Capitolo 1
Colazione

Stamattina ho mangiato della marmellata alla pera, spalmata su due fette di pane scongelate. Appena sveglia, agguantato dal freezer il pane insacchettato, ho stappato la marmellata producendo un sonoro clack e poi l’ho annusata: sapeva di dolcissimo e mi ha fatto pensare alla primavera e a quanto la desideravo. Non vedo l’ora che la via di casa si riempia di alberi verdissimi, che la magnolia nel cortile interno faccia i fiori, che il legno inizi a profumare e mi lasci le dita umide quando accarezzo la corteccia.
Mentre sognavo il tepore, col sacchetto ancora congelato stretto nella mano, il palmo è diventato insensibile: forse è meglio posare il pane e scaldarlo. Forse stamattina indosso Cosmic 2.0 di Kylie Jenner… Al primo spruzzo sa di pera, poi, dopo un po’, sa di primavera.
Capitolo 2
FRENCH GIRL

Ho iniziato a truccarmi molto tardi. Molto tardi rispetto a quello che volevo, rispetto a quello che vedevo. Molto tardi rispetto alla generazione successiva alla mia. Ho iniziato a truccarmi a circa quattordici anni – calcavo del kajal nero sulla rima ciliare inferiore, velavo le labbra di un gloss appiccicoso come la resina e mi pizzicavo le guance per levarmi via quel pallore nobiliare che tanto disprezzavo. Tempo qualche minuto e le guance tornavano marmoree, e con gli occhi da orsetto lavatore e le labbra impastate, mi incamminavo sconsolata per i corridoi della scuola ascoltando Cemetries of London dal mio iPod Nano fucsia.
Quindici anni dopo, mi incammino per le strade di Milano nord ascoltando Bennie and The Jets nelle mie Airpods 4: sulle guance indosso il blush, HD Skin Face Essentials di Makeup Forever, che mi resta su fino a fine giornata, mescolo tutti i rosa e i rossi delle cialde per raggiungere quel pigmento salutare che oggi mi si addice, e lo sfumo un po’ anche sugli occhi e sulle labbra, per arrivare in ufficio e sognare che mi chiamino FRENCH GIRL.
Capitolo 3
Come i gatti

I gatti quando stanno male si nascondono per non farsi vedere sofferenti. I gatti vogliono essere forti. Un gatto quando sta male fugge via, nessuno deve vederlo nel peggiore dei suoi stati. Io, se ci penso, sono un po’ un gatto quando mi ammalo: non voglio che si sappia, non voglio che si veda, non voglio apparire debole; voglio che, non pensandoci né io né nessun altro, tutto finisca presto. Così, quando mi ammalo, faccio una doccia bollente per scacciare il freddo dalle ossa, e una volta pulita, scongiuro i mostri che ho dentro eliminando quelli che ho fuori: pesco dal mio armadietto pieno di magiche pozioni The Ordinary, esfolio corpo e viso, spengo quelle rare ma furiose manifestazioni acneiche di stress e ormoni, e mi idrato a più non posso: così almeno la mia pelle splende, e io mi illudo di essere un po’ meno malata.
Capitolo 4
Sogno un ranch

Camperos e total denim come una cowgirl, sogno un ranch nelle Americhe meridionali: spazzolo Lana, il mio cavallo nero come la pece, il sole scotta e mi arrossa la pelle, quindi calo in testa il mio Stetson e bevo un sorso di birra ghiacciata. Va meglio. Guardo in alto, e nel cielo terso vedo danzare uno stormo di uccelli neri: una danse macabre. Uno si scosta dal gruppo e scende in picchiata verso di noi. Lana impazzisce, inizia a dimenarsi sotto le mie mani, scalcia e nitrisce terrorizzata: devo lasciarla correre via. Frugo nelle tasche dei miei jeans in cerca del coltellino a serramanico per tagliare la corda che la tiene legata all’albero e liberarla. Tasche anteriori: vuote; tasca posteriore destra: Rouge G; tasca posteriore sinistra: Ombres G; fanny pack: monetine e Météorites. Perché sono piena di Guerlain? Guardo in alto e il cielo si fa buio, i contorni del mio rench tremolanti, Lana non c’è più, nemmeno gli uccelli. Fievole luce da fessure di persiane. Odore di ammorbidente e ronzio metallico di orologio a cucù. Non sono una cowgirl. Piuttosto, una Guerlaingirl.
Capitolo 5
I colori della frutta


