Marzo è il mese con una luce particolare, sospesa tra l’inverno che si ostina e la primavera che scalpita. È il mese dei passaggi, delle trasformazioni silenziose che poi diventano esplosioni di colore. E non potevamo immaginare volto migliore per raccontare questo momento se non quello di Irene Maiorino, la nostra Cover di marzo.
Magnetica, intensa, libera, Irene è un talento che non cerca scorciatoie: costruisce, scava, ascolta. Ogni personaggio che attraversa porta con sé una verità ruvida, mai accomodante, che resta addosso allo spettatore molto più a lungo dei titoli di coda. È un’attrice che non ha paura di esporsi, di mostrarsi vulnerabile, di abitare le contraddizioni, e forse è proprio questa la sua forza più luminosa.
Durante una chiacchierata telefonica, ci siamo immerse nel suo percorso, tra set che cambiano la pelle, scelte radicali, disciplina e istinto. Abbiamo parlato di ambizione, di fragilità, di bellezza come atto politico e personale. E abbiamo scoperto l’importanza di guardare avanti con lucidità e desiderio, senza perdere mai il contatto con le proprie radici.
Marzo è il mese in cui tutto ricomincia. Con Irene in copertina, anche noi sentiamo che qualcosa si sta aprendo.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Quando ero adolescente, sono andata al Giffoni Film Festival. Devo dire che quell’esperienza mi ha cambiato abbastanza la vita, perché lì ho incontrato, tra i vari ospiti internazionali, Meryl Streep.
Già da piccola avevo un grande istinto che poi mi ha portata a lanciarmi in questa carriera. Una sorta di slancio, ma di fiducia nell’istinto. Ricordo che quella volta, con Meryl, mi sono alzata senza aver nemmeno formulato la domanda che potevo farle mi è arrivato il microfono e c’è stato questo scambio con lei, indimenticabile per me. La ricordo luminosissima. Parlammo di “I ponti di Madison County”, in cui lei interpretava Francesca, quindi aveva fatto anche un lavoro sull’italiano. Non dimenticherò mai il modo in cui mi guardava rispondendo alle mie domande. Mi ha trasmesso tante cose al di là dell’essere una grande artista… forse lo è proprio per questo. Per me è stata un esempio di attitudine, qualcosa che ho introiettato profondamente. Cerco ancora quella qualità, anche nelle persone che incontro.
Poi, l’anno scorso, sono stata premiata io proprio al Giffoni per “L’amica geniale”. Guardavo queste ragazze nel pubblico, e per un personaggio come Lila vedevo un coinvolgimento enorme. Mi ha emozionata molto.


Essere dall’altra parte, dopo tanti anni, dev’essere stato super emozionante.
Sì, lo è stato. Comunque, ripensando a “I ponti di Madison County”, nel film Meryl Streep vive questo grande amore clandestino con il personaggio di Clint Eastwood, un viaggiatore che si innamora di lei e non riesce più ad andare via. Francesca però ama il marito, ha costruito una vita con lui, eppure scopre una passione che non sapeva nemmeno potesse esistere. Ad un certo punto, lui le dice che deve andare via e le chiede se vuole seguirlo. Lei dice di no. Poi la vita la mette davanti a un’altra scelta: c’è questa scena, durante una pioggia torrenziale, in cui lei è in macchina con il marito e davanti c’è l’amante, fermo al semaforo. Il semaforo diventa verde, il marito inizia a suonare il clacson chiedendosi perché non si sposti. Ma lui sta aspettando lei. Allora lei afferra la maniglia della portiera e ingoia le lacrime: non sappiamo se scenderà o no. Alla fine, non scende. Al di là della storia d’amore, trovo che sia una scena super emozionante. Forse da quando ho visto quel film, ho alzato un po’ l’asticella dal punto di vista romantico [ride] – io continuo a cercare quella passione. Dico sempre, scherzando, che cinema e letteratura mi hanno migliorato ma anche rovinato la vita. Perché da una parte mi sento una donna che fa delle scelte, mi ritengo una femminista, attenta al linguaggio e all’educazione delle nuove generazioni; dall’altra parte porto dentro di me tanta letteratura romantica e tanti film che mi mettono in una posizione di struggimento, ma che al contempo continuano ad affascinarmi.


