Ci sono film che finiscono quando si accendono le luci in sala, e altri che ti seguono fuori e si siedono accanto a te mentre fai le cose di sempre. “Balcanica”, visto alla Mostra del Cinema di Venezia, appartiene alla seconda specie: non fa rumore, non alza la voce, eppure resta. Parte da un desiderio semplicissimo e diventa il racconto di un incubo che quasi nessuno di noi conosce: quello della rotta balcanica, meno raccontata di altre perché i suoi numeri, da anni, fanno meno clamore. Come se a fare notizia fossero le cifre e non le persone. Come se la libertà, per qualcuno, non fosse un diritto ma una conquista da pagare con tutto.
Il film sceglie la via più difficile: la delicatezza. Pochi dialoghi, molti silenzi, una macchina da presa che davanti alla violenza sembra voltarsi dall’altra parte, e in quel gesto ci restituisce la nostra stessa indifferenza. In mezzo a paesaggi sconfinati e insieme claustrofobici, un limbo che sembra fermo agli anni Sessanta, c’è Greta, la dottoressa interpretata da Matilda De Angelis. Greta è anche un po’ noi: lo sguardo di chi arriva da fuori e a un certo punto deve decidere da che parte stare.
Matilda ne parla con la voce di chi quel viaggio lo ha attraversato: racconta di aver messo da parte l’ego per un mese intero, perché solo così sentiva di poter portare rispetto a ciò che stava mettendo in scena. Racconta di una notte, un piano sequenza girato tre sole volte, di un pianto. E racconta della domanda che l’ha accompagnata dall’inizio alla fine: cosa avrei fatto io?
Durante la nostra chiacchierata, abbiamo parlato di indifferenza e di musica, di identità e di dignità, di impotenza che diventa potenza. Di cosa significhi, per la prima volta, proteggere un film anche da produttrice. E di un’idea che resta come una piccola rivoluzione: che il confine, forse, non debba essere una linea che ci separa, ma un luogo dove andiamo a finire insieme.
Ho visto “Balcanica” durante la Mostra del Cinema di Venezia e mi ha colpita tantissimo. È uno di quei film che continuano a rimanerti dentro anche nei giorni successivi. Uno dei motivi è che mi ha raccontato qualcosa che non conoscevo: una storia apparentemente semplice, il desiderio di andare a suonare a un concerto, che diventa il racconto di un incubo vissuto per conquistare una libertà che, per noi, è quasi scontata. Cosa hai pensato la prima volta che hai letto la sceneggiatura?
Ho avuto una riflessione molto simile alla tua. Innanzitutto mi sono stupita di non conoscere la rotta balcanica, perché è una rotta di cui si parla meno, meno coperta mediaticamente, anche per una questione meramente numerica. Nel 2015-2016 ha registrato il numero più alto di transiti, poi i numeri si sono abbassati drasticamente. E, in un’ottica in cui queste persone vengono considerate soltanto come numeri, sono i numeri a fare notizia, a fare clamore. Questa è stata la prima cosa che ho notato: il fatto di non sapere. E quando qualcosa mi coglie impreparata — e non che io sappia tutto, anzi — mi viene immediatamente voglia di approfondirla.
Poi mi ha colpita la leggerezza, la grazia con cui viene trattata una tematica così complessa e delicata. Il fatto che Nicola fosse riuscito a farlo senza sentimentalismo, senza privilegiare uno sguardo rispetto all’altro: quello occidentale, bianco, della dottoressa rispetto a quello di Janine e del padre. Mi sembrava che ci fosse un equilibrio bellissimo. Raramente, secondo me, queste storie vengono trattate con la delicatezza, il rispetto e la grazia che ha avuto Nicola. Questa è stata la prima cosa che ho pensato leggendo la sceneggiatura.
È una delle cose che ha colpito di più anche me. Storie del genere vengono spesso raccontate attraverso il dramma — comprensibilmente, perché si tratta di situazioni drammatiche — mentre qui c’è una grande delicatezza. Ci sono molti silenzi, che a volte risultano persino più efficaci del mostrare direttamente la violenza. Anche la macchina da presa, quando accadono alcuni atti di violenza, sembra quasi voltarsi dall’altra parte. Mi è sembrato che rappresentasse, in qualche modo, anche la nostra indifferenza. Pensi che l’indifferenza sia una parte del problema?
Assolutamente. Ovviamente non è la causa, non è la matrice del problema, ma è una conseguenza e, allo stesso tempo, quasi una sua scorta armata. Storicamente è sempre stato così: il silenzio, l’omertà, l’indifferenza corroborano determinati fenomeni. Non ne sono la causa, ma possono amplificarla. L’indifferenza rispetto al tema della migrazione è come gettare benzina sul fuoco.

