C’è qualcosa di profondamente cinematografico nel modo in cui Giulia Schiavo racconta sé stessa: lo fa partendo da un tappeto di casa, da una videocassetta consumata, e arriva fino a personaggi che chiedono il coraggio di attraversare il dolore senza sconti. Durante la nostra chiacchierata, Giulia esplora il suo rapporto viscerale con il cinema e la recitazione, vissuta non come semplice vocazione ma come necessità, come spazio di verità assoluta.
Parliamo di “Malamore”, di relazioni che feriscono e di resilienza femminile, di protezione emotiva e di responsabilità nel dare corpo a storie vere, difficili, urgenti. Ma anche di gentilezza, di paura, di isole felici, di quella tenacia silenziosa che permette di restare fedeli a sé stessi in un mestiere fatto di attese e salti nel vuoto. Ne viene fuori il ritratto di un’attrice giovane ma già profondamente consapevole, capace di guardarsi dentro senza paura e di usare il proprio lavoro come strumento di ascolto, per sé e per gli altri.
Qual è il primo ricordo che hai legato al cinema?
Il primo ricordo che mi viene in mente è legato alle ore che passavo a guardare le cassette VHS, tra cartoni e film. Mi piazzavo sul tappeto del salotto e quando finiva rimettevo la cassetta dall’inizio. Era così per “Il Re Leone” e ricordo che guardavo “Titanic” in continuazione, non ci capivo niente perché ero molto piccola ma ne ero ipnotizzata.


E invece, quand’è che hai capito che la recitazione, quello che vedevi fare agli attori guardando i film, per te non solo era una passione, ma proprio un bisogno e quindi l’hai trasformato nel tuo lavoro?
Innanzitutto, io andavo molto spesso al cinema e compravo un sacco di cassette e DVD. Mi piaceva l’idea di avere in casa una libreria dedicata soltanto a film, l’idea di conservarli e collezionarli. Ecco, vedere gli attori recitare mi ha sempre dato un grandissimo stimolo e ispirazione, però, non credevo che poi sarebbe diventata la strada che avrei percorso. Tra le arti ho sempre scelto il canto e la danza, soprattutto quest’ultima. Verso i 18 anni, mentre facevo il liceo, ho iniziato a sentire forte dentro il desiderio di provare qualcos’altro. Mi sono resa conto, per esempio, che mi sentivo bene quando vedevo gli altri ridere se imitavo qualcuno. Anche la mia tesina della maturità era sulla potenza e il valore della risata. A un certo punto, partendo da questo bisogno, mi sono detta: perché non scavare più in profondità e studiare veramente le tecniche, andare a capire come funziona il mestiere dell’attore? Quindi, dopo il liceo, ho fatto un provino all’accademia di Yvonne D’Abbraccio e sono stata presa, e ho iniziato a studiare intensamente. Così mi sono innamorata del mondo della recitazione.

“Perché non scavare più in profondità e studiare veramente le tecniche, andare a capire come funziona il mestiere dell’attore?”


Parlando di “Malamore”, adesso: è una storia di un amore che ferisce, un amore particolare. Quando hai letto la sceneggiatura, qual è stata la prima emozione che ti ha attraversato entrando in contatto con la storia e con il tuo personaggio?
Credo la rabbia come prima emozione. Poi sono andata a lavorare sulle varie sfaccettature umane del personaggio per cercare di capire anche quale tipo di rapporto possa “legare” una donna per arrivare a fossilizzarsi in una relazione che ti brucia, che ti consuma, che ti logora, psicologicamente e fisicamente. Mary è un personaggio arrivato al limite di una sopportazione, di un dolore, che a un certo punto diventa quasi una trasparenza…


Nel senso che non senti più niente al punto che le cose ti attraversano e ti sembra di essere diventata trasparente…
Esatto. Poi, nella vita di Mary c’è l’arrivo di un amore puro, vero, di una persona che ti guarda nonostante tutto, nonostante il dramma esistenziale e capisce che c’è qualcosa oltre il trauma. Quella è la salvezza, che la spinge a cercare il coraggio di vivere, pur restando terrorizzati dalla possibilità della morte. Un tipo di storia che purtroppo oggi sentiamo molto spesso.
Mi ha anche caricato addosso la responsabilità di raccontarle al meglio questa storia che, tra l’altro, è una storia vera, sono fatti realmente accaduti legati alla Sacra Corona Unita qualche anno fa. La vera Mary non ha avuto la stessa fine del mio personaggio, purtroppo, ha avuto la fine che tutti quanti possiamo immaginare; quindi, questa responsabilità mi ha toccata in modo particolare.


