C’è un momento, nelle storie che parlano di mafia, in cui tutto rischia di diventare rumore: i nomi, i titoli, le cronache, l’eco mediatica. Poi arriva un progetto come la miniserie Rai “L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro” e sceglie un’altra direzione. Non il volto del mostro, ma quello di chi ha lavorato nell’ombra. Non l’apologia del male, ma la fatica silenziosa del bene.
È dentro questa scelta che si muove Noemi Brando, interprete di una pilota d’auto, agente del ROS dei Carabinieri: una donna atipica, energica, competente, libera dalle etichette rassicuranti che troppo spesso incorniciano i personaggi femminili. Durante la nostra chiacchierata, Noemi ripercorre il suo amore per le eroine imperfette, il lavoro fisico e istintivo sul personaggio, ma soprattutto il senso di responsabilità condiviso sul set. Ne emerge il ritratto di un’attrice che vive il mestiere come immersione totale – corpo ed emozioni intrecciati – e che oggi, tra scrittura e recitazione, sembra attraversare un momento di consapevolezza nuova.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Tutto è cominciato quando, a diciassette anni, ho fatto un provino con Michael Mann. Non avevo mai studiato recitazione, mi sono buttata convinta che non mi avrebbe mai richiamata.
Invece mi sono ritrovata a fare quattro casting con lui, in presenza, con la macchina a mano addosso.
È stato lì che ho visto per la prima volta la magia del cinema. Ed è stato lì che ho capito, senza più dubbi: sì, voglio fare questo lavoro.

Un battesimo di fuoco!
Sì, direi di sì. Non sapevo letteralmente niente. In scena c’era una bottiglia di vino e io ho bevuto davvero.
Per me era normale: c’è il vino, si beve. Loro mi guardano scioccati. Io non avevo capito che fosse solo di scena. Così ho imparato subito una regola del set: il vino è succo di melograno.


Bei tempi! [ride] Invece parlando de “L’invisibile”, qual è stata la prima cosa che ti ha colpito del tuo personaggio?
Sicuramente, il nome del personaggio, appunto Nikita – sono sempre stata fan di Luc Besson. Quello che mi è piaciuto era che si trattava di una donna atipica. Una donna molto energica, forte, una donna che lavorava, che amava anche essere riconosciuta per quello che stava facendo, per il suo lavoro. Quando ho visto dalla sceneggiatura che era una grande pilota, ho detto, “Va bene, perfetto, a me piacciono i motori”. Ero entusiasta all’idea di ribaltare l’idea di donna fragile che abbiamo radicata. Nonostante le mille crepe che ci sono in questo personaggio…


Come ti sei preparata per entrare in una storia così carica di tensione, di dolore, di silenzio?
Quando si raccontano storie così vere bisogna trattare con rispetto e dignità le storie e i personaggi realmente esistiti. In realtà, di questo personaggio, il mio, non c’era nessuna testimonianza: è realmente esistita, ma non ho trovato foto di lei, non ho trovato interviste. Nonostante alcuni podcast parlassero della squadra maschile, lei non è mai davvero stata raccontata. Quindi, io mi sono documentata in altro modo: studiando personaggi femminili complessi, con una personalità forte. Preparandomi al personaggio ho riguardato “Nikita” di Luc Besson, ho imparato a sparare, sono andata al poligono, ho cercato di fare delle cose pratiche. Mi ricordo che il primo giorno siamo arrivati sul set e il regista mi ha sgridata perché non sapevo buttare giù una porta, entrare e sparare. Giustamente. Quindi poi la volta dopo sono arrivata preparata.

“Quando si raccontano storie così vere bisogna trattare con rispetto e dignità le storie e i personaggi realmente esistiti.”

Raccontare la cattura di Matteo Messina Denaro significa entrare in una memoria collettiva che è ancora una ferita aperta. Che responsabilità senti come attrice in un progetto che arriva nelle case degli italiani?
Questa è la forza della narrativa: raccontare storie che arrivano facilmente nelle case di tutti. Anch’io ovviamente conoscevo la storia, sapevo tutto, però attraverso un telegiornale la notizia ti arriva fredda, distaccata, fugace. Invece raccontare una storia tramite un film o una serie tv è diverso. Penso sia apprezzabile raccontare la parte di chi sta nell’ombra, senza fare l’apologia del male. Ne “L’invisibile” si raccontano le persone che veramente stavano nascoste, con un grande rispetto.


Secondo te qual è il rischio maggiore quando si racconta la mafia in un prodotto di finzione? E in che modo “L’invisibile” riesce a evitare i cliché?
Sai, so che inizialmente volevano girare la serie in un’altra città della Sicilia. Quando sono andati a fare i sopralluoghi, gli hanno fatto capire che lì non potevano girare, anche in maniera molto scortese. Quindi c’era anche un rischio concreto che avremmo potuto correre, considerato che la serie racconta di un boss mafioso che era parte costituente della Sicilia e delle vite dei siciliani. Credo che il bello di questo prodotto sia proprio il fatto che racconta rischiando, per far vedere i fatti da un’altra prospettiva.


C’è qualcosa del tuo personaggio che senti particolarmente vicino a te, a parte la passione per i motori?
Sicuramente Nikita, come dicevo prima, è una donna forte. Mi piaceva l’idea che non avesse legami affettivi tradizionali: per la prima volta si associava una donna a una missione, a una sfida, al lavoro, e non all’essere “la fidanzata di”, “la figlia di”, “la sorella di”. Come lei, credo di essere anche io una donna forte, solida. E la forza implica complessità, che è una cosa bella.