“Dico sempre, scherzando, che cinema e letteratura mi hanno migliorato ma anche rovinato la vita.”


Parlando di uno dei tuoi ultimi progetti, “Quasi Grazia”, qui interpreti una fase giovanile di Grazia Deledda, prima donna italiana ad aver vinto il Nobel per la Letteratura. Com’è stato lavorare su questo personaggio?
Mi è piaciuto molto passare da Lila, che è un personaggio molto grande ma di fantasia, sempre legato alla scrittura, ad interpretare una scrittrice vera e propria. Mi ha colpito questo passaggio, anche perché parliamo sempre di personalità enormi, in cui ci si può davvero perdere. Quest’anno, tra l’altro, ricorrono i cento anni dal Nobel a Grazia Deledda, quindi il tempismo è perfetto. Sono molto contenta di aver preso parte a questo film, perché il cinema è anche memoria storica; per me deve essere evasione, fantasia, possibilità di far circolare il pensiero, ma è anche un modo per restituire la figura di una grandissima letterata che secondo me è ancora poco considerata.



È l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Nobel per la Letteratura, eppure la sentiamo poco nominare, manca anche dalle antologie scolastiche. Quando un film o una serie parlano di un personaggio storico poco conosciuto, è uno dei mezzi più efficaci per farlo arrivare nelle case di tutti.
Sì, sono d’accordo. Poi, lei ha compiuto un gesto rivoluzionario: staccarsi dall’opinione della famiglia, emanciparsi, lasciare il paese, attraversare il mare – che all’epoca era un viaggio enorme – per difendere la propria passione. Non una passione per un uomo, per una volta, ma per sé stessa, per il proprio talento, per il proprio spazio come artista. È una figura gigantesca.
Luigi Pirandello le è sempre stato ostile. Non ha vissuto una vita facile. È interessante anche la storia con il marito: a un certo punto lui decide di lasciare il lavoro statale per farle da manager: un gesto controcorrente per l’epoca.
Per prepararmi ho seguito il libro da cui è tratto il film e ho riletto “Canne al vento”. Ho letto anche “Cosima”, il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto. Però a un certo punto mi sono fermata, perché dovevo interpretare la fase giovanile della sua vita, quindi volevo mantenere una sorta di verginità, non sapere troppo del suo pensiero maturo, per restituire un movimento dell’anima ancora in potenza.



In “Portobello” di Marco Bellocchio, invece, si racconta uno dei casi giudiziari più noti della storia italiana, quello di Enzo Tortora. Come hai lavorato ad una storia così toccante, che intreccia giustizia, errore giudiziario e memoria collettiva?
È stato un viaggio incredibile. Entrare in un progetto così collettivo, capitanato da Bellocchio, è un’esperienza gigantesca. Lui ha un immaginario fortissimo e non ricostruisce mai solo per ricostruire: non è un film d’inchiesta né un documentario. Anche questa, tra l’altro, è una storia un po’ dimenticata. Chi l’ha vissuta la ricorda bene, ma non è stata tramandata come avrebbe dovuto. Il film riflette molto sull’animo umano, sull’ego, su quanto la ricerca di visibilità possa influire sulle scelte.
Io ho lavorato nelle puntate ambientate nel bunker del tribunale. C’era una dimensione quasi teatrale lì: attori, criminali, pentiti, che si succedono come su un palco. Bellocchio parla spesso di farsa, di teatro: il suo è stato un lavoro su più livelli, lucidissimo.