“Il silenzio, l’omertà, l’indifferenza corroborano determinati fenomeni. Non ne sono la causa, ma possono amplificarla. L’indifferenza rispetto al tema della migrazione è come gettare benzina sul fuoco”.
Anche i luoghi e i paesaggi che vediamo nel film sembrano infiniti e, allo stesso tempo, mi hanno trasmesso una sensazione quasi claustrofobica: come se i personaggi fossero intrappolati in un limbo dal quale non possono uscire. Come ti sei rapportata a questi luoghi, che diventano quasi parte della storia?
La cosa bella è che abbiamo effettivamente girato in quei luoghi. Nicola ha scelto di girare quasi tutto il film in un piccolo paese al confine con il Montenegro, nel sud della Serbia. È un luogo veramente dimenticato, dove sembra che il mondo si sia fermato agli anni Sessanta. Da un lato, per me è stato bellissimo, perché amo stare a contatto con la natura. Se mi metti in un luogo dove per chilometri non c’è altro che natura, io sono una bambina felice.
È stato complesso, quindi, coniugare la felicità che provavo come persona trovandomi lì con quello che quei luoghi rappresentavano all’interno della storia. A un certo punto sono riuscita a guardarli con occhi diversi. Mi rendevo conto che quella natura sconfinata, che per me rappresentava uno stacco dalla routine della città per un mese della mia vita, poteva diventare un limbo, un inferno, se mi fossi trovata incastrata lì per qualche motivo. Ho iniziato a guardarla con quegli occhi. Non è stato semplice, perché erano luoghi bellissimi e io, quando mi metti in una posizione scomoda, in luoghi ameni, circondata dalla natura, sono nella mia versione più felice.
Faceva quasi ridere perché spesso mi chiedevano: “Sei tranquilla, Matilda? Sei comoda?”. E io pensavo: “Ragazzi, sono la persona più felice del mondo, questa è la mia condizione perfetta”. Greta, invece, doveva muoversi con grande paura e incertezza all’interno di quegli stessi luoghi. Però quella natura ti restituisce anche un senso di piccolezza: ti senti veramente piccolo.
E quella paura, a un certo punto, sono riuscita a trovarla.


Uno dei temi principali del film è la libertà — o, forse ancora di più, la sua mancanza. Vediamo la parola “Freedom” scritta sui muri. I protagonisti non stanno cercando semplicemente un luogo in cui avere una vita economicamente migliore, ma un posto nel quale poter tornare a essere ciò che sono. E una parte fondamentale della loro identità è la musica. Quanto della nostra identità pensi sia legato alle cose che creiamo?
È una questione molto soggettiva, me ne rendo conto. Però, in generale, togliere a un artista — o anche semplicemente a un creativo, perché non tutti i creativi sono artisti — la propria forma d’arte è come togliergli la vita, l’ossigeno, la sua valvola creativa. Credo che noi viviamo tra la forza creativa e la forza distruttiva di noi stessi. Ogni tanto una prende il sopravvento sull’altra. Senza voler necessariamente sfociare nel tragico, sono due forze opposte che dovrebbero stare in equilibrio e che, in qualche modo, vanno bene entrambe. Ma togliere completamente la forza creatrice a una persona abituata a viverla e a nutrirsene significa privarla di qualcosa di fondamentale. Per alcuni di noi, poi, quella cosa diventa veramente identitaria. Diventa una sorta di prolungamento, di espressione di noi stessi. Quindi sì, significa togliere una grande parte della nostra identità, che poi magari dovrà essere ritrovata da qualche altra parte.
C’è una scena che mi ha colpita molto: mentre stanno provando, il padre, invece di preoccuparsi del fatto che sta malissimo, si arrabbia perché non stanno andando a tempo. Noi spettatori, in quel momento, siamo preoccupati per tutt’altro, mentre loro tornano alla musica, a ciò che sono.
Sì, perché credo che Nicola sia stato molto bravo a raccontare anche una forza, un pudore, una resilienza e una determinazione che appartengono alle persone che intraprendono questo viaggio. Noi chiaramente ci impressioniamo tantissimo, perché per noi è qualcosa di quasi impensabile. Abbiamo, per fortuna, un rapporto meno diretto con la morte e con questo genere di drammi, quindi è giusto che ci impressionino in questa maniera. Ma dall’altra parte c’è anche una fierezza nel continuare a essere vivi, nel continuare a essere umani, nel continuare a lottare. Ti aggrappi a quello che hai, perché non puoi semplicemente sprofondare nella disperazione assoluta. Mi è piaciuta molto questa dignità, questo pudore che soprattutto il personaggio del padre si porta dietro.

