L’amore fa paura. Fa paura darlo, fa paura riceverlo e, soprattutto, non riceverlo, fa paura scoprire che dentro di noi c’è molto più caos di quanto vorremmo ammettere. È di questo che parla “Love Me, Love Me”, disponibile su Prime Video, e forse è per questo motivo che il romanzo da cui è tratto ha conquistato milioni di lettori su Wattpad prima ancora di diventare un film.
Luca Melucci, la nostra cover di maggio, è Will: il ragazzo che sembra avere tutto sotto controllo, che sa sempre cosa dire e come comportarsi, ma che sotto la superficie nasconde insicurezze, fragilità e un bisogno profondo di sentirsi vivo. Un personaggio tutt’altro che semplice e tutt’altro che perfetto.
Abbiamo incontrato Luca per scoprire com’è stato dargli voce, cosa c’è di suo in quel personaggio, e perché crede che valga la pena amare anche quando quell’amore non viene ricambiato.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Il mio primo ricordo legato al cinema è mia madre che andava a prendere i rialzi per bambini, per farmi sedere in sala, quelle specie di cuscini o supporti che servivano ai più piccoli per vedere meglio lo schermo. Mi diceva sempre: “Prendiamone due, sennò non ci vedi”. È un ricordo tenerissimo.
Quindi ti portavano al cinema da piccolissimo.
Sì, assolutamente. Ho visto praticamente tutti i cartoni Disney al cinema. Era una tradizione: ogni martedì andavamo al cinema io, mia madre e il suo compagno. Era stupendo.


Ti ricordi il primo film che hai visto?
Mi ricordo “La città incantata”, anche se a un certo punto sono uscito dalla sala perché avevo paura di alcune scene. Però ricordo benissimo anche tutti gli Harry Potter visti al cinema.

La tua carriera, però, inizia nella moda. Hai sfilato per Armani e lavorato in campagne internazionali. Come sei passato alla recitazione? Quando hai capito che poteva essere la tua strada?
Sì, ho iniziato con la moda. Mi ero trasferito a Milano e lavoravo come modello. Mi affascinava molto quel mondo, perché comunque era una forma d’arte, un modo di esprimersi. Stare davanti alla macchina da presa era qualcosa di molto interessante. A un certo punto il mio agente mi disse: “Secondo me dovresti provare anche con il cinema”. Io, sinceramente, non ci avevo mai pensato, anche se il cinema aveva sempre fatto parte della mia vita. Alla fine, ho detto: “Ma sì, proviamoci”. Feci un provino senza aver mai studiato recitazione, e poco dopo mi ritrovai sul set di “Skam Italia”. Era passato appena un mese da quando ero entrato in agenzia! Quell’esperienza mi ha fatto capire che c’era qualcosa che andava oltre l’immagine. Sul set partecipi a qualcosa di più grande, qualcosa di collettivo ma anche profondamente personale. Me ne sono innamorato completamente.


“Sul set partecipi a qualcosa di più grande, qualcosa di collettivo ma anche profondamente personale.”


Hai iniziato con un progetto enorme. “Skam” è stato un vero battesimo di fuoco.
Sì, e sono stato molto fortunato, anche dal punto di vista umano. Gli altri ragazzi sul set erano tutti molto aperti e disponibili. Io avevo pochissima esperienza, ma mi hanno accolto benissimo. È una cosa che mi porto dietro ancora oggi anche con “Love Me, Love Me”: il clima umano fa davvero la differenza. Credo che loro mi abbiano ispirato tanto. Se fosse stata un’esperienza negativa, magari sarebbe stato diverso.


Come hai scoperto “Love Me, Love Me”? E qual è stata la tua prima impressione quando hai ottenuto il ruolo?
La cosa incredibile è che inizialmente il progetto aveva un altro titolo, quindi non sapevo che fosse “Love Me, Love Me”. Però il mio agente mi aveva detto subito: “Questo è un progetto internazionale molto importante”. Abbiamo preparato il self-tape e, a un certo punto, ci hanno rivelato il vero titolo. Così ho scoperto il mondo di Wattpad, che sinceramente non conoscevo affatto. Mi ha colpito tantissimo vedere quanto questi libri siano seguiti e amati. È una cosa affascinante ma anche spaventosa, perché quando fai un adattamento cinematografico sai che ci saranno sempre aspettative enormi. Però Will, tra tutti i personaggi, era quello che mi aveva colpito di più. È il più complesso, quello con più sfumature emotive.
Quando ho scoperto di aver ottenuto il ruolo ho pianto dalla gioia. Far parte di un progetto internazionale è qualcosa che ti cambia completamente.



