C’è qualcosa di autentico nel modo in cui Enrico Tijani parla di recitazione. Non la descrive come un mestiere costruito a tavolino, ma come un processo quasi istintivo: un’immersione totale nelle vite degli altri, nelle loro ferite e nelle loro contraddizioni. Forse è anche per questo che il suo Doberman in “Mare Fuori” è uno dei personaggi più intensi e imprevedibili della serie: un ragazzo duro, spesso spaventoso, ma attraversato da una fragilità che affiora proprio nei momenti più estremi.
Cresciuto a Napoli, con radici che intrecciano Ghana e Nigeria, Enrico porta nei suoi personaggi uno sguardo particolare sul mondo: più empatico, più curioso, meno incline al giudizio. In questa conversazione racconta il suo primo ricordo di cinema – davanti a “C’era una volta in America”, accompagnato dalla musica di Ennio Morricone – ma anche il lavoro emotivo necessario per entrare nella mente di Doberman, le sfide della quinta stagione, il passaggio dal set al teatro e il rapporto, spesso severo, con sé stesso quando si rivede sullo schermo. Un dialogo sincero su paura, identità, disciplina e su quella “fame” che per lui è la vera spinta a continuare a crescere.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Il mio primo ricordo legato al cinema è “C’era una volta in America”, che è anche il mio film preferito. Per me rappresenta proprio l’essenza del cinema, è emozionante: c’è la musica di Ennio Morricone, c’è tutto uno scenario incredibile… per me quello è il cinema. Diciamo che è proprio l’emblema per me.


Parlando invece di “Mare Fuori”, come è stato entrare in una serie così amata e diventata così famosa? Ti sei sentito subito parte del gruppo?
Devo ringraziare molto i ragazzi del cast, perché abbiamo qualcosa che credo sia anche il motore di “Mare Fuori”: la nostra unione. Il modo in cui ci aiutiamo sul set e anche fuori dal set. Io sono entrato nella serie insieme ai personaggi di Micciarella e Cucciolo, eravamo le new entry della terza stagione. Siamo stati accolti con tanto amore e questo ci ha messo subito a nostro agio, permettendoci di lavorare e di dare il meglio di noi stessi. L’unione conta tantissimo: più che un cast, io lo chiamo una famiglia. E quindi ringrazio davvero tutti i ragazzi.

Il tuo personaggio ha una storia molto forte, segnata da un passato doloroso. Come ti sei preparato per interpretare un ruolo così intenso?
In primis ho cercato di spogliarmi da tutti i pregiudizi che l’essere umano può avere. Noi tendiamo sempre a giudicare, a puntare il dito. Invece credo che, per fare l’attore, bisogna essere prima di tutto empatici: non giudicare, ma cercare una verità più profonda. Bisogna chiedersi il perché delle cose, farsi delle domande per costruire un personaggio. Ho provato quindi ad abbandonare completamente me stesso e a immergermi nella storia di questo ragazzo, con tutte le sue difficoltà e le sue tragedie. È stato un lavoro difficile ma anche molto bello, perché a me piace esplorare le vite degli altri. Per certi versi è stato quasi un viaggio personale. Io ho un passato diverso dal suo, ma grazie alle mie origini sono riuscito comunque a immedesimarmi, almeno in parte, e a immaginare il contesto in cui è cresciuto.


“Noi tendiamo sempre a giudicare, a puntare il dito. Invece credo che, per fare l’attore, bisogna essere prima di tutto empatici”

Hai avuto modo di parlare con ragazzi detenuti o di frequentare ambienti simili per prepararti?
No, non ho parlato direttamente con ragazzi detenuti. Però sono cresciuto a Poggioreale, dove c’è il carcere, quindi lì senti tante storie, tante “voci di corridoio”. È un contesto periferico e, anche se sono molto distante da quel mondo, per il semplice fatto di viverci intorno certe cose le conosci. Questo sicuramente mi ha aiutato: partire da Poggioreale mi ha dato degli elementi in più.

Nella quinta stagione vediamo il tuo personaggio scivolare sempre più in basso. Qual è stata la scena più difficile da girare, emotivamente o tecnicamente?
Bella domanda. In generale direi che tutte le scene sono state delle sfide. Nella quinta stagione vediamo un Doberman completamente privo di senso del limite: diventa pericoloso perché non ha più paura. La paura è un sentimento fondamentale, perché ci rende razionali. Quando perdi quella razionalità e non hai più paura di niente, potresti fare qualsiasi cosa. Ed è una cosa che spaventa molto. La scena più difficile, se devo pensarci adesso, è quella in cui viene sbattuto in isolamento dopo aver fatto quella cosa terribile a Sonia. Quando il comandante lo chiude in isolamento, lì ho tirato fuori davvero dei demoni interiori.