Adoro fare la spesa al supermercato. Le luci fredde accecanti, i corridoi che si intrecciano labirintici, le nuvole di condensa che ti appannano gli occhiali quando apri il banco surgelati. I mille colori e le mille forme dell’ala frutta e verdura, con quei cavoli che sembrano alberelli e le carote bitorzolute che i commessi nascondono sotto quelle belle. E poi adoro guardare nei carrelli degli altri: capisci tutto di una persona da quello che compra al supermercato. Il signore con due casse di birra e un maxi-pack di patatine al formaggio stasera guarderà la partita col cane buono ai piedi del divano; il bambino con la farina di ceci, il lievito istantaneo, una confezione di assorbenti notte e un Kinder Bueno White dirà alla mamma che la cassiera gli ha fatto pagare 1.19 euro in più, inspiegabilmente; la ragazza con tisana al finocchio, seitan e Wasa domattina si sveglierà affamata ed insicura. Io, con arance, yogurt greco, gnocchi ricotta e spinaci e un gigantesco mollettone per capelli questa sera mi farò la pulizia del viso con Foreo: Luna e Kiwi. Andrò a letto con un senso di benessere e i colori della frutta negli occhi.
Capitolo 6
Io, Samsone

Sansone, eroe nazireo, aveva una folta chioma che lo rendeva invincibile. La sua amante Dalila – vittima e artefice di un amore falso e corrotto – un giorno glieli tagliò, privandolo della sua forza soprannaturale, derubandolo di ciò che lo rendeva speciale.
“Cosa siamo, senza capelli?”, mi chiedo spesso al mattino guardando nello specchio la mia chioma arruffata post-nottem. Molti visi, quelli simmetrici, regolari, quelli con le fossette, quelli col mento scolpito, quelli con gli occhi grandi e il naso piccolo come Emma Stone in Bugonia, senza capelli possono essere bellissimi. Ma i visi irregolari, quelli un po’ storti, quelli cavallini, quelli con gli occhi piccoli e il naso grande, quelli col mento appuntito? Senza capelli si mortificherebbero. Cosa succederebbe a Julia Roberts se perdesse i capelli? E a Jacob Elordi? Paralizzata da questi pensieri, corro a lavare i capelli prima che sia troppo tardi, prima di perderli per sempre. Li sento cadere subdoli uno ad uno, abbandonarmi pochi per volta per passare inosservati, ma io glielo impedirò. Li imbevo di conditioner, The Rich One di Fenty perché i capelli li sigilla come il silicone una crepa nel marmo, e poi alla fine li imprigiono in una lunga sessione di styling, perché i ribelli vanno domati ed incantati. Li inebrio del blend mughetto-fresia-cocco di The Mista, così rimarranno con me per sempre.
Capitolo 7
Mio padre

Mio padre ama leggere e scrivere. Mio padre ama andare al cinema ogni domenica, senza popcorn, perché insultano, fanno rumore. Mio padre ama la musica, mettere i dischi al mattino appena sveglio e alzare il volume piano piano, man mano che ci svegliamo tutte. Mio padre ama dormire. Mio padre ama guidare, anche per ore. Mio padre ama mangiare quello che cucina mia madre. Mio padre ama conservare qualsiasi stupidaggine gli porti, anche se è una foglia, o un biglietto della metro. Mio padre ama sviluppare le foto e incorniciarle, però solo di quando eravamo bambine. Mio padre non sa come si avvita una lampadina, come si ritinteggia un muro, come si ripara un tubo che perde o un interruttore che non funziona, come si monta un mobile Ikea. Mio padre possiede solo un cacciavite piatto e solo viti sbagliate. Mio padre lo sa cos’è una brugola, ne parla Primo Levi, ma non ne ha mai vista una. Mio padre non ama riparare le cose, perché in fondo, quando non funzionano, gli piace. Perché mio padre ama ciò che è significativo, anche quando è rotto. Come la voce di Neil Young che gracchia da un giradischi preistorico. Mentre cerco di sistemarmi il trucco con i pennelli Doubleum, penso a mio padre. Forse la mia faccia va bene così.
Capitolo 8
La maglietta