“Credo che noi viviamo tra la forza creativa e la forza distruttiva di noi stessi”.

A un certo punto Giovanni dice a Greta: “Mi raccomando, non ti affezionare”. Qual è, secondo te, il confine tra empatia e responsabilità? E dove lo colloca Greta?
Credo che Greta scelga un confine letterale. Se ci spostassimo dall’idea del confine come linea immaginaria che divide metaforicamente un territorio da un altro, e quindi alcuni esseri umani da altri, e iniziassimo invece a considerarlo un cum-finis, un luogo dove metaforicamente si va a finire insieme come umanità, credo che questo sarebbe il senso del confine di Greta.
A un certo punto, per lei, quel limite non esiste più. Quella linea si spezza e il confine diventa un luogo dove loro devono andare a finire insieme. Chiaramente, nella vita reale, qualcuno potrebbe considerare la sua una scelta assolutamente sconsiderata, con conseguenze enormi. Il film si chiude in sospeso e dobbiamo immaginare cosa succederà dopo.
Però credo che, anche metaforicamente, per Nicola e quindi per noi fosse importante porre una domanda: cosa succederebbe se decidessimo davvero di essere una cosa sola come umanità? Se riconoscessimo gli altri innanzitutto come esseri umani? Se il confine fosse un luogo dove andiamo a finire insieme e non un luogo dove ci ammazziamo, ci sterminiamo, facciamo guerre e ci distruggiamo a vicenda? Credo che, in questo senso, anche la scelta di Greta sia molto metaforica.

“Cosa succederebbe se decidessimo davvero di essere una cosa sola come umanità? Se riconoscessimo gli altri innanzitutto come esseri umani?”


C’è un momento in cui Greta dice: “Non mi sono mai sentita così impotente in tutta la mia vita”. È un film delicato, fatto anche di silenzi, eppure riesce a far sentire una rabbia enorme. Greta, per me, rappresenta quasi qualcosa che prova a muoversi nella direzione opposta. Mentre giravi il film, hai sentito anche tu quella stessa impotenza?
Ti posso raccontare un dietro le quinte proprio di quella scena. Era un confronto tra Greta e l’altro medico, e a un certo punto lei dice: “Non mi sono mai sentita così impotente in tutta la mia vita. Metto dei cerotti su delle ferite aperte e distribuisco barrette energetiche”. È l’unico contributo che può dare a persone che sono in bilico tra la vita e la morte e stanno semplicemente cercando di vivere.
A un certo punto quel senso di impotenza ha iniziato a vivere anche dentro di me. Tanto che la scena si chiude con un pianto che non era scritto in sceneggiatura. È successo qualcosa dentro di me, quasi una specie di rigurgito. Ho sentito quella cosa profondamente. Non che non la sentissi prima del film, però poterla dire ad alta voce… Questa è anche una delle cose che amo del mio lavoro: potermi concedere di vivere davvero certe cose, di dirle ad alta voce.
Nicola ha deciso di tenere la scena così, di non fermarla, di lasciare che io vivessi quello che stavo vivendo in quel momento. È stata una giornata — anzi, una nottata — importante per me. Abbiamo girato quella scena soltanto tre volte. È un piano sequenza, senza tagli né stacchi, e credo che questa sia una delle grandi forze del film: lascia vivere le persone, lascia che esprimano ciò che stanno vivendo in quel preciso momento.
È un atto di vita irripetibile e, proprio per questo, unico.