“La paura è un sentimento fondamentale, perché ci rende razionali.”

Però immagino che, in un certo senso, ti siano stati utili.
Utilissimi, sì. In quel momento è stata una sofferenza pura, ma alla fine della giornata è sempre bello provare queste emozioni. Noi facciamo questo lavoro proprio per provare e trasmettere emozioni. Spero che siano arrivate.


Guardando “Mare Fuori” da spettatore, che effetto ti fa vederti sullo schermo?
Non mi piace molto. Sono molto autocritico, quasi autodistruttivo. Quando mi rivedo cerco di non guardarmi troppo, perché trovo sempre qualcosa che non mi convince: la voce, un gesto, una battuta detta in un modo invece che in un altro. Sto sempre lì a rimproverarmi. Però cerco anche di trasformare questa cosa in qualcosa di utile: prendo nota degli errori tecnici che noto e cerco di lavorarci sopra.


La storia di Doberman ha dei forti paralleli con quella di molti giovani migranti. Quanto della tua esperienza personale o di ciò che hai visto intorno a te hai portato nel personaggio?
Abbastanza. Viviamo in un periodo storico in cui il tema dell’immigrazione è sempre stato presente e mi rendo conto che non è facile. Attraversare un mare – sfidare la morte – per cercare un futuro migliore è un gesto di enorme coraggio.
Il mio appello è quello di essere più empatici e di guardarci più intorno. Spesso siamo concentrati solo sulle nostre cose e non guardiamo gli altri. E questa mancanza di attenzione verso ciò che ci circonda non ci rende mai davvero soddisfatti. Va bene avere ambizioni, avere fame di fare di più. Ma è anche importante rendersi conto di quanto abbiamo rispetto ad altri contesti. Se ci fermassimo di più a guardarci intorno… In Doberman ho portato molto delle esperienze, delle storie e delle cose che ho sentito. In realtà è stato il fattore principale che mi ha aiutato ad affrontare questa sfida.

Per te la recitazione è più un modo per esprimere te stesso o per dare voce a chi non viene ascoltato?
Questa è la mia prima vera fase professionale con quest’arte meravigliosa. Io sono sempre stato piuttosto timido, ma grazie a questo lavoro mi sono sciolto molto. La recitazione mi aiuta a esprimere cose che non riesco a dire con le parole. Quello che non riesco a dire lo interpreto: lo dico attraverso un altro personaggio, attraverso altre emozioni. È un po’ come tornare bambini. Un attore deve tornare bambino, giocare, spogliarsi dei pregiudizi. In questo momento, per me, la recitazione è soprattutto una forma di espressione emotiva.

“La recitazione mi aiuta a esprimere cose che non riesco a dire con le parole.”

Parliamo del musical di “Mare Fuori”, in cui interpreti Doberman anche sul palco. Quali sono le differenze tra teatro e televisione?
Prima di tutto sono due versioni dello stesso personaggio. Nella serie Doberman è molto drammatico, mentre nel musical, con la regia di Alessandro Siani, ha una sfumatura più leggera, più comica. È stato molto piacevole scoprire questo lato.
Per quanto ho potuto imparare, la differenza principale è che a teatro ti senti più protetto: è molto più un gioco di squadra. Devi fidarti tantissimo dei tuoi compagni di scena. In televisione o al cinema sei un po’ più “nudo”, più solo davanti alla macchina da presa. Però hai anche più possibilità di rifare le scene. Come dicono spesso i grandi: il cinema e la tv sono dei registi, mentre il teatro è dell’attore. A teatro sei tu che devi portare avanti il personaggio per ore senza perdere il filo. È una concentrazione completamente diversa.



Cosa ti ha insegnato il teatro che poi hai portato anche sul set?
Il teatro mi ha insegnato soprattutto la disciplina. Il rispetto degli orari, del costume, dell’ambiente, del lavoro di tutti. È una scuola molto rigorosa. Il cinema e la tv sono un po’ più “libertini”, mentre il teatro è davvero formativo.


Guardando al futuro, che tipo di ruoli ti piacerebbe esplorare?
Sinceramente storie intense come quella di Doberman ne farei altre tremila, perché il dramma è un genere che amo molto. Anche quando guardo film a casa scelgo sempre drammi, suspense, cose un po’ cupe. Però sono ancora giovanissimo e ho appena iniziato, quindi voglio esplorare tutto. I gusti cambiano, le persone evolvono. Oggi mi piace questo, domani chissà. Non mi precludo nulla.