E di questo personaggio, appunto, cosa ti ha colpito di più? Mary, come dicevi, è una donna in bilico tra la fragilità, il bisogno di resistere, la volontà di resistere. Cosa ti ha ti è rimasto del suo modo di stare al mondo?
Mi ha colpito la resilienza, il coraggio di andare contro un intero sistema mafioso, che rappresentava la sua paura per eccellenza. Mi è rimasto nel cuore il suo coraggio di andare contro tutto e tutti pur di viversi un amore illusorio che purtroppo non avrà un lieto fine, ma le consente comunque di vedere un barlume di speranza e cercare di inseguirlo.

Interpretare relazioni tossiche richiede spesso una grande protezione emotiva. Come ti sei presa cura di te stessa durante e dopo le riprese?
Alla fine delle riprese ho sentito una botta importante. Sono andata a toccare corde che conoscevo, anche se in maniera ovviamente molto più leggera, però avevo una strada da seguire. Ho riportato a galla alcune cose complicate che poi è stato difficile riportare giù. Ho cercato comunque di scindere quello che era stato utile per il viaggio e quello che poi nella vita non mi serviva più. Ma, a volte, è difficile quando entri tanto dentro una storia, è un lavoro molto delicato anche perché può essere molto labile il confine che c’è tra quello che vogliamo portare sullo schermo in quanto tramiti e le nostre vicende personali. Sai, ovviamente ti devi fare attraversare dalle cose e tante volte può essere doloroso.
Durante le riprese non ci ho fatto caso, ero dentro la storia, concentrata sul lavoro, sulla disciplina del set. Quando ho finito le riprese e sono ritornata a Roma, però, ho avuto addosso una valanga, realizzando che non solo era finito il progetto e con esso la quotidianità fatta di persone che diventano la tua famiglia per un breve periodo.


“È un lavoro molto delicato anche perché può essere molto labile il confine che c’è tra quello che vogliamo portare sullo schermo in quanto tramiti e le nostre vicende personali.”


Diresti che questo film ha cambiato qualcosa del tuo modo di guardare l’amore o le relazioni amorose?
Sì. Resto convinta che alcune cose siano necessarie, che alcuni passaggi delle relazioni effettivamente sono da vivere quasi necessariamente.
Questa, ovviamente, è una storia portata al limite, un contesto particolare con dinamiche in cui alcuni di noi, si spera in maniera molto meno grave, può riconoscersi, quindi sì, questo film mi ha dato sicuramente un altro punto di vista sulle dinamiche affettive.
Quello che mi sono augurata fin da subito, dall’uscita di “Malamore”, è che il film spronasse il più persone possibile ad avere il coraggio di denunciare, di fare quel passo in più verso la salvezza. Isolarsi in questi casi è l’errore più grande che si possa fare, sebbene capisca che il tipo di paura che può aver provato Mary e le tante donne che si trovano in una situazione del genere, sia invalidante. Sicuramente, in una relazione tossica, gli uomini spesso fanno terra bruciata intorno alle partner, le allontanano da famiglia e amici; quindi, è difficile anche soltanto pensare di avere speranza di fuga. Per questo è fondamentale parlarne con persone fidate, cercare di condividere quello che si sta attraversando, perché nessuno si salva da solo.


Come costruisci i tuoi personaggi? Parti dal corpo, dalla voce, dalle emozioni, oppure pensi ad un’esperienza personale che possa aiutarti ad entrare nel ruolo?
Sono stata abituata a studiare più tecniche in base al personaggio da interpretare; quindi, direi che se noto un tratto particolare nel personaggio, usufruisco di strumenti diversi per interpretarlo: una voce diversa, un accento o anche solo un tono di voce diverso, oppure una fisicità particolare.
Per “Malamore”, per esempio, io ho pensato prima che al corpo, a un’esperienza: ho cercato di portare una piccola parte di qualcosa che conoscevo già e l’ho amplificata per poi portarla nel corpo. Certe volte, invece, puoi partire da un costume, da un oggetto scenico che ti aiuta a trovare un’identità.


Hai dei rituali o delle abitudini che ti aiutano ad entrare nel personaggio oppure al contrario ad uscire da un personaggio?
Non ho abitudini vere e proprie. Di solito, leggo la sceneggiatura, e quello che leggo cerco di viverlo come se fosse qualcosa di molto vicino a me, qualcosa che conosco già.
Per uno spettacolo che dovrebbe andare in scena a maggio, per esempio, essendo un ruolo lontano dai personaggi che ho interpretato fino ad ora, sto facendo un lavoro sul corpo e sulla voce molto difficile, anche perché si tratta di teatro, e il teatro è un altro linguaggio rispetto a quello del cinema. Adesso sto sperimentando e sono super entusiasta perché mi rendo conto che mi piace da morire.
Che momento stai vivendo artisticamente e umanamente adesso?
Un bel momento. Sto vivendo una nuova avventura che mi sta stimolando molto.
Io osservo tanto quello che succede interno a me, e ogni volta cerco di rubare dei dettagli che penso possano servirmi per il nuovo spettacolo a cui sto lavorando. Poi, a febbraio ho una serie in uscita su Prime Video, “Creatives”, che è stata un’altra bellissima avventura, un viaggio molto interessante, una storia ispirata alla realtà. Quando lavori ad un nuovo progetto, crei una bolla in cui vivi temporaneamente, una famiglia temporanea, e riempio i miei cassetti di tutte queste belle sensazioni che mi danno molta gioia e orgoglio.


