e l’unicità dell’altro. Solo così stiamo bene con noi stessi, perché in qualche modo ammettiamo che va bene così. Vogliamo davvero essere un prodotto omologato? Se al mondo siamo in queste sembianze, con questo corpo, con questa voce, ancora una volta, penso che ci sia un perché.


Qual è la tua isola felice?
La prima risposta che ti do è un’immagine molto poetica: tornare nelle vesti di bambino che gioca e crea senza pensare se è giusto o sbagliato, ma si immerge nel suo mondo e si dà la possibilità di farlo perché è quello che vuole, senza dover dare risposte a tante domande. La mia isola felice, dunque, è la casetta sull’albero che ho obbligato mio padre a costruirmi da bambino [ride], in cui rifugiarmi, creare storie, scappare. Ti direi anche, però, mio fratello, perché è un uomo che stimo molto, perché è la mia casa, è la cosa più vicina a me; il mio lavoro, quando è fatto con persone che ci mettono il cuore nelle cose e non solo la moneta.
Sono alla costante ricerca di questa isola felice, comunque, perché secondo me va sempre rimodellandosi e ridefinendosi. C’è una poesia di Kavafis che si chiama “Itaca” che dice una cosa bellissima: noi viviamo in attesa di trovare questa isola felice, Itaca appunto, la meta, però ci dimentichiamo di tutto il resto; in realtà, l’isola felice nel quotidiano è sicuramente una bussola che ci indica dove vogliamo arrivare, ma allo stesso tempo è in mutamento e in divenire. E io non posso vivere in attesa di una possibile isola felice che deve arrivare, però posso nutrirmi del desiderio di un’isola che in ogni momento storico della mia vita so che mi renderà felice in qualche modo. Kavafis dice proprio, “Se la trovi spoglia, già sai cosa Itaca vuole significare”, nel senso che Itaca non ha nulla da darti, perché le ricchezze avresti dovuto trovarle lungo la via. Ovvio, tutti vogliamo un Oscar in mano [ride], ma ciò che fa affiorare le lacrime agli occhi all’attore che vince l’Oscar è la consapevolezza di quello che la statuetta significa per lui, sa cosa ha attraversato grazie al premio e grazie al lavoro.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Ilaria Di Gasparro.
Grooming by Sveva Del Campo.
Thanks to Davide Musto.
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Total Look: Brioni


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