Will viene descritto quasi come il ragazzo perfetto. Come hai evitato di renderlo uno stereotipo?
La cosa interessante è che Will sembra perfetto solo in superficie. È educato, sa comportarsi bene, soprattutto in contrasto con James, che invece è il bad boy. Però leggendo il libro capisci che in lui c’è qualcosa che non va. Ha tante insicurezze, un lato possessivo, delle fragilità molto forti. Ed è proprio questo che lo rende umano. Spesso le apparenze ingannano. Il personaggio che sembra perfetto, forse, è quello più fragile di tutti.


“Il personaggio che sembra perfetto, forse, è quello più fragile di tutti.”

Com’è stato costruire la chimica con Pepe Barroso Silva, visto che i vostri personaggi sono amici ma anche rivali?
Con Pepe è stato tutto molto naturale. Siamo stati fortunatissimi: sul set si è creato un rapporto bellissimo tra tutti, dal cast alla regia fino alla produzione. Con Pepe, poi, abbiamo tante cose in comune. Ci siamo conosciuti durante gli allenamenti con gli stuntman per preparare il combattimento finale. Entrambi veniamo dallo sport, tutti e due abbiamo giocato a calcio, quindi avevamo già quello spirito di squadra. è una persona splendida, davvero impossibile non andarci d’accordo. Oggi siamo molto amici: giochiamo spesso a padel, ci alleniamo insieme, ci sproniamo continuamente.


Pensi che ci sia qualcosa di te in Will?
Sì, credo di sì. Anzi, penso che Will sia il personaggio in cui sia più facile riconoscersi. È insicuro, molto premuroso, sente tutto all’ennesima potenza. Quando preparo un personaggio cerco sempre i punti in comune con me stesso. Una volta trovati, provo a capire come amplificarli. La cosa che mi affascina di più di Will è il suo bisogno di sentirsi vivo. Anche nei momenti peggiori, perfino nelle situazioni pericolose, lui si sente vivo. Questa cosa mi ha colpito tantissimo. A volte anche nei momenti difficili mi fermo e penso: “Ok, sto male, però sono vivo”. E credo sia importante ricordarselo.
Com’è stato girare un film internazionale in inglese? Ti ha cambiato come attore?
Sì, tantissimo. Era la prima volta che recitavo davvero in inglese e ho avuto una language coach che mi ha aiutato molto. L’inglese mi affascina perché è una lingua molto più onomatopeica. In italiano spesso è la voce a seguire l’espressione; in inglese, invece, sembra quasi il contrario: basta cambiare leggermente il suono di una parola per modificarne completamente il significato emotivo.
Con l’italiano mi sento completamente libero, mentre in inglese nel primo film sentivo di avere ancora dei limiti. Per questo continuo a studiare: il mio obiettivo è arrivare a sentirmi libero anche lì, soprattutto lavorando con un regista come Roger Kumble, che lascia tantissimo spazio creativo.



C’è stata una scena improvvisata di cui vai particolarmente fiero?
Sì. Un giorno Roger mi chiamò nel mio giorno libero e mi disse: “Ho avuto un’idea, riesci a venire sul set?”. Era la scena del sogno con June e James. A un certo punto Roger propose di farmi comparire improvvisamente in mezzo a loro mentre si baciano, dicendo: “June, what are you doing?”. Quella scena non era prevista fino all’ultimo secondo ed è nata completamente sul momento. Alla premiere il pubblico ha reagito in maniera molto divertente: appena sono comparso in mezzo a loro è esplosa la sala.
Quanto conta per te avere una vita fuori dal set?
È fondamentale. Credo che per fare questo lavoro si debba vivere davvero. Tutto quello che incontri fuori dal set può diventare ispirazione. Io faccio molto sport, suono, cerco sempre di osservare le persone. A volte basta vedere qualcuno per strada per immaginare immediatamente un personaggio. Mi capita perfino di ascoltare il modo in cui le persone fanno una pausa mentre parlano e pensare: “Questa cosa potrebbe essere interessante in scena”. Alla fine, il nostro lavoro è proprio questo: trasformare la vita reale in qualcosa da raccontare.

“Alla fine, il nostro lavoro è proprio questo: trasformare la vita reale in qualcosa da raccontare.”

Hai un metodo preciso per preparare i personaggi?
Dipende. Se il personaggio esiste già in un libro, come Will, parto dalla conoscenza assoluta: voglio sapere tutto di lui, anche come viene percepito dai lettori. Cerco di capire quali emozioni prova e in quali momenti della mia vita ho vissuto qualcosa di simile. Se invece il personaggio è originale e non tratto da un libro, allora mi lascio più libertà e provo a costruirlo quasi da zero.
Puoi anticiparci qualcosa su “Love Me, Love Me 2”?
Posso dire che ci sarà un viaggio e che i personaggi si sposteranno da Milano. Non sarà il Messico come nel libro, però ci sarà una nuova ambientazione. Per Will sarà un percorso emotivamente molto complicato. Dovrà imparare a convivere con certe emozioni senza lasciarsi travolgere. E poi arriveranno nuovi personaggi. I fan stanno già cercando di capire chi interpreterà chi: basta pubblicare un video e partono subito le teorie.