“La forza implica complessità, che è una cosa bella”

Hai interpretato questo personaggio in modo più razionale, studiato, oppure sei andata d’istinto?
Sono andata più d’istinto, perché ho visto che avevo per fortuna cose in comune con lei. Ho sentito che in fondo io sono come lei: un femminile complesso. È stato abbastanza semplice scivolarci dentro.


Sul set che atmosfera si respirava, sapendo di raccontare una pagina delicata della storia italiana?
A volte i set sono molto divertenti, anche quando si racconta una storia tragica, paradossalmente. Noi tutti abbiamo fatto gruppo, ci siamo legati molto. Lino [Guanciale] era molto preoccupato, ricordo, sentiva giustamente una grande responsabilità su di sé e voleva restare nella verità, raccontare tutto al meglio. Di conseguenza, anche noi sentivamo una grande responsabilità, quella di essere coerenti. Ogni tanto magari veniva voglia di strafare, poi però ci dicevamo: stiamo raccontando una cosa vera, è importante che siamo accurati. Insomma, c’era un senso di responsabilità condiviso.

“anche noi sentivamo una grande responsabilità, quella di essere coerenti.”

Questo progetto ha cambiato il tuo modo di guardare l’Italia di oggi?
Sì. È interessante raccontare l’apologia del bene e non del male. Credo si possa fare sempre meglio, far capire che vale la pena raccontare le persone che lavorano, che rischiano la vita per quello che fanno. È stato rischioso, perché poteva risultare meno interessante per un pubblico rispetto a raccontare direttamente la vita di Messina Denaro. Ma direi che abbiamo ottenuto un ottimo risultato, invece.


In generale come costruisci i personaggi? Parti dal corpo o dalle emozioni?
Sono un’attrice poco tecnica, anche perché purtroppo ho studiato poco. Avrei voluto frequentare il Centro Sperimentale, ma mi sono svegliata tardi, quindi ho fatto tutto in fretta. Credo di partire di solito più dal fisico quando preparo un personaggio. Poi, ovviamente, arrivano le emozioni, ma in maniera naturale, non costruita. È importante, comunque, imparare a gestire la combo corpo + emozioni: quando finisce la giornata di riprese, devi essere capace di tornare in te. Per me questa linea è ancora indefinita: a volte torno a casa e mi sento ancora dentro la scena.


“È importante, comunque, imparare a gestire la combo corpo + emozioni: quando finisce la giornata di riprese, devi essere capace di tornare in te.”

È davvero possibile non pensarci più?
È difficile. Ma spero sia possibile, altrimenti è un casino [ride].

Hai dei rituali per entrare o uscire dal personaggio?
Uscire, appunto, per me è più difficile, ho bisogno di tempo. Per entrare mi piace stare sola. Sul set c’è sempre tanta gente, ma io cerco sempre di isolarmi prima delle riprese. La solitudine per me è fondamentale per immergermi nel personaggio.


Che momento stai vivendo artisticamente e umanamente?
È un bel periodo. Oltre alla recitazione ho scoperto che mi piace moltissimo scrivere. Ho iniziato a farlo, ho scritto una sceneggiatura. È stata una cosa molto istintiva. Anche perché non so se vorrò fare l’attrice per sempre. Scrivere mi affascina tantissimo, sebbene sia un lavoro tosto.


Cosa ti emoziona profondamente, anche fuori dal set?
Sono innamorata dell’amore. Credo che molti attori facciano questo lavoro anche per essere guardati, per farsi amare. Mi emoziona, poi, quando una persona ti ascolta davvero; mi emoziona essere guardata veramente.


Che tipo di storie ti piace guardare da spettatrice?
Mi piacciono le storie complesse, con personaggi ben definiti. Mi piace il cinema elevato. Però, adoro anche gli horror. Vado da un estremo all’altro! Qualche giorno fa ho visto per la prima volta “Psycho”, per esempio, stupendo.


Qual è l’ultima cosa che hai scoperto su te stessa grazie al lavoro?
Che sono una persona generosa. Temevo che, essendo molto solitaria, potessi essere egoista. Invece sul set mi hanno detto che sono molto empatica, che riesco a entrare in connessione con gli altri. Credo di aver scoperto di essere una persona buona.

“Credo di aver scoperto di essere una persona buona.”

Il tuo più grande atto di ribellione?
Cercare la mia strada. Lasciare Venezia, la mia famiglia, e andare a fare quello che desideravo. Ho visto tante persone perdere entusiasmo quando capiscono quanto è difficile cambiare vita.



La tua più grande paura?
Essere abbandonata dalle persone che amo.



Cosa ti fa sentire al sicuro?
Essere circondata da persone che ci tengono davvero a me. Ho selezionato molto questo aspetto, ed è fondamentale per tornare alla propria natura.


E cosa ti fa sentire sicura di te?
Non essere costruita. A vent’anni vuoi dimostrare qualcosa e perdi la verità.
Ricordo che la mia prima coach di recitazione mi disse: devi tornare verso te stessa. Credo che la sicurezza venga da lì, dal tornare alla mia natura più ribelle e meno rassicurante.

“Devi tornare verso te stessa”

Cosa significa sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
Significa essere connessa con la propria natura, non voler vivere nel “rassicurante” a tutti i costi, ma essere sempre autentica.
Qual è la tua isola felice?
Stare a casa con il “Club”. È un gruppo di amici a cui sono profondamente legata. Gli amici per me sono fondamentali. E quando dico amici, intendo anche le persone che si amano come partner. Non separo mai amore e amicizia, per me sono la stessa cosa.
Nella vita bisogna aggiungere, non togliere.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Hair & Make-up by Stefania Pellizzaro.
Styling by Giuseppe Buccinnà e Dondup.
Agency: Moviement.


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