“Oggi mi piace questo, domani chissà. Non mi precludo nulla.”
Se potessi dare un consiglio a Doberman, cosa gli diresti?
Gli direi che ormai è cresciuto e ha fatto esperienza. Adesso deve formarsi, trovare una via e abbandonare completamente la vita di strada. Gli direi di viaggiare molto, di aprire la mente, di trovare qualcosa che gli permetta di realizzarsi. In fondo è un bravo ragazzo, ma è sempre stato molto solo. Ha trovato una famiglia nei ragazzi dell’IPM perché sono stati i primi a difenderlo.
Il mio consiglio sarebbe: vola via, vola in alto. Basta che voli.


Ti ricordi un aneddoto divertente dal set?
Ce ne sono stati tantissimi. Uno molto divertente è successo verso la fine della quarta stagione. Dovevamo girare una scena con Micciarella e Milos: erano solo due battute, una cosa semplice. Il problema è che non riuscivamo a smettere di ridere, perché Milos era seduto su una scrivania e mentre recitava dondolava i piedi. Non so perché, ma quella cosa ci faceva ridere da morire. Abbiamo rifatto la scena non so quante volte per questa stupidaggine.

Hai un oggetto portafortuna sul set?
In realtà no, però durante la terza stagione avevo una monetina da dieci o venti centesimi che avevo appoggiato su un banco nei primi giorni di riprese. È rimasta lì per tutto il tempo e ogni giorno controllavo se fosse ancora al suo posto. Mi dava una specie di conforto. È rimasta lì per tutta la terza stagione e anche per la quarta. Nella quinta no, perché abbiamo cambiato ambientazione.
L’ultimo film che hai visto e che ti è piaciuto?
Ho rivisto “Il Divo” di Paolo Sorrentino, che mi è piaciuto tantissimo. Poi, “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio con Enrico Lo Verso, che mi è piaciuto molto.
Recitando hai scoperto qualcosa di nuovo su te stesso?
Più che scoprire qualcosa di completamente nuovo, ho notato una crescita. Guardando indietro, stagione dopo stagione, vedo un miglioramento sia professionale sia personale. Questa cosa mi stimola a continuare a studiare e a migliorarmi. A volte mi sorprendo anche: magari penso di non essere capace, poi invece riesco a fare qualcosa che non mi aspettavo. Non so se sia talento, ma sicuramente ho una grandissima voglia di imparare.


Che cos’è per te casa?
Per me casa può essere ovunque. Non è tanto un luogo, ma le persone. La famiglia, le persone che ti vogliono bene davvero. Se penso alla parola “casa” mi vengono in mente Napoli, il Ghana, la Nigeria. Ho più culture dentro di me e questo mi ha dato una specie di “terzo occhio”, mi ha reso più empatico. In fondo casa è semplicemente il posto dove sei circondato da persone vere.
Cosa ti fa sentire al sicuro?
La mia fame. La voglia di fare, di costruire qualcosa per i miei familiari. Sapere che c’è qualcuno che ha bisogno di me mi spinge a fare sempre di più. Io non riesco a stare fermo: se passo una giornata senza fare niente mi sento quasi in colpa.
E cosa ti fa sentire sicuro di te?
Le mie origini. Essere napoletano, ghanese e nigeriano per me è una combinazione bellissima. Sono una persona molto tranquilla e umile, ma quando si parla di origini divento molto orgoglioso. Napoli, per esempio, per me ha tantissimo in comune con molte città africane: il calore delle persone, il modo di vivere, la mentalità.

“In fondo casa è semplicemente il posto dove sei circondato da persone vere.”

Qual è il panorama che vorresti vedere ogni giorno dalla finestra?
Il mare. Crescendo a Napoli sono un po’ viziato da quel panorama.
Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Significa liberarsi dagli stereotipi e dalle idee di “normalità”. Accettare sé stessi. Non riesco a immaginare un mondo in cui siamo tutti uguali: sarebbe noiosissimo. La vera forza è trasformare quello che la società considera “diverso” in un punto di forza.
Da bambino ho vissuto quattro anni in Africa e quando sono tornato in Italia non parlavo bene l’italiano. A scuola mi sentivo fuori posto. Per molto tempo ho visto quella esperienza come una sfortuna. Poi ho capito che era il regalo più grande della mia vita: conoscere due mondi diversi, parlare più lingue, avere uno sguardo più ampio sulle cose.
Ultima domanda: qual è la tua isola felice?
Se parliamo proprio di isole direi l’Isola d’Elba, che è bellissima. Ma se penso al mio posto felice in generale, allora penso all’Africa, alla natura, ai luoghi dove posso sentirmi davvero libero.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Ilaria Di Gasparro.
Grooming by Silvia Acquapendente.


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