Esistono storie che non chiedono solo di essere interpretate, ma di essere vissute con una consapevolezza diversa. È il caso di “La Preside”, la serie tv di Rai1 che affonda le sue radici nella cronaca e nella speranza di una Napoli che non si arrende. Claudia Tranchese veste i panni di Carla, una professoressa di matematica che, ispirata da figure reali, trasforma la scuola in un luogo di riscatto e scoperta. Durante una chiacchierata piacevole, Claudia mi ha raccontato il fascino immediato del progetto, il lavoro dietro la costruzione del personaggio e la connessione personale con le dinamiche scolastiche, esplorando allo stesso tempo la propria crescita artistica e umana. Tra ricordi d’infanzia, riflessioni sul ruolo dell’insegnante e l’importanza della scuola come palestra di vita, emerge una voce autentica e appassionata, capace di osservare il mondo con curiosità e rispetto per i propri desideri.
Qual è il tuo primo ricordo legato al cinema?
Io da piccolina con mio padre sul divano a guardare i film di Totò. Mi divertiva moltissimo la comicità di Totò.
Già, quella comicità purtroppo non esiste più!
Invece parlando de “La Preside”: che cosa ti ha attratto subito di questo progetto?
Prima di entrare nel progetto avevo visto su RaiPlay il documentario di Iannone, “I dieci comandamenti”. Raccontava molto bene quella realtà, è un documentario che mi aveva emozionata moltissimo. Forse, in parte, perché sentivo un richiamo personale: anch’io vengo da un paese di periferia, e conosco molto bene quelle storie, quindi temi come il riscatto e la rinascita risuonavano in me in maniera molto forte. Poi, mi aveva affascinato tantissimo l’idea di una presenza così ambiziosa e rivoluzionaria, la preside Eugenia Carfora, una donna che aveva voglia di cambiare qualcosa che sembrava impossibile da cambiare, qualcosa di talmente difficile da far sembrare “pazzo” chi ci prova. Perché spesso consideri qualcuno pazzo quando pensi che la realtà non possa mai coincidere con la sua visione della realtà. In quel caso, invece, lei è stata così brava e tenace da riuscire a trasformare la realtà che aveva davanti nella realtà che desiderava. Un desiderio che era chiaramente orientato al bene comune.
Puoi immaginare quindi cosa abbia provato quando mi è arrivato il copione: il personaggio era ispirato a una delle primissime professoresse raccontate nel documentario, una professoressa di matematica che diventa subito il braccio destro della Preside una volta entrata nella scuola. È una donna cresciuta in quel quartiere, che conosce molto bene le difficoltà di quella realtà e che ha deciso di non andare via, a differenza di molti altri insegnanti che lavoravano in quell’istituto. Mi emozionava moltissimo l’idea di raccontare qualcuno che non ha mollato, che si è rimboccato le maniche, che ha avuto la fortuna di incontrare una persona come la Preside e che ha abbracciato una battaglia trasformandola in un viaggio molto ricco e vincente.


Come hai vissuto la preparazione per interpretare questa professoressa di matematica?
Nel lavoro di costruzione del personaggio sono stata sicuramente molto avvantaggiata dal fatto che mia madre è un’insegnante di inglese. Quindi conoscevo la realtà scolastica non solo dal punto di vista dello studente, attraverso i miei ricordi, ma anche attraverso l’esperienza diretta di mia madre, che a casa racconta e condivide quello che accade a scuola. Tra l’altro, anche lei insegna in una scuola di periferia di Napoli, quindi conoscevo bene le difficoltà che gli insegnanti si trovano ad affrontare. Quando hai davanti una classe che spesso non riesce nemmeno a vedersi come classe, a godersi la leggerezza e la spensieratezza della propria età. Molto spesso ti trovi davanti dei giovani adulti, ragazzi costretti a crescere troppo presto. In queste condizioni catturare la loro attenzione diventa molto più complicato.
Una cosa che mi piaceva tanto del personaggio, che è ispirato a una professoressa realmente esistita, è proprio il fatto che lei utilizzasse dei mezzi alternativi per incuriosire la classe. Invece di fare una lezione canonica, che sapeva probabilmente non avrebbe funzionato, cercava di insegnare attraverso escamotage più interessanti. Poteva essere il gioco, potevano essere delle curiosità, degli indovinelli. In qualche modo provava a rendere la lezione più dinamica, a far sentire i ragazzi parte integrante del processo. Non solo studenti che ricevono, ma persone che partecipano e danno qualcosa. Attraverso il gioco la lezione diventava più coinvolgente.

Essendo tua madre nell’ambiente, immagino che questo tema ti abbia coinvolta molto anche personalmente.
Sì, assolutamente. La fiction affronta dinamiche scolastiche molto attuali, comuni a tanti paesi di provincia. Il coinvolgimento è stato forte sia a livello professionale che personale. Mia madre era molto emozionata all’idea del mio primo ruolo da professoressa e curiosa di vedere come sarebbe stato raccontato il suo mondo. Devo dire che sentire lei e i suoi colleghi soddisfatti mi ha dato un grande orgoglio. Il loro giudizio per me aveva un peso. In generale siamo stati tutti molto contenti di come sia stata raccontata la scuola, perché credo che uno dei punti di forza della serie sia proprio la capacità degli sceneggiatori di affrontare tanti temi con leggerezza. Si toccano argomenti importanti senza mai appesantire lo spettatore, lasciando spazio alla riflessione ma senza invadere. Tutto è stato trattato con una certa delicatezza. Dalle reazioni ricevute – anche per strada o dai colleghi di mia madre – ho capito che questo era uno degli aspetti più apprezzati: lo spettatore si ritrova a pensare, ma ne esce alleggerito.
Il tema dell’insegnamento per me è sempre stato molto caro. Ho sempre avuto un’idea molto precisa del ruolo dell’insegnante, che va oltre la semplice trasmissione dei contenuti. Mi piace pensare alla scuola come a una palestra in cui non si allenano solo le materie, ma anche le relazioni. Un allenamento per l’empatia, la sensibilità, l’ascolto, tutte capacità che poi ti permettono di muoverti con maggiore consapevolezza nel mondo.