C’è un genere che vorresti esplorare in futuro?
Sicuramente thriller e horror psicologico. Mi piacerebbe molto interpretare anche un antagonista, perché spesso i cattivi hanno sfumature incredibili. Però mi piacerebbe fare un po’ di tutto. Voglio sperimentare.
In un post hai scritto: “Spero che tutti possano amare anche quando quell’amore non viene ricambiato”. Pensi che sia questo il messaggio principale di “Love Me, Love Me”?
Sì. Secondo me è bello amare anche quando non si è ricambiati, perché significa che stai vivendo qualcosa di vero. A volte bisogna imparare ad amare anche la versione di sé stessi che prova quell’amore. Fermarsi e dire: “Ok, sto soffrendo, però guarda quanto sono vivo in questo momento”. Alla fine, l’amore è anche questo: crescita personale. È imparare a conoscere sé stessi attraverso ciò che si prova per qualcun altro.

“Alla fine, l’amore è anche questo: crescita personale. È imparare a conoscere sé stessi attraverso ciò che si prova per qualcun altro.”

Qual è stato il tuo più grande atto di ribellione?
Probabilmente lasciare l’università. Avevo studiato ingegneria e mi ero anche laureato alla triennale. Dovevo continuare con la magistrale, era il percorso “giusto”, quello che tutti si aspettavano. Però a un certo punto ho capito che non volevo passare la mia vita a fare qualcosa solo perché sembrava la scelta più sicura. Ho pensato: “Non posso sprecare tempo facendo qualcosa che non sento davvero mia”. Oggi mi sento fortunato perché mi sveglio la mattina felice di quello che faccio. E credo che avere la possibilità di scegliere cosa fare sia la cosa più importante, è impagabile. Stavo facendo l’esame di Economia Aziendale quando è arrivato questo ragazzo, mi ha dato un biglietto e mi ha fatto conoscere quella che poi sarebbe diventata la mia prima agente di moda, che mi avrebbe portato a scoprire questo mondo, che alla fine è il mondo nel quale voglio stare il più a lungo possibile. E quindi ho lasciato tutto. I miei genitori mi hanno sempre supportato tantissimo in ogni cosa, quindi li amo. Ho tentato con Milano ed è andata bene: mi sono trasferito lì per due anni, poi le cose sono andate come sono andate e sono tornato qui a casa.
A Roma, giusto?
Sì, esatto. E infatti anche il fatto che il film sia stato girato a Milano ha avuto il suo effetto. Milano fa parte della mia vita.


Qual è la tua paura più grande?
La mia paura più grande è arrivare a dire: “Ok, basta, ho fatto tutto quello che volevo fare.” Spero di non arrivare mai a quel punto, e so che non sarà così, ma l’idea di non avere un obiettivo, non avere un sogno, è quella che mi spaventa di più. Quando parlo con ragazzi giovani e li sento dire “io sono fatto così, faccio questo, faccio quell’altro” senza nessuna aspirazione, senza inseguire qualcosa di più grande, accontentandosi di quello che c’è… mi spaventa davvero.

“l’idea di non avere un obiettivo, non avere un sogno, è quella che mi spaventa di più”

Un epic fail sul set? Hai qualche storia divertente da raccontare?
Allora, me ne viene in mente una freschissima, tra le più incredibili. Riguarda una scena di “Love Me Love Me” che purtroppo non è stata poi montata. Nel momento dell’incidente, quando i personaggi si ritrovano nella macchina, io arrivo con la moto, mi tolgo il casco, scendo dalla collina e salvo James.
Il problema è che io non avevo la patente della moto. Per fortuna i ragazzi della troupe sono stati formidabili, anche durante le prove con la moto mi stavano vicini, mi correvano accanto per paura che non ce la facessi o che cadessi. Quando dobbiamo girare, arriviamo sul posto e io mi aspettavo una scena semplice… Invece non vedo la moto dove me l’aspettavo, e la troupe indica in alto: “Luca, la vedi lassù? C’è questa discesa lunghissima. Tu parti da là, raggiungi almeno i 70 km/h durante tutta la discesa sulla curva, poi passi tra il tombino e il palo, e ti fermi a circa un metro dal marciapiede.”