Ne “La scuola”, invece, miniserie ambientata alla Nunziatella, interpreti una vicecomandante. Come hai costruito il tuo personaggio per bilanciare rigore e umanità, evitando gli stereotipi legati alla figura militare?
Sì, esatto. La mia preoccupazione in questo progetto era evitare gli stereotipi legati alla figura militare. Ho cercato di dare umanità a questa donna, lavorando sull’ambivalenza. Mi interessava che fosse un tramite verso un modo più moderno di vivere l’autorità, attento al linguaggio e alle dinamiche educative.



C’è un fil rouge che lega in qualche modo i tuoi personaggi?
Forse il coraggio. Il coraggio che richiede di dire la verità, di partire, di andarsene via. Difendersi richiede coraggio. Mi porto dietro questo dalle donne che interpreto.



“Il coraggio che richiede di dire la verità, di partire, di andarsene via.”


Qual è stato il tuo più grande atto di ribellione finora?
Penso che sia in atto adesso, in modo silenzioso. Ho compiuto quarant’anni e sento che sta succedendo qualcosa dentro di me. È un momento particolare. Forse complice anche la letteratura, per tornare a quello che dicevamo prima, o chissà cos’altro, questa età mi ha portata a percepire un cambiamento. Poi, io ragiono molto per stagioni: è stato inverno, un inverno in cui ho raccolto, ma in cui sono rimasta anche un po’ sotto la neve. Adesso confido nella primavera: sento che c’è stato un seme rivoluzionario.
Non so se in questo momento sarei capace di fare una rivoluzione nel senso tradizionale del termine, ovvero un gesto eclatante. Forse la rivoluzione più grande che posso fare adesso è stare in silenzio e lasciare che le cose accadano. Che in realtà è difficilissimo. È una rivoluzione inversa, perché io ho sempre partecipato molto, alla mia vita e anche pubblicamente. I social, per esempio, possono essere molto stancanti.
Ora sento il bisogno di una rivoluzione silenziosa.


Qual è invece la cosa che ti fa più paura?
La mia più grande paura è l’anestesia dei sentimenti, o comunque una forma di anestesia rispetto a ciò che accade nel mondo. Ho paura che, per difenderci da quello che sentiamo, dentro e fuori di noi, finiamo per schermarci. A volte non abbiamo neanche gli strumenti per affrontare certe cose, e allora ci proteggiamo spegnendoci un po’. Complice la velocità dei video, dei social, dei telefoni, tutto è cambiato moltissimo. Io non sono una nativa digitale, quindi ho visto l’evoluzione e, sotto certi aspetti, anche un peggioramento. Allo stesso tempo vedo che molte persone stanno tornando alle cose semplici: stare un giorno senza telefono, andare in natura, recuperare una dimensione più autentica. Io queste cose le ho sempre coltivate, e ora sento che stanno diventando necessarie per tutti.

“A volte non abbiamo neanche gli strumenti per affrontare certe cose, e allora ci proteggiamo spegnendoci un po’.”

Cosa ti fa sentire sicura di te?
Non mi sento quasi mai completamente sicura di me. Però mi sento più solida quando torno alla mia bambina interiore. Era molto meno spaventata, più coraggiosa e meno preoccupata del giudizio. Quando “torno bambina”, è come se tornassi a una purezza originaria. L’ho fatto anche nel lavoro su Lila, in realtà: arrivi alla tua essenza così. Io ero una bambina molto “dentro la vita”, piena di fantasia. Mia madre diceva che riusciva a riconoscermi tra tutti i bambini che uscivano da scuola, anche sotto gli ombrelli, perché avevo un sorriso enorme. Ogni tanto tornare lì mi aiuta, perché a volte nella vita adulta mi perdo.



Cosa ti fa sentire al sicuro?
Forse è la stessa cosa: tornare a me. Radicarmi. Anche fermarmi in mezzo alla strada e dire: “Ok, sono qui”.