“Mi piace pensare alla scuola come a una palestra in cui non si allenano solo le materie, ma anche le relazioni.”

Certo, i ragazzi passano la maggior parte della loro giornata a scuola, più che a casa, quindi lì imparano anche a diventare esseri umani, non solo ad accumulare nozioni.
Infatti, e attribuire tutto alla famiglia significa deresponsabilizzare istituzioni fondamentali come la scuola. In aula succede qualcosa di molto potente: per la prima volta ti senti parte di un gruppo, impari a stare con gli altri, a farti vedere o a nasconderti, a capire le reazioni altrui. È lì che sviluppi una capacità di ascolto e di relazione che poi ti accompagna fuori.


Parliamo di Carla: cosa senti vicino a te e cosa lontano di lei?
Mi sento molto vicina alla sua attenzione verso l’altro. Carla è un’insegnante che vede chi ha davanti, che capisce quando è il momento di una lezione tradizionale e quando invece è il momento di inventarsi qualcosa di diverso. Questo ascolto dell’altro, questa presenza, la sento molto mia. Cerco sempre di essere attenta al bisogno della persona che ho davanti e con cui condivido lo spazio, in questo mi riconosco molto. Ci sono anche aspetti lontani da me, ed è una fortuna: mi ha permesso di entrare nel personaggio con più libertà.


Come ti approcci alla costruzione di un personaggio?
Quando ricevo una sceneggiatura la leggo più volte, cercando di intercettare il sottotesto. Provo a mettermi empaticamente nei panni del personaggio, mettendo da parte il mio carattere e i miei giudizi. Cerco di capire cosa c’è sotto le battute, quale messaggio più profondo emerge.
Credo che la bellezza dei personaggi stia nella loro umanità e nella loro complessità. Una volta compreso l’arco narrativo, mi chiedo cosa lo spinga a fare certe scelte. In Carla c’è un forte senso di riscatto e un obiettivo molto chiaro, per esempio. Ecco, io cerco di abbassare il più possibile il “volume” delle mie caratteristiche personali e di mettermi al servizio della sua storia. Poi è inevitabile che qualcosa di mio resti: il filtro dell’esperienza è anche ciò che diventa la firma di un attore.


“il filtro dell’esperienza è anche ciò che diventa la firma di un attore.”

C’è stata una sfida che ti ha fatta crescere di più?
Sicuramente “Gomorra”. Anche se avevo già lavorato prima, quello per me è stato un vero esordio. Entrare in una macchina produttiva enorme, con una serie già avviata e personaggi molto forti, è stato complesso. Dovevo trovare il mio spazio e muovermi con sicurezza. Ho avuto la fortuna di avere guide importanti come Claudio Cupellini e Marco D’Amore, che hanno avuto fiducia in me e mi hanno permesso di affrontare anche territori nuovi, come le scene d’azione. Ho imparato a non tirarmi indietro anche quando mi sentivo insicura e ad affidarmi.
Questo lavoro richiede un grande controllo emotivo, ma allo stesso tempo la capacità di lasciarsi andare, di fidarsi di chi ti guida.


Che momento stai vivendo oggi, artisticamente e umanamente?
È un momento di esplorazione. Artisticamente e umanamente stanno andando di pari passo. Sto entrando in contatto con parti di me che prima tenevo più nascoste. Oggi mi sento più libera e più capace di gestire anche le mie fragilità.


Cosa ti emoziona, anche fuori dal set?
Il sacrificio, la dedizione, la costruzione. Mi emoziona chi si rimbocca le maniche e costruisce qualcosa, che sia una relazione, un lavoro o il proprio modo di stare al mondo.



Che tipo di storie ami guardare da spettatrice?
Mi piacciono le storie che raccontano la complessità dell’essere umano. Ho bisogno di trovare una possibilità di reale per empatizzare. Amo uscire dal cinema con tante domande.


Il tuo più grande atto di ribellione?
Abbracciare la mia timidezza senza combatterla.
La tua più grande paura?
Che ciò che sono dentro non corrisponda a ciò che sono fuori.


Cosa ti fa sentire al sicuro? E cosa sicura di te?
La chiarezza nelle comunicazioni mi fa sentire al sicuro.
Mi sento sicura di me quando mi ascolto davvero e so di stare facendo qualcosa che desidero profondamente. Quindi, ancora una volta, quando c’è una corrispondenza tra chi vorrei essere e chi poi riesco ad essere davvero.
L’antidoto della tua paura, la corrispondenza tra quello che hai dentro e la sua manifestazione esterna. Molto bello. Infine, cosa significa per te sentirsi a proprio agio nella propria pelle?
È quando sento che mi sto rispettando. Che sono fedele ai miei desideri.


Qual è la tua isola felice?
La sala cinematografica. Soprattutto quando vado al cinema da sola.

Photos & Video by Johnny Carrano.
Makeup and Hair by Camilla Oldani.
Styling by Ilaria Di Gasparro.
Thanks to Amendola Comunicazione.


What do you think?