Ho prestato la maglietta ad un’amica. L’ha indossata e l’ha tenuta su tutto il giorno. Alla sera non l’ha tolta, neanche quando ci siamo separate. L’ha portata a casa con sé e mi ha promesso che l’avrebbe lavata prima di restituirmela. La sera prima, l’avevo portata al pub. Si era impregnata del mio deodorante all’aloe vera e delle gocce di whisky che l’inglese al bancone mi ha quasi versato addosso quando la Gran Bretagna ha perso contro l’Italia al doppio misto di curling. Chissà cosa vedrà la mia maglietta a casa della mia amica: in quale lavatrice rotolerà, di quali odori si impregnerà, in che modo verrà stesa ad asciugare e dove, e poi come verrà piegata e dove verrà riposta.
La mia amica mi ha riportato la maglietta. Profumava di pulito e Lavande Blanche. La mia amica lo indossa sempre e il lavaggio non ne ha eliminato l’odore. Forse, la mia maglietta ha vissuto una vita migliore per un po’.
Capitolo 9
Perfezionare

Io per lavoro correggo. Non solo per lavoro. Da bambina i miei amici mi chiamavano “precisina” perché gli correggevo la pronuncia dell’inglese. Mia madre mi sgrida quando le correggo rabbiosamente l’uso improprio del passato remoto, rivendicando la validità dei suoi regionalismi. La mia amica mi manda in anteprima le caption delle sue storie Instagram, chiedendomi di correggerle prima che le pubblichi. Un’altra amica, che non è più mia amica, oggi per lavoro corregge i libri – dice che li perfeziona.

Io non penso che correggere significhi perfezionare, piuttosto trasformare qualcosa in una nuova e migliorata versione, dunque qualcosa che può essere cambiato senza che perda la sua natura, con umiltà e nel rispetto dell’originale. Le mie occhiaie, per esempio, le posso perfezionare, e ogni giorno con Merit, con il The Minimalist Stick Perfezionatore, sfioro proprio la perfezione. Un libro, mia cara non-più-amica correttrice, non si può che al massimo migliorare con i tuoi appunti, ma ambire a renderlo “perfetto” senza dar vita ad una sua versione posticcia, è davvero possibile?
Capitolo 10
Casa di nuovi amici

Sono stata a casa di nuovi amici. Superato uno stretto corridoio d’ingresso e la cucina, sulla sinistra, lunga e stretta, con un piano in granito da poco montato, forno, microonde, lavastoviglie e una lingua lunghissima di credenze piene di bicchieri dall’aria fragile e sofisticata, affioro nel salotto. Divani e poltrone rosa salmone disposti in semicerchio circondano un tavolino in vetro, con sopra una candela accesa che sembra una colonna dorica e una lampada in legno a forma di airone con le ali removibili. Dietro, un’immensa libreria bianca: scaffali quadrati e rettangolari che ospitano grossi volumi, libelli e opuscoli, vasi in ceramica a forma di mezza testa e cocci di piatti antichi. Incantata, ma non a mani vuote, consegno alla padrona di casa il mio regalo dell’ospite: Amouage Outlands. Intuivo che sarebbe stato il suo genere, note legnose che sanno di natura selvaggia, ma mai avrei immaginato quanto perfetto sarebbe stato in quella casa.
Capitolo 11
Dolceamaro

Abbiamo aperto una bottiglia di vino rosso. Sull’etichetta c’è scritto in pennarello azzurro “da cucina”. L’abbiamo usato per sfumare la carne e farci le tagliatelle al ragù. La bottiglia è rimasta lì aperta per giorni, intonsa meno un bicchiere. Il vino rosso “da cucina” è difficile da utilizzare. Provo ad assaggiarne un sorso per capire se magari è bevibile: acido e amaro. Faccio un salto dal fruttivendolo. “Gianni, che ricette mi consigli col vino rosso?”. Gianni mi suggerisce il brasato, ma io non sono troppo brava con i secondi. “Radicchio!”. Compro un cespo di radicchio, quello tardivo con le foglie allungate e il sapore amarognolo, e delle cipolle rosse, che sono le più dolci. Amo stemperare l’amarezza. Corro a casa e ci preparo un risotto. Sfumo il radicchio col vino rosso “da cucina” e lo lascio soffriggere con le cipolle rosse tagliate a strisce sottili. È quasi pronto, ma io no. Vado di sopra e indosso il mio vestito preferito, qualche goccia di Initio – Side Effect, orecchini d’oro e Mary Jane borgogna. A tavola.
Capitolo 12
R. X

