Per Beatrice Savignani il cinema non è mai stato un’idea astratta: è un ricordo d’infanzia, un’immaginazione che invade la realtà, un gioco che a un certo punto smette di essere gioco e diventa scelta di vita. Una scelta netta, non la più semplice, ma profondamente sua.
Oggi attraversa i personaggi con un’energia istintiva e allo stesso tempo con il desiderio di capirli fino in fondo, senza giudicarli. L’incontro con Gabriele Muccino per “Le cose non dette” ha rappresentato un passaggio importante in questo senso: un lavoro di scavo, di costruzione, di fiducia reciproca che l’ha portata a confrontarsi con emozioni estreme e con le ambivalenze dell’amore e della vulnerabilità.
Ho conosciuto un’attrice giovane ma determinata, che rivendica la libertà come atto quotidiano, che crede nella cultura come forma di potere personale e che non ha paura di esporsi. In equilibrio costante tra istinto e disciplina, Beatrice sta tracciando un percorso che parla di coraggio, identità e desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Il primo ricordo che ho, proprio d’infanzia, è legato a mia madre: mi portava spesso al cinema. Ricordo in particolare un periodo in cui io e mio fratello maggiore eravamo completamente ossessionati da “Zorro”. Vivevamo praticamente in funzione di quel personaggio: giravamo per casa impersonandolo, con quella fissazione totalizzante che solo i bambini possono avere. A un certo punto io ho smesso, mi è passata, mentre mio fratello avrebbe voluto andarci anche a scuola con mantello, spada, cappello e maschera. Per lui non era solo un gioco, era un’identificazione vera e propria. Forse il mio primo ricordo di cinema è proprio questo: quell’immaginario così forte da entrare nella vita quotidiana.


Parlando invece della tua carriera: in “Le cose non dette” interpreti un personaggio che innesca un vero e proprio terremoto emotivo all’interno della storia. Come ti sei preparata per essere quella scintilla capace di scombussolare il destino di tutti?
C’erano diverse parti di Blu che andavano comprese fin da subito. La cosa che mi ha aiutata di più è stata affidarmi completamente a Gabriele [Muccino]. Lui è davvero un regista di attori: ha una capacità straordinaria di lavorare con noi, di entrare nelle pieghe dei personaggi. Con lui abbiamo prima decostruito e poi ricostruito il personaggio su di me.
Nessuno dei personaggi del film è semplice, ma Blu, pur nella sua apparente linearità, è estremamente complessa. È come se avesse due facce. Da una parte vuole essere grande, trovare il suo posto nel mondo, e lo fa con uno schema mentale molto chiaro, persino giusto, dal punto di vista culturale. Dall’altra, nel momento in cui si confronta con un uomo molto più grande di lei e vuole sentirsi donna, automaticamente – e anche involontariamente – torna bambina. È questa ambivalenza che abbiamo esplorato: il desiderio di essere adulta nel modo “giusto” e, allo stesso tempo, l’inevitabile fragilità di una ragazza di 23 anni.
Condividevamo anche alcuni tratti caratteriali: la voglia di usare la propria voce, di non avere paura delle conseguenze, forse anche per inesperienza. Questo mi ha fatto sentire vicina a lei. Per renderla “dirompente”, la chiave è stata non pensare alle conseguenze delle sue azioni, ma tenere come unico obiettivo l’amore che prova per quest’uomo. Un amore che, a mio parere, è una delle emozioni più forti e universali che esistano. Volevo che arrivasse questo, senza ridurla al cliché dell’amante. Il film lo racconta bene in alcune scene, come quella del bar. Carlo per lei rappresenta la concretizzazione della sua filosofia morale: tutto ciò che vuole diventare, lo vede incarnato in lui. Nella scena del bar si percepisce chiaramente la chimica mentale tra loro. Lui è sempre interessato al suo punto di vista, e si crea un gioco continuo.
Un’altra scena che mi ha colpita molto è quella dell’università: lì si vede questa sua leggerezza, questa dimensione un po’ sospesa, quasi infantile. Eppure, le credo quando dice che vuole trovare il suo posto nel mondo, che vuole prendere le distanze da una famiglia disastrata. Far convivere queste due dimensioni è stato il lavoro principale.

“Per renderla ‘dirompente’, la chiave è stata non pensare alle conseguenze delle sue azioni, ma tenere come unico obiettivo l’amore”


Ti sei mai sentita giudicata mentre costruivi questo personaggio? Oppure hai provato più un senso di protezione nei suoi confronti?
Leggendo il copione, avevo davanti a me questa figura così nitida e non sapevo se giudicarla o meno. Poi ho capito che ciò che provavo era soprattutto protezione. Protezione da un mondo adulto che, in qualche modo, la porterà alla fine che conosciamo. Una delle domande che il pubblico si pone è: si è uccisa? Chi l’ha uccisa? E in realtà, simbolicamente, l’hanno uccisa tutti.
Non so se oggi farei le stesse scelte che fa lei, ma avevo bisogno di crederle. Non volevo giudicarla per quell’amore scomodo, forse malato, con un professore molto più grande. Se la “giudicavo”, lo facevo nel senso di analizzarla, di capire cosa potesse succedere nella sua testa. Mi sono affezionata moltissimo a lei. La vedevo fragile, bisognosa di quell’amore che probabilmente le era mancato. Ho immaginato un’assenza familiare, una mancanza di presenza materna o paterna. È un fiume in piena che, davanti all’amore, diventa fragile. Ed è una fragilità profondamente umana.