Cos’è che ti emoziona profondamente anche fuori dal set?
“Nuovo Cinema Paradiso”.
Poi, la gentilezza: quando le persone pensano sempre all’altro, si mettono in gioco per l’altro. È raro. È anche vero che la nostra generazione è molto particolare, nel senso che si accorge di tutto rischiando di diventare anche un po’ ipersensibile. Io, se penso alla gentilezza, penso a gesti veri, a rapporti veri: purtroppo, ci stiamo disabituando a quel tipo di verità.
Che tipo di storie ti piace guardare da spettatrice?
I thriller. Un film come “Gone Girl” è il mio tipo di film: thriller che ti lasciano incollata allo schermo fino all’ultimo secondo. Un altro film che mi fa impazzire “The Prestige” di Christopher Nolan.
L’hai visto “Shutter Island” con Leonardo DiCaprio? Mi sembra proprio il tuo genere.
Sì! L’ho visto un’infinità di volte, è un film pazzesco lo adoro.


“Io, se penso alla gentilezza, penso a gesti veri, a rapporti veri: purtroppo, ci stiamo disabituando a quel tipo di verità.”

Qual è l’ultima cosa che hai scoperto su te stessa attraverso il tuo lavoro?
La tenacia. Quando studiavo, c’è stato un periodo in cui non mi sono fermata mai, e anche quest’ultimo anno è stato super intenso per me e mi sono resa conto che ho una capacità veramente grande di andare oltre i miei limiti.
Un’altra cosa che ho scoperto è che per me il benessere degli altri è fondamentale, faccio sempre di tutto per far sentire a proprio agio l’altro. A volte mi chiedo, “Giulia, ma poi a te chi ci pensa?”, però, come ha detto Favino una volta, “Io senza l’altro non so chi sono”. Io alla fine è solo quando sto con gli altri che trovo il piacere di vivere.


Qual è stato finora il tuo più grande atto di ribellione?
Quando ho deciso di andare a vivere da sola dopo il liceo, e di non fare l’università per intraprendere una strada non certa. Mi sono trasferita a Roma e ho detto, “Ok, io provo il tutto e per tutto, poi vediamo come andrà”, facendo un salto nel vuoto che rifarei mille volte. Ovviamente, durante il percorso, ho avuto anche dei ripensamenti, tante volte ho pensato di non farcela, tutt’ora penso di non farcela perché è un lavoro che ha i suoi lati meravigliosi ed altri molto dark, soprattutto per quanto riguarda le fasi di attesa e il vuoto che creano, però fa parte del gioco.
Qual è la tua più grande paura?
Forse, perdermi. Perdere la concentrazione. Io sono ben consapevole che ho anche un lato caotico che fa parte di me e quel lato, per quando so che è la mia parte forte, è anche quello che temo.


Cosa ti fa sentire più al sicuro? E cosa ti fa sentire sicura di te?
Mi fa sentire al sicuro quando dopo una giornata tosta, torno a casa con le persone che amo. Il mio cane mi fa sentire al sicuro.
Sono sicura di me, invece, quando vedo che l’altro sorride, tornando a quello di cui ti parlavo prima. Mi appartiene un lato un po’ infantile, pestifero, che mi fa sentire molto sicura di me, più di sapere di star bene nel senso di sistemata, con un bel vestito e un bel trucco. Io sto bene con le energie che mi appartengono e quando vedo che quelle energie stanno bene con me.
Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Non ascoltare il giudizio altrui. Ti senti a tuo agio nella tua pelle quando vivi senza il peso delle aspettative e dei giudizi.
Qual è la tua isola felice?
Il tramonto dell’Argentario, che è un posto dove vado sempre sin da quando sono piccola. È il mio posto felice perché, nonostante abbia fatto viaggi bellissimi anche molto lontano, quello è il posto in cui vado da sempre, anche solo due giorni, ogni estate, e quando ci vado realizzo che è estate a tutti gli effetti e che tramonti più belli non ce ne sono. I tramonti hanno una magia consolatoria per me.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Ilaria Di Gasparro.
Makeup and Hair by Sveva Del Campo.
Thanks to Davide Musto.
LOOK 1
Dress: Cecilie Bahnsen
Tight: Calzedonia
LOOK 2
Dresso: Issey Miyake via The Ap Archive
Tight: Calzedonia
Shoes: Cesare Paciotti
LOOK 3
Dress: Sportmax
Tights: Calzedonia
Shoes: Cesare Paciotti


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