R. scansiona qualsiasi cosa. Dimentica sempre come si fa, quindi l’ultima volta mi ha chiesto una mano. Voleva scansionare una rosa. Lei scansiona gli oggetti in movimento. Il risultato è l’oggetto scomposto, quasi liquido, irriconoscibile. R. scansiona tutto quello che trova. I fiori secchi dei vasi, il materiale di cancelleria dell’armadietto dell’ufficio, le magliette, i trucchi. Una volta ha scansionato il lip oil di Dior, l’Addict Lip Glow Oil. Se non ricordo male, un’altra volta si è scansionata la faccia. R. è un’artista, anche se non lo sa. R. assorbe tutto quello che osserva, e poi lo riproduce senza alcun secondo fine. R. vede la bellezza che c’è in ogni cosa, e vuole farla vivere per sempre. Semplicemente.
Capitolo 13
I tetti di Roma

La zia di mia madre è sarda, ma vive a Roma da sempre. Ha una grande casa di quelle con l’ascensore antico, con i fili a vista e mille porticine per chiudertici bene dentro. Il pavimento scricchiola e le porte delle stanze è meglio non chiuderle, sennò non si riaprono più. D’inverno le finestre sbuffano aliti di vento inarrestabili e a volte, col temporale, anche goccioline di pioggia. D’estate, la zia sta sempre in terrazzo. I tetti di Roma visti dall’alto sono un panorama folcloristico. Tegole rosse e arancioni consumate dal sole, piccole terrazze fiorite, comignoli e vecchie antenne. La zia in terrazzo stende i panni, e io a volte la seguo e la osservo pinzare gli indumenti con le mollette uno ad uno, con i tetti di Roma sullo sfondo. Mi piace tanto quando lo fa.

Una volta, ero di sotto a prepararmi per uscire – ricordo bene, indossavo un vestito smanicato color indaco, spalmavo sulle braccia la Mousse-olio di Rare Beauty e mi profumavo di frutta estiva con la Mist della stessa linea, Feel Comfort Feel Seen – quando ho sentito la zia salire in terrazzo senza di me. La raggiungo e lei mi dice che sono bellissima e profumata, e mi chiede perché non ho ancora raggiunto i miei amici. Ma io volevo guardare i tetti di Roma con lei.
Capitolo 14
Latte

I gusti col tempo cambiano. Per una questione anatomica, perché insieme a noi si sviluppa il sistema gustativo, per una questione culturale, e anche per una questione sociale, di adattamento. Da bambina, non mangiavo la pizza. Quando andavo in pizzeria con la mia famiglia o alle feste di compleanno dei miei compagni di scuola, ordinavo una Margherita e la svuotavo di tutto quello che avrei potuto portarle via: mozzarella, pomodoro, olio, cornicione. Mi restava la parte centrale, nuda, ammorbidita dai condimenti. La mangiavo, pregando che finisse presto. Fino a due anni fa, non mangiavo formaggi. Una volta, a cena fuori, avevo ordinato piadina con crema di patate, tacchino e brie, senza brie. Hanno dimenticato di togliere il brie come avevo chiesto, e io ignara ho addentato un gran pezzo di piadina prima di accorgermene. Sono corsa in bagno a fare i gargarismi con l’acqua del rubinetto per dimenticare quel sapore e non ho più toccato cibo fino al giorno dopo.
Oggi la mia pizza preferita si chiama Positano: datterini, fior di latte, scamorza affumicata e spolverata di parmigiano. Ieri, ho scambiato il pranzo con il mio collega: panino cotto e brie, delizioso. Ma una cosa non è cambiata e mai cambierà: il mio disgusto per il latte. Di mucca, di capra, di soia, d’avena, di cocco: veleno. Piuttosto, berrei quel Laneige, la bottiglia che campeggia sulla mia mensola in bagno, che è proprio identica al latte, la Cream Skin Cerapeptide. Nutriente, sano e meno velenoso.
Capitolo 15
Se si potesse fissare il tempo