Il cinema di Gabriele Muccino racconta spesso relazioni intense, conflittuali, personaggi fragili. Cosa ti ha insegnato questo film sull’amore e sulla vulnerabilità?
Mi ha insegnato tante cose. Sull’amore, innanzitutto, mi ha dato una prospettiva diversa: non bisogna accontentarsi. La mia generazione – e io per prima – non vuole vivere relazioni a metà. Mi è piaciuto che nel film l’amore non fosse fatto di messaggi, telefonate, comunicazioni mediate. Non c’erano dinamiche da social o da chat: c’era l’incontro fisico, il vedersi, il costruire qualcosa nella presenza. Se ci siamo, esistiamo. Se non ci siamo, no. Questo per me è molto potente.
Poi ho capito che l’amore, inevitabilmente, ti rende vulnerabile. Un amore sano – che qui comunque non lo è del tutto – ti eleva insieme all’altra persona, ma ti espone anche. Per come concepisco io l’amore, la vulnerabilità è inevitabile.

“Poi ho capito che l’amore, inevitabilmente, ti rende vulnerabile.”

Sei anche protagonista di un altro progetto, “Piercing”, molto diverso, con una dimensione più fantastica. Cosa ti affascina del mescolare realismo e dimensione fantastica?
Di “Piercing” non posso dire molto. È una storia di tre donne, parla della forza femminile. Questo mi ha conquistata: il potere delle donne. È ciò che mi ha fatto dire sì al progetto.



C’è qualcosa che ti ha spaventata o divertita nel confrontarti con questo genere?
Mi spaventava l’idea di “sentire” davvero certe cose. Sono una persona creativa, ma qui l’immaginazione doveva spingersi oltre ogni limite. Volevo mettermi alla prova, provare a sentire quel tipo di potere che nasce da una volontà profonda, da bisogni radicati. Mi ha spaventata perché non sapevo dove sarei andata a parare, ma proprio per questo ho voluto farlo.

“Volevo mettermi alla prova, provare a sentire quel tipo di potere che nasce da una volontà profonda, da bisogni radicati”

C’è un ruolo che sogni di interpretare?
Mi piacerebbe tantissimo fare un film in costume. Sono convinta di essere nata nell’epoca sbagliata. Oppure interpretare una villain. So che forse oggi il mio viso non lo suggerisce, ma spesso il cattivo è proprio quello che sembra più innocuo. Sarebbe bellissimo.


Quando lavori a un personaggio, segui più l’istinto o la razionalità?
All’inizio vado molto di pancia. Ho ancora pochi anni di esperienza e questo lavoro è totalizzante, quindi attingo subito a qualcosa di molto personale. Poi entra in gioco la tecnica: studio, libri, musica, costruzione consapevole. Parto dall’istinto e poi cerco una logica mentale. Si nasce dalla pancia e si muore nella testa: forse è un equilibrio tra le due cose.



Qual è l’ultima cosa che hai scoperto su di te grazie al tuo lavoro?
Che sono timida. Ho una maschera molto solare, ma sotto sotto sono timida. E ho scoperto che non so piangere a comando: se sono sola mi è difficilissimo, mentre se c’è qualcuno davanti riesco molto di più.


Che tipo di storie ami guardare da spettatrice?
Mi piace molto l’azione. Ho visto “Avatar” e mi è piaciuto molto. In generale però amo un po’ tutto: storie d’amore, horror, thriller psicologici, serie tv. Ma l’azione mi coinvolge tantissimo, forse anche perché guardavo tanti film del genere con mio fratello.




Qual è stato il tuo più grande atto di ribellione?
Fare questo lavoro. Non seguire il percorso universitario che in famiglia sarebbe stato più “sicuro”. Anche se i miei genitori mi hanno sempre sostenuta, è stata comunque una scelta di libertà. La libertà è il mio atto di ribellione quotidiano.


La tua paura più grande?
Ho una paura enorme della morte, forse perché amo tantissimo la vita. E poi ho paura dei serpenti. Ho vissuto un anno e mezzo in America e durante un viaggio nella valle amazzonica ho visto un anaconda enorme. Ma la cosa peggiore è stata entrare in un villaggio e trovarmi un serpente attorcigliato tra dei bracciali artigianali: ho iniziato a urlare, correre, e sono svenuta. È una paura fisica, incontrollabile.


Cosa ti fa sentire al sicuro? E cosa ti fa sentire sicura di te?
Mi fa sentire al sicuro la mia famiglia, la loro presenza fisica. Vivo a Roma, torno a casa appena posso e sento il bisogno di quella vicinanza. Anche i miei amici più cari sono fondamentali. Mi fa sentire sicura la cultura. La libertà e il potere che dà la cultura sono qualcosa che nessuno può toglierti.

“La libertà e il potere che dà la cultura sono qualcosa che nessuno può toglierti.”


Cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Volersi bene. È un percorso continuo. Accettare la propria pelle, prendersene cura, rispettarsi come corpo e come presenza nel mondo. Ogni mattina il nostro corpo ci permette di alzarci e vivere: questo va onorato. Mi fa stare bene sentirmi vestita bene, nella mia pelle e nei miei abiti. Mi diverte cambiare, giocare con i colori.


Qual è la tua isola felice?
C’è un posto vicino a dove sono ora, in Umbria: un arco, una panchina, un albero grande e una valle davanti. Da lì si vedono tramonti e albe bellissimi. Vado spesso lì. È il mio posto felice.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Augusta Carter.
Makeup & Hair by Sofia Caspani.
Thanks to Giuseppe Corallo.
Thanks to Agenzia Verastar.
Location: Spaziopitteri8 – Milano.


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