Se potessi fare una domanda a uno dei tuoi personaggi, a chi la faresti?
Probabilmente a Lila. È stata un personaggio con cui sono rimasta in contatto per anni: anni di provini prima di essere scelta, poi un anno di riprese. In qualche modo sono stati tre o quattro anni della mia vita. È stato un lavoro silenzioso, che ho difeso molto. Eravamo quasi una coppia segreta io e lei: non dicevo a nessuno che stavo preparando i provini. Forse per questo l’ho introiettata così tanto. In realtà, quando penso a queste donne che interpreto, mi viene in mente un’immagine quasi tribale: come se sentissi un cerchio di figure femminili intorno a me. A volte ho paura di avanzare da sola in questo cerchio, ma non serve dire nulla in realtà: sapere che loro ci sono, anche solo alle mie spalle, mi basta. Perché mi piace pensare che loro siano dietro, e che io adesso debba guardare avanti. In qualche modo mi hanno resa una donna.


C’è un film o una serie che hai visto recentemente e che ti è rimasto nel cuore?
Il film “Sentimental Value”. Era tanto tempo che non vedevo qualcosa che mi colpisse così. Potrei parlarne per ore. Dentro c’è la vita, il cinema, la sorellanza. La regia è presente ma invisibile, ti dimentichi di guardare un film ed entri in un sogno che però è reale. Mi piace molto il cinema nord-europeo.


Cos’è casa per te?
In questo momento casa sono io. Non è un luogo fisico. Un po’ per il lavoro che faccio, un po’ per la fase che sto vivendo, faccio fatica a definirmi. Non riesco a dire: “Io sono questa, sto qui, faccio questo”. Quindi mi radico dentro di me. Sono io la mia casa nel mondo. Per citare una poesia di C.L. Candiani: “Sei l’unica me che ho torna a casa”.
Guardando fuori dalla finestra adesso, cosa vorresti vedere?
La natura. Forse la Costiera Amalfitana, dove ho passato l’infanzia. C’è il mare e ci sono le montagne, le altezze, i limoneti. C’è quella dimensione sospesa che mi appartiene. Le donne del Sud, le radici, il paesaggio: per me sono sempre un punto di riferimento. Noi siamo figlie della terra in cui nasciamo.

Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
È una domanda complessa. Io sfuggo un po’ alle definizioni, perché credo molto nel cambiamento. Sono molto diversa anche da solo due anni fa, per esempio. Certo, tutti cambiano, ma per la mia storia personale e per il lavoro che faccio io vivo trasformazioni molto intense, fatte di andate e ritorni. Le chiamo maree: c’è l’onda e poi c’è la risacca. Quando finisci un lavoro non sai mai dove finisci tu. Questo è un mestiere che ti sposta profondamente. Non è un cambiamento lineare, è ondulatorio. Per questo credo sia fondamentale avere sempre uno sguardo alla terraferma, un ritorno a sé. Sapere chi sei, altrimenti ti perdi in mare aperto.
Noi attori viviamo lunghi periodi di solitudine, poi improvvisamente mesi circondata da persone che non conoscevamo, poi di nuovo soli. Siamo un po’ pirati. Stare nella propria pelle, per me, significa mantenere un contatto continuo con sé stessi, anche mentre si cambia.
Qual è la tua isola felice?
Vorrei che fosse il presente. Non lo è al cento per cento, perché sono nostalgica, malinconica. Ma l’esercizio che cerco di praticare ogni giorno è proprio quello di restare in ciò che accade adesso.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Ilaria Di Gasparro.
Makeup & Hair by Sveva Del Campo.
Location: Castello dei Centotetti.
Thanks to Amendola Comunicazione.
LOOK 1
Dress: Lorenzo Seghezzi
Body: Fleur Du Mal
Shoes: Gianvito Rossi
Ring: Daniel Wellington
LOOK 2
Bralette: Patrizia Pepe
Skirt: Commando via TheApArchive
Shoes: Gianvito Rossi
Watch: Daniel Wellington
Necklace: Lil Milano
LOOK 3
Total Look: Sportmax
Ring: Atelier Ortica


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