A volte, vorrei che il tempo si fermasse. Che alcuni istanti si congelassero perché io possa guardarli da lontano, o da un’altra prospettiva. A volte vorrei che le azioni si fermassero sul nascere, per tardarne le conseguenze, o, al contrario, per prolungarne l’effetto. Come quando mi scaldo le labbra in un bacio d’inverno; come quando decido di vocalizzare un pensiero sbagliato; come quando mangio il panino più buono del mondo e, anche se è grande, mi sembra così piccolo e sono triste al pensiero di quando sarà finito; come quando mi pettino i capelli con Diamond Pick di Oribe, per rilassarmi prima di una serata impegnativa. Oribe fa anche una lacca invisibile come una magia, il Signature Dry Texturizing Spray: se solo potesse fissare anche il tempo, per far durare il mio bacio o il mio panino per sempre, per prolungare la pace dello spazzolamento pre-serata, per temporeggiare prima di aprir bocca e rovinare tutto. Poi l’effetto svanirebbe, ma almeno il piacere potrebbe durare un po’ di più.
Capitolo 16
Pulizie

Impopolare affermazione, coraggiosa affermazione: a me piace fare le pulizie. Mi piace mettere in ordine, spolverare, fare il bucato, lavare i piatti. Di fatto, non sopporto le coperte arruffate sul letto, le mensole piene di polvere, il cesto di panni sporchi che straborda, le tazze e i bicchieri usati impilati nel lavandino. Pulire mi rilassa, mi aiuta a pensare, mi da un senso di soddisfazione insolito, ma validissimo. Pulire è un momento per me e per i miei sogni ad occhi aperti, per me e per le mie manie, per me e per la mia musica. Spolvero le mensole del bagno, e mentre ripongo sul legno appena lucidato la mia Renewal Cream di DUA, I’m losing my mi-mi-mi-mind, mi-mi-mi-mind / Mi-mi-mi-mind, mi-mi-mi-mind / I hallucinate when you call my name. Dua Lipa mi ha cantato la sua crema idratante, o sono allucinazioni da acari?
Capitolo 17
Il gioco delle torri

All’università, squattrinati ma fantasiosi, giocavamo a chi riusciva a creare la torre più alta con tutto quello che trovavamo in cucina. Bottiglie di ketchup, imbuto, saliera, lattine vuote di Molecola, rotoli di scottex, pacchetti di sigarette, tappi in sughero e tirabusciò. Era un gioco di ingegno e strategia che ci riempiva almeno un’ora delle nostre serate torinesi, quando la calura ci impediva di uscire di casa se non era strettamente necessario – per esempio, se mancava materiale per le torri. La torre non doveva essere bella, ma doveva essere stabile: doveva restare composta per almeno dieci secondi, altrimenti eri fuori dal gioco. Io vincevo sempre. Riuscivo ad accaparrarmi per prima gli oggetti migliori e ad impilarli valutandone peso e forma in tempo zero. I miei coinquilini mi odiavano, mi pregavano di non giocare. Ma io giocavo lo stesso. Una sera, stufa delle mie vincenti ma orribili torri fatte di bottiglie di birra, rosmarino macinato e accendigas, ho scartato un pacco di biscotti secchi, quelli rettangolari e sottili che sembrano piccoli tappeti volanti. Li ho impilati uno sull’altro e ho costruito una torre con in cima il mio blush di Valentino, il Color Crush. Finalmente una torre stabile e graziosa. I miei coinquilini sono esplosi in un applauso sconsolato, e mi hanno chiesto se, per favore, potevo non giocare mai più al gioco delle torri con loro.
Capitolo 18
Il pane

Del Covid, non ricordo nulla. Per certi versi, ringrazio la mia memoria selettiva: non c’è nulla che vorrei ricordare. Del lockdown c’è, però, qualcosa che mi torna spesso in mente, quasi nostalgicamente: quando facevo il pane con mia madre. Non avevamo mai fatto il pane prima. Avevamo vite piene e movimentate, tra lavoro, faccende domestiche, scuola, danza, lezioni di inglese. Non avevamo mai il tempo, il bisogno o la voglia di fare il pane in casa, nella nostra casa di periferia. Circondati da ottimi panifici, il pane potevamo comprarlo anche appena sfornato dai forni industriali. Il pane del lockdown, però, aveva un sapore totalmente diverso: era grezzo, compatto e sempre dolciastro perché non salavamo mai abbastanza. Ci penso mentre strofino tra le mani umide la polvere bianca del The Rice Polish di Tatcha; penso a quando lo facevo con la farina, seduta in disparte in cucina, quando ero stufa di impastare e lasciavo fare il grosso a mia madre. A lei fare il pane piaceva per davvero – a me, invece, piaceva starci insieme in uno dei rari momenti in cui riusciva a distrarsi dalla paura. Il pane del lockdown era diverso perché sapeva di tregua.
Capitolo 19
Pop Paradiso

Se il paradiso esistesse, per me non sarebbe bianco. Per me non sarebbe etereo, volatile come da iconografia cristiana.