Ma è un percorso a ostacoli, non una scena!
Esatto! Loro mi fanno: “Sì, ci serve per l’inquadratura – mi raccomando, non un metro prima, non un metro dopo.” Allora io mi metto in sella, parto, vado giù, nella mia testa ero Valentino Rossi, stavo andando a una velocità disumana. Mi fermo, scendo dalla moto, butto il casco a terra, inizio a scendere lungo la collina – che tra l’altro era anche un po’ bagnata per la pioggia – e cado. Mi rialzo, arrivo alla macchina. Cut. Vado dal regista e dico, “Allora, com’è andata la discesa in moto?” e lui, “Eh Luca, guarda, sei andato un po’ pianino… Però la discesa dalla collina – bravissimo! Quella caduta, come l’hai fatta? La puoi rifare?”.
Quindi pensava fosse voluta!
Esatto, io ero sbalordito! [ride]

Cambiando argomento: qual è il panorama che vorresti vedere fuori dalla tua finestra, per sempre?
Questo panorama per me cambia spesso. In questo momento, non so bene perché, forse perché rappresenta in modo metaforico dove mi piacerebbe arrivare, mi piacerebbe essere in un grattacielo altissimo a New York, affacciato su Central Park. Vedere dall’alto tutta quella vita caotica che scorre là sotto, mentre nella mia casa, dalla mia finestra, c’è tranquillità. E pensare: “Quando scendo? Quando mi ci butto?”. Con la neve che cade su Central Park…
Un film di Woody Allen.
Esatto. Bellissimo.
Quindi ti piacerebbe viverci a New York?
Mi piacerebbe viverci, sì. È una cosa che mi ha trasmesso anche mia madre, che è innamoratissima di New York. Anche se ci siamo stati insieme solo una volta, io sono poi tornato in America da solo e sempre portandomi dietro i suoi occhi, quell’amore per questa città stupenda.


Cosa ti fa sentire al sicuro, e cosa ti fa sentire sicuro di te?
Cosa mi fa sentire al sicuro? Le persone che ho scelto di avere vicino a me. A partire da mia madre, il mio agente con cui ho un rapporto straordinario e i miei amici più stretti, che sono davvero pochi. Sono loro il mio posto sicuro. Siamo fatti per stare in relazione con gli altri: senza, la vita sarebbe molto grigia e solitaria. C’è sempre bisogno di poter condividere qualcosa con qualcuno e il posto più sicuro è quello in cui ti senti libero di farlo.
E invece cosa mi fa sentire sicuro di me? Aver fatto i compiti. Quando andavo a scuola ero tranquillo perché i compiti li avevo fatti sempre. E lo stesso vale sul set: ricordo il primo giorno su “Love Me Love Me”: eravamo a Milano, set internazionale, doppie camere, luci enormi ovunque. Il me di qualche anno prima, quello che prima delle partite di calcio era in preda all’ansia, sarebbe andato in tilt. Invece ero tranquillo, perché avevo studiato, avevo ripetuto quella battuta duecentocinquantamila volte. Avevo fatto i compiti, e quindi ero sereno.
Cosa significa per te sentirti a proprio agio nella tua pelle?
Per me significa non avere nulla da nascondere. Stare con chiunque, essere me stesso con tutte le persone con cui mi rapporto. Mi sento bene nella mia pelle quando riesco a essere autentico in ogni contesto. Quando invece sto facendo qualcosa che sento sbagliato – sbagliato soprattutto secondo i miei valori – allora non mi sento in accordo con me stesso, e non riesco a essere completamente me stesso con gli altri. C’è qualcosa che non torna, qualcosa che non devo dire o che semplicemente non è giusto per me.

“C’è sempre bisogno di poter condividere qualcosa con qualcuno e il posto più sicuro è quello in cui ti senti libero di farlo.”

Ultima domanda: qual è la tua isola felice?
La mia isola felice, in generale, è la libertà. Se dovessi rappresentarla fisicamente, ti direi: sono al campetto di basket, il sole è splendido ma non fa caldo – fine aprile, diciamo. Mi metto lì a giocare, sento il rumore della palla che rimbalza, sono con me stesso, rifletto, conto quante volte riesco a centrare il canestro. E aspetto che tra qualche minuto arrivi anche qualche amico e facciamo qualche tiro insieme.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Styling by Alex Sinato.
Grooming by Sveva Del Campo.
Thanks to Valentina Palumbo.
LOOK 1
Jumper: Sandro Paris
Trousers: Golden Goose
Shoes: Premiata
LOOK 2
Total look: Paul Smith
Shoes: Premiata
LOOK 3
Jumper: Pence
Shirt: Sandro Paris
Trousers: Golden Goose
Shoes: Premiata


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