Nicola ha raccontato che, quando hai visto il film finito, ti sei quasi dimenticata di guardare te stessa e ti sei semplicemente goduta il film. Per un’attrice, che conosce ogni movimento, ogni battuta e ogni scelta, quanto è raro riuscire davvero a dimenticarsi di sé?
Molto, molto raro. In questo caso credo di aver fatto un lavoro a monte, già mentre ero sul set. Io non sono un medico, non vado ad aiutare persone migranti al confine, e provo un enorme rispetto e un’ammirazione a dir poco sconfinata per le persone che lo fanno. Quello che sentivo di poter fare, come Matilda e come attrice, era cercare di essere sempre al servizio di quello che stava accadendo sul set: degli altri attori, del regista, della troupe. Ho fatto un lavoro di eliminazione del mio ego. L’ho preso e l’ho buttato nel cestino, nella spazzatura. E ho vissuto un mese così, perché secondo me era l’unico modo che potesse vagamente portare rispetto a ciò che stavo mettendo in scena e interpretando.
Credo che quel processo, iniziato mesi prima, avesse lavorato bene dentro di me. Quando sono andata a vedere il film ho continuato ad avere lo stesso atteggiamento: io non sono importante. Non è importante come sono, come appaio, se sono brava o non sono brava, se sono bella o brutta, se ho i capelli a posto oppure no. Non me ne frega un cazzo di questa roba qua, perché sono al servizio di qualcos’altro, di qualcosa di più importante. Probabilmente sono riuscita a portarmi dietro questa cosa anche quando ho visto il film. Per me è stato enormemente liberatorio. Non sempre, purtroppo, si può applicare lo stesso processo, perché ci sono personaggi ai quali mi approccio in maniera diversa. Ma in questo caso credo sia stato tutto parte di un unico flusso, dalla preparazione al set fino a quello che è successo dopo.

“Ho fatto un lavoro di eliminazione del mio ego. L’ho preso e l’ho buttato nel cestino, nella spazzatura. E ho vissuto un mese così, perché secondo me era l’unico modo che potesse vagamente portare rispetto a ciò che stavo mettendo in scena e interpretando”.

In questo progetto sei anche produttrice. Non hai avuto soltanto la responsabilità di un personaggio, quindi, ma anche quella di proteggere il film. Essere produttrice ti ha fatto guardare al progetto in maniera diversa rispetto a come lo avresti vissuto soltanto come attrice?
Sì, anche se in maniera molto semplice. Mi sono resa conto che avevo voglia di proteggere qualcosa. Da un lato, egoisticamente, questo ha fatto bene anche al mio lavoro di attrice. C’era sempre un senso di protezione che volevo portare all’interno del progetto.
Mi sono anche chiesta spesso quando avrei fatto quel passo in più che sentivo organico rispetto alla mia carriera e al modo in cui mi sono evoluta in questi tredici anni di lavoro. Ho pensato che questo fosse il film giusto con cui cominciare, perché mi sembrava qualcosa di estremamente naturale, non forzato.
Sicuramente mi ha dato un coinvolgimento diverso e un senso ancora più grande di protezione nei confronti del progetto. È stato molto bello poter fare questa esperienza per la prima volta proprio con questo film.

“C’era sempre un senso di protezione che volevo portare all’interno del progetto”.

Greta, oltre a essere la dottoressa della storia, mi sembra quasi rappresentare tutti noi, o almeno la posizione nella quale potremmo ritrovarci noi spettatori. Qual è stata la domanda più grande che ti sei posta mentre la interpretavi?
“Cosa avrei fatto io al suo posto?”. Me lo sono chiesta continuamente. Che scelta avrei fatto? Che essere umano avrei voluto essere alla fine della storia? La risposta, per me, rimane ancora molto sospesa. Adesso mi viene quasi automatico dire che avrei fatto quello che ha fatto lei, perché in qualche modo sono entrata dentro di lei. Però è stata probabilmente la domanda che mi ha accompagnata di più durante tutto il film. Ho coltivato quel dubbio perché credo sia lo stesso conflitto che Greta porta dentro di sé e che, alla fine, decide di trasformare in azione. Quel senso di impotenza diventa, in qualche modo, un senso di potenza. È qualcosa di non detto, di non fatto, ma in potenza. E alla fine lei agisce, prende quella decisione. Per me è stato molto bello attraversare questo percorso.
Dal momento che “Balcanica” parla anche della perdita e della ricerca di una casa, voglio chiudere chiedendoti: che cos’è, per te, casa?
In questo caso citerò una delle mie poetesse preferite, Chandra Livia Candiani, che conclude una sua poesia dicendo: “Casa è dove si può dormire”. E secondo me questa è la verità. Casa è dove si può dormire.



“Quel senso di impotenza diventa, in qualche modo, un senso di potenza. È qualcosa di non detto, di non fatto, ma in potenza”.


What do you think?