Se il paradiso esistesse, per me sarebbe coloratissimo. Sarebbe un gigantesco bosco vivo, con tutti gli elementi che fanno di un bosco un bosco: erba, alberi, funghi, frutti, rocce, muschio, cespugli. Niente di questo bosco però ricorderebbe un bosco vero: gli alberi, l’erba, il muschio e i cespugli non sarebbero verdi, ma di un colore accesissimo, fucsia o arancione per esempio; le rocce sarebbero bolle colorate, però indistruttibili; funghi e frutta sembrerebbero i prodotti di Glowery, quelli tutti colorati e tondeggianti, forme dagli angoli smussati che ti verrebbe voglia di addentare. Se il paradiso esistesse, per me sarebbe un paradiso pop, come quello della skincare routine di Glowery.
Capitolo 20
I biscotti della nonna

Mia nonna era una nonna da manuale. Elegante ma discreta, smalto perlato, rossetto rosso e sugli zigomi blush di Giorgio Armani, il suo preferito. Bella e arguta, si occupava di tutti e cinque i nipoti con un amore che non poteva che aver pesato sulla bilancia perché fosse distribuito in cinque parti perfettamente uguali. Così, a nessuno era mancata la copertina del battesimo in lino bianco ricamata a mano, le ballate della buonanotte, le manine riempite degli spiccioli rubati dal nonno prima di tornare a casa da mamma e papà. Mia nonna farciva la sua credenza di dolciumi quando sapeva che anche solo uno dei cinque nipoti sarebbe andato a trovarla. Ricordo pile di scatole di biscotti al burro, quelle rotonde in latta che nei racconti sulle nonne diventano scrigni di strumenti da cucito: aghi, ditali, rocchetti, metri. Ma le scatole di biscotti di mia nonna erano scatole di biscotti vere. Dentro ci trovavi solo i biscotti dell’etichetta, oppure le lingue da latte con crosticina zuccherina fatte da lei. Quando abbiamo svuotato le credenze, ho portato a casa una di quelle scatole di latta. Dentro, ci ho messo i blush di Giorgio Armani, i miei preferiti, i Luminous Silk Cheeck Tint Shine. I biscotti della nonna sono finiti.
Capitolo 21
Midori

Ho vissuto per qualche mese con una ragazza di nome Midori. Il suo vero nome era Maria, ma si faceva chiamare Midori da quando era tornata dal suo viaggio in Giappone. Lì si era innamorata di una ragazza di nome Midori, che in giapponese significa “verde”, ma anche “giovinezza”. Aveva deciso di rubarle il nome per tenerla sempre e per sempre con sé. Midori suonava Battiato all’ukulele e aveva venduto il suo letto per dormire su un futon. Non si voleva mai abbronzare: indossava un enorme cappello di paglia a falde larghe anche quando usciva in terrazzo ad innaffiare le sue piante aromatiche, basilico, rosmarino, timo, salvia e origano. Midori mangiava spaghetti integrali alla carbonara e poi accendeva il suo incenso Murasaki Aromatique di Aesop. Midori era un giovane, verde giardino di contraddizioni.
Capitolo 22
Disciplina

In cucina non si può dire che me la cavi alla grande. La tecnica ce l’ho, la pazienza anche; se c’è da mescolare mescolo, se c’è da inamidare inamido, se c’è da sminuzzare sminuzzo. Quello che mi manca è la creatività e l’audacia necessarie a rendere il cibo banalmente “saporito”. La verità, è che non mi piace cucinare, perché non mi piace poi tanto mangiare. A meno che non si tratti di dolci. Per i dolci, ho una passione smisurata che mi regala il talento necessario a sfornare capolavori non solo molto buoni ma anche molto graziosi. Quando si tratta di cioccolato, soprattutto, mi trasformo. Sforno Sachertorte come se avessi Iginio Massari sotto il cappellino da chef come in Ratatouille. Il cioccolato mi inebria. Lo cerco dappertutto, nelle candele profumate, nelle eau de parfum, e lo vedo dappertutto, nei miei rossetti color cacao, nel mio Dior Forever Skin Bronze, così facile da sfumare come il cacao quando lo setacci sul tiramisù. Il bello di preparare i dolci, poi, soprattutto quelli al cioccolato, è che non puoi assolutamente rischiare: se non pesi religiosamente gli ingredienti dei brownies, il risultato è un ammasso informe di cioccolato immasticabile; se nella Torta Caprese monti tre uova perché ti manca il quarto, sforni una mattonella più sbriciolosa di una meringa. Con i dolci, ci vuole disciplina, e io amo la disciplina.
Capitolo 23
La grotta della colazione

Una volta, in Spagna, abbiamo dormito in una grotta. La casetta era scavata in una collina, incastonata e costruita direttamente sotto enormi rocce sporgenti, con la pietra naturale come soffitto e pareti. Dentro era un po’ buia ma freschissima, un gran sollievo rispetto alle temperature cocenti dell’Andalusia di agosto. Di fianco alla nostra collina, costruita allo stesso modo, c’era la grotta della colazione. Un cane molto grasso ne sorvegliava l’ingresso, vigile, ma speranzoso che qualche ospite gli regalasse clandestinamente un dolcetto. All’interno, in una grande cesta in vimini al centro della stanza, un tripudio di vasetti monoporzione: salsa al pomodoro, marmellate e miele. Erano masse così compatte, lucide e gelatinose che sembravano tutto fuorché commestibili. Mi ricordavano le Lipmask di Pixi.

Ho rubato dodici vasetti di marmellata dalla grotta della colazione. Ho riempito le tasche della camicia e lo zaino da viaggio di piccole confetture. Il cane grasso ha visto tutto: quando siamo andati via, però, non ha abbaiato; mi ha assolta dal crimine con uno sguardo di disapprovazione, seppur di complice comprensione. Cosa avrebbe dato lui stesso per un po’ di marmellata…
Capitolo 24
Smartworking

Circa una volta alla settimana lavoro da casa mia. È quel giorno dall’anima ibrida che sa di pausa, ma responsabile. È quel giorno in cui mi sveglio più tardi e scambio il pigiama con la tuta. È quel giorno in cui bevo tisane al posto del caffè, perché ho riposato abbastanza. Il giorno in cui lavoro da casa mia è il giorno della settimana in cui sono più metodica. È quel giorno in cui niente va lasciato al caso, in cui ogni minuto va sfruttato al massimo del suo potenziale per ricavarne risultati ottimali su più fronti.
Il giorno in cui lavoro da casa mia, suona la sveglia e faccio stretching. Il giorno in cui lavoro da casa mia, apro le finestre e fumo una sigaretta in terrazzo. Il giorno in cui lavoro da casa mia, accendo col fiammifero la Cyprès 21 Indigo. È quel giorno in cui il tabacco misto alle spezie in combustione mi rendono laboriosa. Il giorno in cui lavoro da casa mia è tutto mio, tutto per me.
Capitolo 25
La storia delle api e del miele

Le api sono una specie affascinante. Una volta, ne ho accarezzata una con un dito: calda e tremolante, mi ha fatto una gran tenerezza. A molti fanno paura, ma se non le disturbi, sono totalmente innocue. Sono creature minuscole con un’organizzazione quasi cinematografica. Vivono in società rigidamente strutturate, dove una sola regina depone migliaia di uova al giorno e migliaia di operaie – tutte femmine – lavorano in perfetta sincronia. Esserini estremamente collaborativi, comunicano danzando, e così indicano alle compagne direzione e distanza dei fiori usando il sole come bussola naturale. Soprattutto, le api svolgono un ruolo cruciale nell’impollinazione: senza di loro, gran parte delle colture e della biodiversità che conosciamo non esisterebbe. Ovviamente, le api producono il miele, un alimento praticamente eterno, che non solo è delizioso sul pane o a cucchiaiate, ma è anche un ingrediente prezioso di prodotti dermocosmetici e trattamenti illuminanti per capelli, come la Honey Gloss Ceramide Therapy Hair Mask di Gisou. Le api sono piccole, sì, ma con un impatto enorme.


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